La Parola è un dono. L’altro è un dono | Custodia Terrae Sanctae

La Parola è un dono. L’altro è un dono

Riflessione quaresimale sul messaggio di Papa Francesco, AOCTS

1. Beatitudine, eccellenze, fratelli,

il Signore vi dia pace!

Siamo all’inizio di un nuovo cammino quaresimale, una quaresima certamente speciale perché ha un sapore ecumenico particolarmente forte, data la coincidenza della data in cui celebreremo la Pasqua e data la gioia condivisa per la fine dei lavori di restauro dell’edicola del Santo Sepolcro, che celebreremo tra pochi giorni.

Siamo anche in un contesto particolare di cambiamenti a livello internazionale, con inevitabili ripercussioni a livello regionale. E il nostro essere Chiesa in cammino nella storia ci rende particolarmente attenti a ciò che accade a livello globale, a livello regionale e a livello locale.

Nella riflessione di questa mattina, mi è stato chiesto di seguire il messaggio che Sua Santità, Papa Francesco, ha inviato lo scorso ottobre, nella festa di san Luca, lo “Scriba mansuetudinis Christi”, per la presente quaresima.

2. Rivolgendosi a tutti i fedeli, il Santo Padre ci ha ricordato che 

“la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016)”. 

Mi pare importante che ci lasciamo raggiungere da questa “speranza certa” che ci ricorda che a dare senso a tutta la nostra vita è la risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E mi pare importante che ci lasciamo raggiungere anche dal conseguente appello, dall’invito alla conversione, che ci tocca direttamente come pastori e come responsabili del popolo di Dio che vive in questa Terra Santa. Come ricordava s. Agostino sedici secoli fa , per i fedeli noi siamo pastori, ma assieme a loro siamo discepoli. Se vogliamo che sia efficace e risuoni sincero l’invito a conversione che in questo periodo noi siamo chiamati a rivolgere ai fedeli in virtù del nostro ufficio, è certamente importante che noi per primi lasciamo risuonare questo invito, in riferimento alla nostra persona e in riferimento al nostro ufficio, e lo prendiamo molto sul serio. 

C’è quindi un primo interrogativo che sento di rivolgere anzitutto a me stesso trasformando in domanda le affermazioni di Papa Francesco. Poi ognuno di noi avrà tempo e modo di dare la propria risposta in quel santuario interiore che è il proprio cuore e la propria coscienza. Ecco la domanda: 

In quanto fedele e in quanto persona chiamata a svolgere un servizio particolare dentro il popolo di Dio, su quali aspetti mi sento chiamato a conversione? Che cosa mi sta distogliendo da Dio in questo periodo? Quali forme di mediocrità affliggono la mia relazione col Signore e il mio ministero e mi portano ad amarlo e servirlo in modo tiepido, anziché con tutto il cuore? Quali sintomi ci sono nella mia vita, del fatto che l’amicizia col Signore, anziché crescere, si è raffreddata?

3. Vale però anche per noi l’affermazione consolante: 

Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono”.

Spronandoci poi a prendere sul serio questo tempo quaresimale il Papa ci raccomanda i mezzi che la Chiesa ci offre, che a noi stessi sono stati suggeriti il mercoledì delle ceneri e che noi stessi abbiamo caldamente raccomandato a tutti i fedeli: il digiuno, la preghiera e l’elemosina

Al tempo stesso il Santo Padre ci ricorda che “alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità”. E ci invita in modo accorato a meditare particolarmente sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31): “Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione”.

Attraverso la riflessione sulla parabola del povero Lazzaro e del ricco anonimo siamo invitati a fare tre scoperte:

  • Che l’altro, ogni persona che si affaccia sulla nostra vita, è un dono e lo è soprattutto quando è povero;
  • Che esiste nella nostra vita la dimensione del peccato, come una realtà che ci acceca e ci impedisce di vedere il dono che Dio ci fa attraverso il fratello;
  • Che la Parola è il grande dono che ci permette di riconoscere ciò che è causa di salvezza (l’amore come conseguenza del riconoscimento dell’altro) e ciò che è causa di rovina (l’egoismo e la chiusura in se stessi).

Soffermiamoci a riflettere su queste tre dimensioni e proviamo a verificare la nostra vita di cristiani e il nostro servizio di pastori alla luce di questi tre passaggi.

4. L’altro è un dono 

Ascoltiamo come il Santo Padre offre uno sguardo sulla parabola a partire dalla caratterizzazione di Lazzaro:

“La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.

La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016)”.

E subito dopo prosegue:

“Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco”.

Riflettere sul fatto che ogni persona è un dono, e farlo a partire dal povero, è particolarmente importante. Da un lato quando ci rendiamo conto che ogni persona è un dono di Dio cominciamo a contrastare interiormente quella cultura dello scarto dentro la quale ci troviamo a vivere e che papa Francesco ha indicato in più occasioni come uno dei mali del nostro tempo. Dall’altro non possiamo dimenticare che non solo il povero non è mai anonimo, ma nel povero noi incontriamo lo stesso Gesù (cfr. Mt 25). Riconoscere e accogliere il povero diventa perciò un modo concreto per riconoscere ed accogliere il Cristo che si manifesta a noi nel corso della storia, mai in modo astratto ma sempre sotto forma di persona, con un volto e con un nome, e con un valore singolare davanti a Dio.

Nel contesto sociale ed ecclesiale in cui noi ci troviamo a vivere quale volto assume il povero che rischia di restare seduto alla nostra porta senza che noi ce ne accorgiamo? Quali categorie di persone stanno cercando di vivere delle briciole che cadono dalle nostre tavole? In tutta l’area in cui noi ci troviamo a vivere vediamo che ci sono molti poveri colpiti dalla scarsità di lavoro, anche a causa della situazione politica, soprattutto in alcune parti del nostro territorio; vediamo che ci sono giovani desiderosi di studiare e che non ne hanno i mezzi, oppure che vogliono formare una famiglia e che stentano a trovare casa; vediamo che ci sono immigrati i cui diritti personali non vengono riconosciuti; e se allarghiamo lo sguardo a livello regionale vediamo quanti Lazzaro vivono come rifugiati e sono confinati in strutture che li rendono normalmente invisibili ai nostri occhi. Credo che sia importante e necessario che ci poniamo questa semplice domanda: chi è oggi Lazzaro? Dove vive? Può essere che non ci stiamo accorgendo di lui che pure è seduto davanti alla nostra porta?

5. Il peccato ci acceca 

Dopo essersi soffermato sul povero Lazzaro, il Santo Padre si ferma a meditare sulla figura del ricco anonimo. E questo secondo personaggio diventa il simbolo della corruzione del peccato che viene vista secondo una progressione che va dall’avidità alla vanità e culmina nella superbia. Ascoltiamo ancora la descrizione del Papa e la sua sottolineatura sulla corruzione del peccato:

“La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia (cfr Omelia nella S. Messa, 20 settembre 2013).

Dice l’apostolo Paolo che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.

La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.

Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24)”.

Senza lasciarsi andare a giudizi inopportuni sugli altri, credo che per noi sia occasione di particolare riflessione e verifica questa parte del messaggio in cui papa Francesco riflette sulla corruzione del peccato e indica questa progressione degradante che ha la radice nell’avidità, si manifesta nella vanità e culmina nella superbia.

Di fatto, ancora una volta, è utile per noi trasformare in domande le affermazioni contenute nel messaggio. Di fronte alle domande ognuno di noi è stimolato a riflettere sulla qualità della propria vita. E gli stimoli che ci offre il Santo Padre possono costituire una sorta di esame di coscienza personale. 

È bene che ci lasciamo interpellare: c’è anche in me una qualche forma di avidità? Di attaccamento al denaro? Di uso egoistico dello stesso anziché di uso solidale? E dato che abbiamo delle responsabilità verso altre persone forse è bene che ci domandiamo anche: che tipo di economia sto promuovendo? E a quale tipo di uso del denaro e dei beni materiali sto educando e formando i miei collaboratori e i fedeli?

Se vogliamo verificare noi stessi sul tema della vanità occorre che ci chiediamo: in che misura sono anche io affetto dalla logica dell’apparire? Quali sono gli status symbol rispetto ai quali dovrei cominciare a prendere le distanze, per poter dare anche un esempio in linea con l’esempio di Gesù il cui status symbol è il grembiule del servo, la corona di spine, il trono della croce? E quali sono gli status symbol rispetto ai quali occorre che aiuti i miei collaboratori e i fedeli a prendere le distanze?

Infine verifichiamo noi stessi anche sul peccato di superbia: quel peccato per cui tendiamo a dimenticare che siamo mortali. In che misura la preoccupazione per il nostro io ci impedisce di riconoscere i bisogni delle persone che ci sono affidate? In che misura la preoccupazione per noi stessi ci impedisce di vedere gli altri? E in che misura, per realizzare noi stessi e i nostri pieni, rischiamo di ignorare gli altri?

6. La Parola è un dono 

Richiamando la liturgia del Mercoledì delle Ceneri, papa Francesco ci ricorda che questa liturgia 

“ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.

La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all’obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31)”.

È proprio l’esito finale della parabola a evidenziare quanto sia importante la Parola di Dio nella nostra vita. Nella riflessione del Papa il vero problema del ricco e la radice dei suoi mali “è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello”.

Risulta perciò di capitale importanza anche per noi vivere questo rapporto di ascolto nei confronti della Parola di Dio ed educare a questo quotidiano rapporto di ascolto. In quanto pastori siamo anche educatori, di coloro che ci sono affidati come collaboratori e di tutto il Popolo di Dio. La parabola ci rende consapevoli che è in gioco la nostra stessa salvezza eterna e quella delle persone che ci sono affidate. Finché siamo ancora pellegrini in questo mondo ci è donata la possibilità e la grazia della conversione. E questa grazia noi siamo chiamati ad annunciare con amore e con passione ai nostri fratelli e alle nostre sorelle.

7. Concludo questa riflessione legata al messaggio quaresimale di papa Francesco con le parole con le quali lui stesso termina il suo messaggio. Sono un invito a camminare sulle orme di Gesù, docili allo Spirito e pronti a lottare contro il Tentatore. La meta, l’obiettivo, è quello di poter vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua: 

“Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore – che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore – ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. […] Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua”.

 

Fr. Francesco Patton, ofm
Custode di Terra Santa

 

S. AGOSTINO, Discorso 340 Nell'anniversario della sua ordinazione.

Papa Francesco, Udienza generale del 5 giugno 2013; id. Evangelii Gaudium 53; id. Laudato Sii 16,22,43,123.

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1. Your Beatitude, Your Excellencies, brothers,

The Lord give you peace!

We are in the beginning of a new Lenten journey. This Lent is certainly special, since it has a particularly strong ecumenical dimension, given the coincidence of the date for the celebration of the Latin and Orthodox Easter, as well as the joyful conclusion of the restoration works on the Ædicule of the Holy Sepulchre, which we will celebrate in a few days’ time.

We are also going through a particular context of changes on the international level, with inevitable repercussions on a regional level. Our existence as a Church journeying in history renders us particularly attentive to whatever happens on the global, regional and local levels.

During our reflection this morning, I have been asked to follow the message that His Holiness, Pope Francis, has sent last October, on the feast of Saint Luke, the “Scriba mansuetudinis Christi”, namely the message for this Lent.

2. Directing his message to all faithful, the Holy Father has reminded us that

“Lent is a new beginning, a path leading to the certain goal of Easter, Christ’s victory over death. This season urgently calls us to conversion. Christians are asked to return to God «with all their hearts» (Joel 2:12), to refuse to settle for mediocrity and to grow in friendship with the Lord. Jesus is the faithful friend who never abandons us. Even when we sin, he patiently awaits our return; by that patient expectation, he shows us his readiness to forgive (cf. Homily, 8 January 2016).”

For me it seems important that we should let ourselves be reached by this “certain hope”, which reminds us that the resurrection, the victory of Christ over death, gives sense to our life. I think it is important that we should let ourselves also be reached by the following appeal, namely that inviting us to conversion, which touches us directly as pastors and responsible for the people of God living here in this Holy Land. As St. Agustin reminded us sixteen centuries ago, for the faithful we are pastors, but together with them we are disciples. If we want that the invitation to conversion that we are called to address to the faithful in virtue of our office be effective and have a sincere echo in this period, it is certainly important that we be first in echoing such an invitation, by referring it to our person and to our office, and by taking it very seriously.

Therefore, there is one first question that I would like to address first of all to myself, by transforming the affirmations of Pope Francis into a question. Afterwards, each and every one of us will have time and means to give his own response in that interior sanctuary which is one’s heart and conscience. This is the question I propose:

As a faithful and as a person who is called to undertake a particular service in favour of God’s people, on which aspects do I feel called to conversion? What is keeping me away from God in this moment? What forms of mediocrity are afflicting my relationship with the Lord and my ministry, and are making me love and serve Him in a lukewarm way, instead of doing so with my whole heart? Which are those symptoms in my life that indicate that my friendship with the Lord, instead of growing has become cold?

3. The following affirmation of consolation is valid also for us: 

Jesus is the faithful friend who never abandons us. Even when we sin, he patiently awaits our return; by that patient expectation, he shows us his readiness to forgive. 

The Pope encourages us to take very seriously our commitment to live this Lenten season, and recommends the means which the Church offers to us, which we already find suggested for us in the liturgy of Ash Wednesday, and which we warmly recommend to all the faithful, namely: fasting, prayer and almsgiving

At the same time the Holy Father reminds us that, “at the basis of everything is the word of God, which during this season we are invited to hear and ponder more deeply.” He invites us with great attention to meditate particularly on the parable of the rich man and the poor Lazarus (cfr. Lk 16:19-31): “Let us find inspiration in this meaningful story, for it provides a key to understanding what we need to do in order to attain true happiness and eternal life. It exhorts us to sincere conversion.” 

Through the reflection on the parable of the poor Lazarus and the anonymous rich man, we are invited to make three discoveries, namely:

     

    • Let us stop to reflect upon these three dimensions and try to verify our life as Christians and our service as pastors in the light of these three passages.

     

    4. Other persons are a gift

    Let us listen to how the Holy Father offers a view on the parable, by explaining the characteristic notes of the poor Lazarus:

    “The parable begins by presenting its two main characters. The poor man is described in greater detail: he is wretched and lacks the strength even to stand. Lying before the door of the rich man, he fed on the crumbs falling from his table. His body is full of sores and dogs come to lick his wounds (cf. vv. 20-21). The picture is one of great misery; it portrays a man disgraced and pitiful.

    The scene is even more dramatic if we consider that the poor man is called Lazarus: a name full of promise, which literally means «God helps». This character is not anonymous. His features are clearly delineated and he appears as an individual with his own story. While practically invisible to the rich man, we see and know him as someone familiar. He becomes a face, and as such, a gift, a priceless treasure, a human being whom God loves and cares for, despite his concrete condition as an outcast (cf. Homily, 8 January 2016).”

    Immediately afterwards the Pope adds:

    Lazarus teaches us that other persons are a gift. A right relationship with people consists in gratefully recognizing their value. Even the poor person at the door of the rich is not a nuisance, but a summons to conversion and to change. The parable first invites us to open the doors of our heart to others because each person is a gift, whether it be our neighbour or an anonymous pauper. Lent is a favourable season for opening the doors to all those in need and recognizing in them the face of Christ. Each of us meets people like this every day. Each life that we encounter is a gift deserving acceptance, respect and love. The word of God helps us to open our eyes to welcome and love life, especially when it is weak and vulnerable. But in order to do this, we have to take seriously what the Gospel tells us about the rich man.”

    It is particularly important to reflect upon the issue that every person is a gift, and to do so by beginning with the poor. On the one hand, when we realise that each person is a gift of God, we begin to interiorly contrast that culture of waste in which we are currently living and which Pope Francis has indicated in many occasions, and to regard all this as one of the evils of our age. On the other hand we cannot forget that the poor person is never anonymous, since in the poor person we encounter the same Jesus (cfr. Mt 25). To recognise and accept the poor becomes therefore a concrete way of recognising and welcoming Christ who manifests Himself to us during the course of history, never in an abstract way, but always under the form of a human person, with a face and a name, and with a unique value in front of God.

    In the social and ecclesial context in which we find ourselves to live, are we aware of the need to recognise the face of the poor person who risks to remain seated in front of our door without us even noticing such persons? What categories of persons are trying to live with the bread crumbs, which fall from our tables? In the entire region in which we find ourselves living, we see that there are many poor people who are hard hit by the lack of work opportunities, also as a result of the political situation, particularly in certain regions of our territory. We notice that there are young people to desire to study but do not have the means, or else who would like to form a family and find it very hard to have a house. We see that there are immigrants whose personal rights are not recognised. If we spread our gaze to the regional level we see how many persons can be called Lazarus, because they live as refugees and are confined in structures, which render them normally invisible to our eyes. I believe that it is important and necessary that we pose this simple question: who is Lazarus in our world today? Where does he live? Could it be that we are not taking any notice of him, even though he is sitting right in front of our door?

    5. Sin blinds us 

    After having reflected on the poor Lazarus, the Holy Father stops to meditate upon the figure of the anonymous rich man. This second personage becomes the symbol of the corruption of sin, seen according to a progression that goes from greed to vanity and ends up in pride. Let us listen once again to the description of the Pope and the way he underlines this text when it speaks about the corruption of sin:

    “The parable is unsparing in its description of the contradictions associated with the rich man (cf. v. 19). Unlike poor Lazarus, he does not have a name; he is simply called «a rich man». His opulence was seen in his extravagant and expensive robes. Purple cloth was even more precious than silver and gold, and was thus reserved to divinities (cf. Jer 10:9) and kings (cf. Jg 8:26), while fine linen gave one an almost sacred character. The man was clearly ostentatious about his wealth, and in the habit of displaying it daily: «He feasted sumptuously every day» (v. 19). In him we can catch a dramatic glimpse of the corruption of sin, which progresses in three successive stages: love of money, vanity and pride (cf. Homily, 20 September 2013).

    The Apostle Paul tells us that «the greed for money is the root of all evils» (1 Tim 6:10). It is the main cause of corruption and a source of envy, strife and suspicion. Money can come to dominate us, even to the point of becoming a tyrannical idol (cf. Evangelii Gaudium, 55). Instead of being an instrument at our service for doing good and showing solidarity towards others, money can chain us and the entire world to a selfish logic that leaves no room for love and hinders peace.

    The parable then shows that the rich man’s greed makes him vain. His personality finds expression in appearances, in showing others what he can do. But his appearance masks an interior emptiness. His life is a prisoner to outward appearances, to the most superficial and fleeting aspects of existence (cf. ibid., 62).

    The lowest rung of this moral degradation is pride. The rich man dresses like a king and acts like a god, forgetting that he is merely mortal. For those corrupted by love of riches, nothing exists beyond their own ego. Those around them do not come into their line of sight. The result of attachment to money is a sort of blindness. The rich man does not see the poor man who is starving, hurting, lying at his door.

    Looking at this character, we can understand why the Gospel so bluntly condemns the love of money: «No one can be the slave of two masters: he will either hate the first and love the second, or be attached to the first and despise the second. You cannot be the slave both of God and of money» (Mt 6:24).”

    Without letting ourselves be guided by inopportune judgments on others, I believe that for us this is an occasion for a particular reflection and verification of this part of the message in which Pope Francis reflects upon the corruption of sin and indicates this degrading progression that finds its roots in greed, which manifests itself in vanity and which culminates in pride.

    Once again, in fact, it is useful for us to transform the affirmations contained in the message into questions. In the face of these questions, each and every one of us is prompted to reflect upon the quality of his own life. The motivations that the Holy Father offers can constitute a kind of personal examination of conscience.

    It is good to let ourselves be questioned: is there in me some form of greed? Am I attached to money? Do I make a selfish use of money instead of using it in a spirit of solidarity? Since we have responsibilities towards other persons, it is good that we also ask ourselves: what kind of economy am I promoting? To what kind of use of money and material goods am I educating and forming my collaborators and the faithful? 

    If we want to make a personal verification on the theme of vanity we need to ask ourselves: In what measure am I attached to the logic of presenting an image of myself? Which are the status symbols from which I must begin to keep my distance, in order to be also able to give an example in line with the example of Jesus, whose status symbol was the apron of a servant, the crown of thorns, and the throne of the cross? Which are those status symbols from which I must help my collaborators and faithful to keep their distance?

    Lastly, we need to verify our conduct also regarding the sin of pride: this is the sin, which makes us forget that we are mortals. In what measure does the preoccupation for our ego hinder us from recognising the needs of the persons who are entrusted to our care? In what measure does the preoccupation for our own ego prevent us from seeing the presence of others? And in what measure do we risk to ignore others, for the sake of realising our own selves and our interests?

    6. The Word is a gift

    Recalling the liturgy of Ash Wednesday, Pope Francis reminds us that this liturgy

    “invites us to an experience quite similar to that of the rich man. When the priest imposes the ashes on our heads, he repeats the words: «Remember that you are dust, and to dust you shall return». As it turned out, the rich man and the poor man both died, and the greater part of the parable takes place in the afterlife. The two characters suddenly discover that «we brought nothing into the world, and we can take nothing out of it» (1 Tim 6:7).

    We too see what happens in the afterlife. There the rich man speaks at length with Abraham, whom he calls «father» (Lk 16:24.27), as a sign that he belongs to God’s people. This detail makes his life appear all the more contradictory, for until this moment there had been no mention of his relation to God. In fact, there was no place for God in his life. His only god was himself.

    The rich man recognizes Lazarus only amid the torments of the afterlife. He wants the poor man to alleviate his suffering with a drop of water. What he asks of Lazarus is similar to what he could have done but never did. Abraham tells him: «During your life you had your fill of good things, just as Lazarus had his fill of bad. Now he is being comforted here while you are in agony» (v. 25). In the afterlife, a kind of fairness is restored and life’s evils are balanced by good.

    The parable goes on to offer a message for all Christians. The rich man asks Abraham to send Lazarus to warn his brothers, who are still alive. But Abraham answers: «They have Moses and the prophets, let them listen to them» (v. 29). Countering the rich man’s objections, he adds: «If they will not listen either to Moses or to the prophets, they will not be convinced even if someone should rise from the dead» (v. 31).

    It is precisely the end result of the parable that shows how important the Word of God is in our life. In the Pope’s reflection, the true problem of the rich man and the root of his evilwas the failure to heed God’s word. As a result, he no longer loved God and grew to despise his neighbour. The word of God is alive and powerful, capable of converting hearts and leading them back to God. When we close our heart to the gift of God’s word, we end up closing our heart to the gift of our brothers and sisters.” That is why for us it is of capital importance to live this relationship of listening to the Word of God and of educating ourselves to this daily relationship of listening. As pastors we are also educators of those who are entrusted to our care as collaborators, as well as of the entire People of God. 

    The parable makes us aware that our own eternal salvation and that of the persons who are entrusted to our care is at stake. As long as we are still pilgrims in this world, God is giving us the possibility and grace of conversion. We are called to announce this grace with love and with passion to our brothers and sisters.

    7. I conclude this reflection upon the Lenten message of Pope Francis with the words that he himself uses in order to conclude his message. These words are an invitation to walk on the footsteps of Jesus, to be docile to the Spirit and to be ready to battle against the Tempter. The aim, the objective, is that of being able to live and give full witness to the joy of Easter: 

    “Dear friends, Lent is the favourable season for renewing our encounter with Christ, living in his word, in the sacraments and in our neighbour. The Lord, who overcame the deceptions of the Tempter during the forty days in the desert, shows us the path we must take. May the Holy Spirit lead us on a true journey of conversion, so that we can rediscover the gift of God’s word, be purified of the sin that blinds us, and serve Christ present in our brothers and sisters in need. […]. Let us pray for one another so that, by sharing in the victory of Christ, we may open our doors to the weak and poor. Then we will be able to experience and share to the full the joy of Easter.”

     

    Fr. Francesco Patton, ofm
    Custos of the Holy Land


    St. Agustine, Discourse 340 on the anniversary of his ordination.

    Pope Francis, General Audience 5 June 2013; id. Evangelii Gaudium 53; id. Laudato Sii 16,22,43,123.