Gesù non ci lascia dormire tranquilli

Domenica XX del tempo ordinario C

Continua la collaborazione tra VITA TRENTINA  e fr. Francesco Patton, Custode di Terra Santa nella rubrica "In ascolto della Parola". Al suo fianco le formichine di Fabio Vettori, interpreti della Parola, di domenica in domenica.

 

Ger 38,4-6.8-10; Eb 12,1-4; Lc 12,49-57

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!». Lc 12,49

 

«Sei venuto tu, e ci hai tolto la pace. Tu sei la luce del mondo, lo so, ma come doveva essere riposante vivere prima del tuo avvento» (Chiusano, Il Vizio del gambero, p. 87). Con queste parole il personaggio principale del romanzo “Il vizio del gambero” si rivolge al Crocifisso. Sono parole paradossali che riprendono i paradossi dello stesso Gesù nel vangelo di questa domenica. Accanto al volto mite e mansueto di Gesù buon pastore, che accoglie e perdona con la massima magnanimità e misericordia, scopriamo i tratti di un carattere che sa anche accendersi. Soprattutto scopriamo che davanti a Gesù non si possono dormire sonni tranquilli: le sue parole ci inquietano, ma più ancora la sua radicalità.

È una costante di tutta la storia biblica che, davanti a chi annuncia con spirito profetico la Parola di Dio, ci si trovi costretti a schierarsi. L’aveva sperimentato già il profeta Geremia (prima lettura), che nel suo ministero (VI sec a.C.) era diventato il bersaglio delle autorità religiose e civili d’Israele per il suo ostinato annuncio di una verità scomoda che contrastava con le illusioni populiste del tempo. A maggior ragione ci si schiera davanti a Gesù Cristo, che è la verità stessa, che al suo apparire in mezzo a noi mette a nudo il nostro barcamenarci in scelte ambigue che vogliono salvaguardare forme di religiosità accomodante. Riprendendo un’immagine che il Nuovo Testamento usa per parlare di Gesù, riconosciamo in lui la pietra di inciampo e la pietra angolare. Quando lo incontriamo, inciampiamo in lui con tutto ciò che in noi è religiosità inautentica e ambigua, però su di lui (e solo su di lui) possiamo costruire un’autentica vita di fede, speranza e carità. È questa l’inevitabile e salutare divisione che sperimentiamo davanti a lui. Il fuoco dello Spirito, operando la nostra purificazione interiore, ci aiuta a lasciare indietro il peggio di noi stessi per poter seguire Cristo in tutta libertà e radicalità“tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce… Non avete ancora resistito fino al sangue” (cfr Eb 12,2-4).

Secondo il brano evangelico che ci viene proposto nella liturgia di questa domenica anche noi diventiamo, uniti a Cristo, persone davanti alle quali ci si schiera e – se leggiamo il vangelo alla luce della Lettera agli Ebrei – ci viene chiaramente indicato che la sorte del Cristo e quella dei discepoli alla fine si identificano. Anche noi come Gesù siamo destinati a sperimentare in prima persona cosa vuol dire vivere legami di intensità impensata, gratuita ed inaspettata così come forme di contrasto, di opposizione e di rifiuto che rasentano l’odio, dentro e fuori la propria stessa famiglia, la propria terra, il proprio popolo. Siamo grati a Gesù quando ci rasserena e ci dà pace, siamogli grati anche quando ci inquieta e non ci lascia dormire. Domandiamoci poi che ne abbiamo fatto del fuoco che Cristo ha messo nelle nostre mani e nei nostri cuori: arde ancora? E se pochi si sentono provocati dalla nostra vita non è forse perché ormai al fuoco di Gesù preferiamo la tiepida climatizzazione del mondo?

Questa domenica lasciamoci anche ispirare da san Massimiliano Kolbe, che ha seguito Gesù fino a dare la vita per amore suo, chiedendo di prendere il posto di un padre di famiglia condannato a morire nel bunker della fame il 14 agosto 1941, nel campo di sterminio di Auschwitz.

di fr. Francesco Patton, ofm

Custode di Terra Santa