
10 marzo 2026
III Martedì di Quaresima
Fr. Gianfranco Pinto Ostuni
Il Signore ti dia pace.
Sono p. Gianfranco Pinto Ostuni, Frate Minore della Custodia di Terra Santa, Commissario generale per l’Italia meridionale e vi parlo da Napoli.
Nel brano di Matteo appena ascoltato, Pietro si avvicina a Gesù e pone una domanda che nasce dall’esperienza concreta delle relazioni: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?».
La domanda è realistica. Se sono nel giusto e subisco un torto, la logica umana esige che mi sia “fatta giustizia”: che mi venga restituito ciò che mi è stato tolto, che sia riparato il danno arrecato. Il fine è il ristabilimento dell’equilibrio, una sorta di pareggiamento dei conti. Questo appare come il fondamento ordinario dei rapporti tra persone corrette.
All’interno di una relazione più profonda – tra fratelli, tra correligionari, tra persone legate da un vincolo – entra però in gioco la possibilità del perdono. Il perdono è la scelta intenzionale di liberarsi dal risentimento e dall’odio verso chi ha causato una ferita; è accettare l’accaduto senza permettere che esso domini il presente.
Ma emerge l’obiezione: quando il torto si ripete? Quando il fratello continua a “peccare contro di me”? Fino a quando dovrò perdonare?
Pietro propone una misura generosa – sette volte – ma riceve da Gesù una risposta che spezza ogni calcolo: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Il rapporto non è più fondato semplicemente tra due persone; esso è determinato da una Presenza che ridefinisce tutto. La misura non è più l’equilibrio umano, ma l’esperienza di aver incontrato una Presenza che mi ha perdonato e amato al di là dei miei meriti.
La questione decisiva diventa allora: tu da chi sei stato perdonato? Chi determina la tua vita al di là delle tue capacità di “pareggiare i conti”?
La parabola del servo al quale viene condonato un debito immenso lo chiarisce con forza. Diecimila talenti rappresentano una cifra sproporzionata, impagabile – potremmo dire, con linguaggio moderno, centinaia di milioni. Il re, mosso a compassione, non concede semplicemente una dilazione: condona tutto. È un atto di misericordia pura, eccedente ogni giustizia.
Eppure quel servo, appena uscito, non lascia che la misericordia ricevuta trasformi il suo cuore. Incontra un compagno che gli deve una somma irrisoria in confronto e lo soffoca, pretendendo il pagamento immediato. Paradossalmente, l’esperienza del dono non lo rende più misericordioso, ma più duro. È come se avesse interpretato il condono come una fortuna personale, una vincita, non come un’appartenenza rinnovata al cuore del re.
L’indignazione del re è allora inevitabile. Colui che era stato chiamato “servo” ora è definito “malvagio”. La sua colpa non è l’aver avuto un debito, ma l’aver rifiutato di lasciarsi trasformare dal perdono ricevuto.
Gesù conclude con parole severe: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Che cosa significa perdonare “di cuore”?
Significa non limitarsi a un atto formale o esteriore, ma giudicare l’altro a partire dal desiderio più profondo che abita noi stessi: il desiderio di essere amati, compresi, perdonati. Perdonare di cuore è guardare l’altro non solo per il suo errore, ma per la sua verità più profonda di figlio, di fratello, di uomo amato da Dio.
È quanto suggeriva Francesco d'Assisi in una celebre lettera a un ministro, probabilmente un superiore che si lamentava dei fratelli difficili. Scriveva: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo: che non ci sia alcun frate al mondo che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli».
Qui il perdono non è debolezza, ma partecipazione allo sguardo stesso di Dio. Non è tolleranza passiva del male, ma decisione attiva di amare per salvare.
La parabola ci conduce a una verità decisiva: il cristiano non perdona perché l’altro lo merita, ma perché egli stesso vive di un perdono immeritato. Il fondamento del perdono non è l’equità, ma la gratitudine. E forse la domanda decisiva - alla fine - non è: «Quante volte devo perdonare?», ma: «Ho davvero preso coscienza di quanto sono stato perdonato?».
Da questa coscienza nasce la libertà di perdonare senza misura.
Buona Quaresima a tutti.
Ogni volta che rifiutiamo di perdonare, ci comportiamo come il servo che dimentica il debito condonato. Ogni volta che perdoniamo, entriamo nella logica del Padre, lasciando che la misericordia ricevuta diventi misericordia donata.
Perdonare “settanta volte sette” non significa negare il dolore o l’ingiustizia; significa scegliere di non lasciare che il male abbia l’ultima parola. Significa spezzare la catena della rivalsa e aprire uno spazio nuovo, dove l’altro può ricominciare.
Il perdono di cuore è la forma concreta con cui il Vangelo prende carne nelle relazioni quotidiane. È il segno che abbiamo compreso chi è il nostro Re e quanto immenso è il debito che ci è stato rimesso.
