
4 marzo 2026
II Mercoledì di Quaresima
Fr. Angelo Salvia
Sono frate Angelo, un frate della Porziuncola e mi occupo delle confessioni e dell’accoglienza dei pellegrini in santuario.
Il brano ci introduce nel cuore del mistero cristiano: la salita a Gerusalemme, l’annuncio della passione, l’incomprensione dei discepoli e la rivelazione del vero volto dell’autorità. Siamo in cammino. Il Vangelo secondo Matteo colloca Gesù mentre “sale” a Gerusalemme: non è solo un movimento geografico, ma teologico. È l’ascesa verso l’ora della verità, verso il dono totale di sé.
Gesù prende in disparte i Dodici e dice: «Il Figlio dell’uomo sarà consegnato… lo condanneranno a morte… ma il terzo giorno risorgerà». Qui non c’è fatalismo, ma libertà. Gesù non subisce: consegna sé stesso. La sua è una sovrana obbedienza al Padre. È la logica dell’amore che sa dove va.
Il contrario è immediato: mentre Gesù parla di croce, la madre dei figli di Zebedeo parla di gloria. Mentre Lui annuncia il calice della passione, loro chiedono i primi posti.
Il “calice” nella Scrittura è il simbolo del destino che Dio affida. Per Gesù è il calice della passione; per i discepoli sarà la partecipazione alla sua sorte.
La risposta dei due discepoli è pronta: «sì lo possiamo». Ma è una risposta ingenua. Non sanno ancora cosa chiedono. La sequela non è ambizione spirituale, è comunione con Cristo crocifisso.
La tentazione di ogni tempo – anche nella Chiesa – è quella di trasformare la sequela in carriera, il servizio in potere, la missione in affermazione di sé.
Questo versetto è il cuore del brano. Gesù contrappone due logiche: quella dei capi delle nazioni, che dominano; e quella del Regno, che serve: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà vostro schiavo”.
Non è una semplice esortazione morale: è una rivelazione del volto di Dio. Dio è Colui che serve. Il vertice della potenza divina è la croce.
Il fondamento è nell’ultimo versetto: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Questa pagina evangelica trova una risonanza sorprendente nella Lettera ai fedeli di Francesco d’Assisi, in particolare nel Capitolo I - Di coloro che fanno penitenza. Francesco descrive chi fa penitenza non anzitutto come chi compie pratiche ascetiche, ma come chi cambia la sua mentalità.
Scrive il Poverello di Assisi «Tutti coloro che amano il Signore con tutto il cuore… e fanno frutti degni di penitenza… questi sono beati!»
La penitenza è un passaggio di signoria: non vivere più secondo la carne, ma secondo lo Spirito; non servire il proprio io, ma servire Dio e i fratelli.
Nel Vangelo, Gesù chiede: «Potete bere il calice?».
Per Francesco di Assisi, fare penitenza significa accettare il calice della conversione quotidiana: rinunciare alla propria volontà, spezzare l’orgoglio, uscire dalla logica del dominio.
Francesco parla con realismo: chi vive secondo la carne è schiavo; chi vive secondo lo Spirito diventa veramente libero. La vera schiavitù non è servire, ma dominare.
Il cuore della spiritualità francescana infatti è la minorità.
Per Francesco “Minore” è colui che sceglie l’ultimo posto, non per umiliazione, ma per conformazione a Cristo Gesù.
Il «tra voi non sarà così» di Gesù diventa, in Francesco, uno stile di vita concreto non avendo nessuna appropriazione, nessun dominio, nessuna superiorità sugli altri, ma tutto è fraternità e servizio.
La penitenza è proprio questo rovesciamento interiore: passare dalla pretesa di essere serviti alla gioia di servire.
