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A Gerusalemme continua la preparazione alla Pasqua del Signore

Mentre la guerra in Medio Oriente impone gravi restrizioni al normale svolgimento delle cerimonie religiose, la comunità cattolica continua, nei limiti permessi, a vivere le celebrazioni e le peregrinazioni quaresimali in preparazione alla Pasqua. 

Mercoledì pomeriggio si è svolta la messa stazionale presso il Santuario della Flagellazione. Il giorno seguente, giovedì 19 marzo, Solennità di San Giuseppe, alcuni frati e fedeli si sono recati a Nazaret per celebrare il santo patrono della Chiesa universale. 

San Giuseppe come esempio di fede e obbedienza

San Giuseppe, uomo giusto e silenzioso, occupa un posto discreto ma essenziale nella storia della salvezza. “Non è al centro della scena, eppure è fondamentale”, è stato ricordato dal Padre Custode, fra Francesco Ielpo, durante l’omelia: senza il suo sì, senza la sua fede concreta e obbediente, il Figlio di Dio non avrebbe trovato una casa, una famiglia, un nome. Venerato anche come consolatore dei poveri e dei sofferenti, Giuseppe continua a essere per la comunità locale un modello di umiltà e fiducia. 

La chiesa a lui dedicata a Nazaret è conosciuta anche come “chiesa della nutrizione”, perché, secondo la tradizione, è il luogo in cui Giuseppe e Maria hanno cresciuto e custodito Gesù, nella semplicità della vita quotidiana. 

"Non temere": un invito sempre attuale attraverso i secoli

La celebrazione eucaristica è stata presieduta da fra Francesco Ielpo, che nella sua omelia ha richiamato con forza le parole rivolte dall’angelo a Giuseppe: “Non temere”. Un invito che, come è stato sottolineato, Dio continua a rivolgere anche oggi, in un tempo segnato da guerra, paura e dolore. Come Giuseppe, anche l’uomo di oggi si trova spesso davanti a situazioni incomprensibili e non scelte, ma è proprio lì che è chiamato ad ascoltare e a fidarsi. 

“Non temere” diventa così una parola viva per le comunità della Terra Santa, per le famiglie segnate dall’angoscia e per i cuori che faticano a sperare. La fede di Giuseppe, che si traduce in obbedienza semplice e concreta — “fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore” — indica una via possibile anche oggi: quella di lasciare spazio all’azione di Dio nella propria vita. 

Nel contesto attuale, segnato dal perdurare dei conflitti, è risuonata anche una forte invocazione per la pace. È stato ricordato come non ci si possa rassegnare alla violenza né abituarsi al linguaggio della morte, ma sia necessario continuare a cercare, senza stancarsi, vie di dialogo, riconciliazione e giustizia, mettendo al centro la dignità di ogni persona, soprattutto dei più deboli e innocenti. 

La peregrinazione a Betania nella memoria di Lazzaro

Venerdì 20 marzo, all’alba, è iniziata la peregrinazione verso il villaggio di Betania, tradizionalmente identificato come il villaggio degli amici di Gesù, chiamato in arabo Al-Lazariye, dal nome di Lazzaro, come si può notare dalla radice comune. Situata alle pendici del Monte degli Ulivi, lungo la strada che collega Gerusalemme al deserto di Giuda e a Gerico, Betania custodisce la memoria di un’amicizia profonda e di una delle pagine più significative del Vangelo. 

Nel cuore del villaggio sorge la chiesa dei francescani, che ricorda la dimora degli amici del Signore, mentre a pochi metri si trova la tomba di Lazzaro. Come da tradizione, la prima messa della giornata è stata presieduta dal Segretario della Custodia di Terra Santa, fra Alberto Joan Pari. A seguire, la comunità si è riunita per la celebrazione eucaristica presieduta da fra Piermarco Luciano, predicatore delle messe stazionali quaresimali per questo anno. 

Dopo la messa, i frati e alcune religiose si sono recati in processione alla tomba di Lazzaro, dove è stato proclamato il Vangelo della sua risurrezione (Gv 11,1-45), segno di speranza e di vita anche nelle situazioni più segnate dalla prova. 

La peregrinazione è poi proseguita con la visita ai santuari dell’Ascensione e del Pater Noster, sul Monte degli Ulivi, dove sono stati letti i brani evangelici legati a questi luoghi. Un tempo questo percorso veniva compiuto a piedi, poiché Betania distava solo poche miglia da Gerusalemme (Gv 11,18). Oggi, invece, il muro di separazione ha diviso i territori della Cisgiordania, compresa Betania, da Gerusalemme: per completare questo breve itinerario è necessario percorrere diversi chilometri in auto e attraversare un checkpoint, prima di giungere nuovamente sul Monte degli Ulivi. 

In questo cammino segnato da limiti e difficoltà, la testimonianza di san Giuseppe continua a indicare una strada: quella della fiducia, del coraggio e della fedeltà silenziosa, mentre la comunità cristiana persevera nella preghiera e nella speranza, invocando per la Terra Santa e per il mondo intero il dono tanto atteso della pace. 

 

Riccardo Curti

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