
Alle pendici del Monte degli Ulivi. In quel Getsemani dove Gesù accettò la sua Passione e, al culmine della sua agonia, sudò sangue. È qui che mercoledì 1° luglio, dieci frati francescani sono stati ordinati sacerdoti per l'imposizione delle mani e la preghiera consacratoria del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Una messa profondamente sentita da tutta la comunità della Custodia. Perché in una Terra Santa ferita dai conflitti, dieci nuovi sacerdoti appaiono come semi di speranza: coloro che non solo nei luoghi del Vangelo ma anche nel resto del mondo porteranno il loro messaggio di amore, di pace e di misericordia.
La liturgia è iniziata con la processione d'ingresso che dall’orto del Getsemani ha fatto il suo ingresso in basilica. Tra i canti del coro e i fedeli raccolti in un misto di preghiera e commozione, i candidati al presbiterato hanno camminato insieme al patriarca, al Custode di Terra Santa, fr. Francesco Ielpo, e agli altri concelebranti. Un cammino in comunione fraterna, lì dove la nuda roccia poi cosparsa di petali e di incenso ricorda il luogo in cui il Cristo accettò la sua Passione.
Nella sua omelia, Pizzaballa si è voluto soffermare proprio sulla coincidenza tra l’ordinazione presbiterale, il Getsemani e la scelta della data del 1° luglio: quella in cui la tradizione celebra la festa del Preziosissimo Sangue di Gesù. Come ha ricordato il patriarca questo “non è un caso”. “La Provvidenza, nella sua sapienza, ha scelto per voi questo giorno e questo luogo per ricordarci che il sacerdozio nasce dal Sangue di Cristo” ha affermato il cardinale, e “ogni sacerdote è chiamato a essere testimone di quel Sangue che parla più eloquentemente di quello di Abele”. Una scelta di parole su cui Pizzaballa si è voluto ulteriormente soffermare per ricordare una differenza fondamentale nella storia della Redenzione. “Il sangue di Abele gridava giustizia; il Sangue di Cristo grida perdono”, ha affermato, sottolineando come Dio abbia scelto di sacrificare il proprio Figlio per il bene dell'umanità. Ed è da questo sacrificio, che il sacerdozio ha preso forma per “portare alla gente quel Sangue che dà vita”.
Una missione intensa, complessa e non priva di angoscia. Lo ricorda il Getsemani, luogo dove Gesù ha lottato con sé stesso, ha sudato, ha provato dolore fino ad accettare la volontà del Padre, abbandonandosi completamente a Lui. Ma lo ricorda anche la stessa Terra Santa, il luogo della Redenzione ma anche di una continua sofferenza. “A voi, ordinati oggi a Gerusalemme, in questa terra bagnata dal sangue – sia sangue innocente che Sangue di Cristo – è affidata una vocazione speciale”, ha detto Pizzaballa, “siete chiamati ad essere testimoni in una terra che conosce troppa violenza, troppa divisione, troppo sangue versato. Siete chiamati a portare il Sangue che riconcilia, unisce e perdona”.
Dopo l’omelia, la liturgia è stata scandita dai riti che da secoli rappresentano il momento di passaggio dal diaconato al presbiterato. Prima la promessa di obbedienza, poi l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione. A seguire, i frati hanno dovuto eseguire gli altri gesti profondamente simbolici della liturgia: la vestizione con la stola e la casula e l'unzione delle mani con il sacro Crisma. Infine, la concelebrazione eucaristica: la prima volta di dieci nuovi sacerdoti che hanno potuto partecipare al sacrificio dell'altare. Dopo la cerimonia, la comunità della Custodia si è sciolta in un caloroso applauso e nell’abbraccio di tutti i presbiteri. Un momento di felicità, di commozione e di profonda empatia. E alle pendici del Monte degli Ulivi, i dieci nuovi consacrati provenienti da Repubblica Democratica del Congo, Perù, Messico, Slovacchia, India e Ungheria hanno iniziato il loro nuovo percorso: quello di annunciare il Vangelo.
Lorenzo Vita

