Betlemme

betlemme betlemme

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.

Il nome

Nella storia antica, Betlemme è indicata in una tavoletta cuneiforme trovata in Egitto e appartenente all'archivio del faraone Akhenaton: si parla della città di Bit Lahmu, nel territorio di Gerusalemme. E’ molto probabile che il nome originario della città derivi dal termine Lahmo, nome della divinità caldea della natura e della fertilità, termine adottato e cambiato dai popoli cananei con Lahama
Se si da credito a questa ipotesi la traduzione del nome Beit el-Lahampotrebbe essere "Casa di Lahami", cosa possibile vista la particolare caratteristica di questa terra molto feconda e ricca di acque. Inoltre nell'Antico Testamento la città è chiamata con il nome Beth Lechem, “Casa del Pane”, e anche Efrata, nome derivato dalla tribù che viveva in questi luoghi, che letteralmente significa "Fruttifera". 
Anche i nomi più moderni rimandano all'idea di un luogo di fertilità e abbondanza. In arabo Beit Lahmsignifica "Casa della carne", per la grande quantità di greggi di pecore e capre, una delle attività più importanti della zona. Mentre in erbaico Beit-Lehem significa "la casa del pane", tema che introduce all’immagine di Gesù come pane venuto del cielo.

Storia antica

Nell'Antico Testamento la città è ricordata quale capoluogo e insediamento della tribù del re Davide, stabilitasi in queste terre dal 1200 a.C..

La città è anche ricordata dalla Sacra Scrittura quale luogo della sepoltura di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe. Tra queste memorie bibliche s’inserisce la storia di secoli di guerre e spartizioni di territori che caratterizzano le vicissitudini di questo territorio. 
Nel 586 l'esercito caldeo di Nabucodonosor, dopo aver occupato la Giudea, deportò il popolo ebraico a Babilonia, dove visse cinquant'anni di esilio.

Finito questo periodo il re persiano Ciro II permise agli ebrei di rimpatriare: da questo momento la città di Betlemme tornò ad essere popolata. 
La Palestina divenne terra di conquista subendo una serie di successive occupazioni: presa da Alessandro Magno nel 333 a.C. venne sottomessa al regno dei Tolomei tra il 301 e il 198 a.C. e poi al governo dei Seleucidi di Antiochia. Tra 167 e 164 a.C., dopo le persecuzioni dei giudei e lo scoppio dell'insurrezione antisiriana dei Maccabei, ebbe inizio la dinastia degli Asmonei che regnò su tutti i territori, compresa la città di Betlemme, per circa 30 anni, fino all'arrivo delle truppe romane.

Il periodo romano

I territori della Palestina, conquistati definitivamente da Pompeo nel 63 a.C. rientrano, all'epoca delle vicende della vita di Gesù Cristo, sotto il dominio romano. Tutti i territori conquistati dai romani erano divisi in varie tetrarchie. Tra queste, la città di Betlemme era sottomessa al potere del re Erode I il Grande, che nel 30 ca. fece costruire nei pressi della città un palazzo-fortezza chiamato Herodion.

L'evento della Nascita di Gesù segna quest'epoca. Nel 6 d.C. con la deposizione dell'etnarca Archelao, la Giudea venne incorporata nella provincia imperiale della Siria e amministrata dai procuratori residenti a Cesarea Marittima.


Fortunatamente Betlemme fu risparmiata dalla reazione di Tito contro i giudei avversi al potere di Roma, rivolte che portarono alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. 
Betlemme divenne presto luogo di culto per i primi cristiani dove veneravano la grotta in cui era nato il Messia. 
Dopo la prima rivolta contro Roma soppressa nel sangue si acuirono le tensioni, che divennero sempre più forti, sfociando nella seconda Guerra giudaica, repressa sotto il dominio dell'imperatore Adriano. 
Quest'ultimo decise di far costruire a Betlemme un tempio pagano dedicato al dio Adone sopra la Grotta della Natività; il luogo venerato dai primi cristiani fu interrato e distrutto in ogni segno di venerazione, come già era avvenuto sopra il Santo Sepolcro di Gerusalemme.

La grotta doveva presentarsi allo stato naturale, come descriverà poi Girolamo nelle sue testimonianze. Restò sempre vivo il ricordo del luogo esatto della nascita di Gesù, come ci testimonia Origene nei suoi scritti. A causa delle forti repressioni molti cristiani lasciarono la cittadina in mano ai pagani che continuarono il loro culto.

Il periodo romano-bizantino

Dopo l'editto di Costantino del 313 d.C. venne proclamata la libertà di culto e iniziò un periodo di rinascita per tutti i Luoghi santi. Con il concilio di Nicea e grazie alla forte volontà della regina Elena, dopo opportuni scavi, iniziò la fabbrica della basilica della Natività che ridava dignità al Luogo della nascita del Messia. Il cantiere si concluse nel 333 d.C., come ricorda il pellegrino Anonimo da Bordeaux. Betlemme divenne fin da subito un importante centro religioso. 
Con l'arrivo di S. Girolamo nel 384 le grotte della Natività divennero polo di una nuova esperienza monastica. Girolamo contribuì alla storia della Chiesa con la trascrizione in latino della bibbia su richiesta di Papa Damasco, opera conosciuta come "La Vulgata"

Un’altra figura di rilievo per lo sviluppo del monachesimo sia maschile che femminile fu la patrizia romana Paola che, insieme alla figlia Eustochio, giunse a Betlemme nel 386 e destinò molto del suo patrimonio all'erezione di due monasteri nelle prossimità dei luoghi della Natività di Gesù. Nel 420 dopo la morte di Girolamo la vita monastica a Betlemme non proseguì; inoltre la città venne conquistata dai Samaritani di Naplus che, dopo le rivolte contro l'imperatore di Bisanzio dal 521-528, saccheggiarono le chiese e i monasteri, attaccando duramente i cristiani (529).

Successivamente i saccheggi che provocarono la distruzione della Basilica della Natività, nel 531 l'imperatore Giustiniano, su richiesta di S. Saba, restaurò il santuario e ricostruì la città ormai in rovina. In questa occasione fu realizzato un mosaico sul timpano maggiore, decorato con l'immagine dei Magi in costumi persiani, iconografia frequentemente riprodotta soprattutto dopo la Pace costantiniana a simboleggiare la regalità del Cristo. Questa particolare scena di sapore orientale tornò utile quando, con l'invasione capeggiata da Cosroe II nel 614, la basilica fu preservata dalla distruzione a causa della visione del mosaico, che intimorì le armate persiane. Nel 629 l'imperatore Eraclio riconquistò i territori palestinesi dal dominio persiano.

Periodo arabo-musulmano

Con l'occupazione arabo-musulmana da parte del Califfo Omar nel 638, anche Betlemme fu sottomessa a questo nuovo potere. Il clima di tolleranza e convivenza tra musulmani e cristiani fu garantito dal gesto simbolico del Califfo che, dopo l'occupazione della città, entrò a pregare nella basilica davanti all'abside sud. Da quel momento la basilica divenne un luogo di preghiera sia per i cristiani che per i musulmani.


In un primo tempo convivenza e tolleranza tra le due religioni furono osservate, ma con il susseguirsi dei diversi califfati la situazione dei cristiani di Betlemme peggiorò notevolmente. Questo fino alle persecuzioni del 1009 da parte del Califfo fatimida el-Hakim, che ordinò la distruzione dei santuari di Terra Santa, preservando miracolosamente la Natività di Betlemme. 
Questo avvenne perchè il luogo aveva importanza anche per la religione islamica, essendo luogo di nascita di Gesù, che per i musulmani è il profeta Issa, ma anche perché la basilica ospitava una piccola moschea.

Il periodo crociato

Con il movimento crociato per la liberazione dei Luoghi santi cristiani inizia un nuovo periodo nella fase della storia della Terra Santa. A causa delle difficili condizioni vissute nei territori di Betlemme, i cristiani chiesero aiuto a Goffredo di Buglione, di stanza ad Emmaus.

L'arrivo dei crociati inasprì i rapporti tra musulmani e cristiani che speravano nella liberazione della città da parte dei cavalieri. Infatti, una centuria di cavalieri guidata da Tancredi conquistò la città che da quel momento visse un secolo d'oro in cui s’intensificarono i rapporti con l'Europa tramite scambi commerciali e pellegrinaggi.

I crociati diedero anche un nuovo aspetto alla città erigendo un monastero per i canonici Agostiniani, che oggi corrisponde al convento francescano, ai quali fu affidato il servizio liturgico nella Basilica e l'accoglienza dei pellegrini, mentre ai riti orientali venne concessa la possibilità di celebrare la propria liturgia. 
Il 24 dicembre 1100 Baldovino I venne incoronato primo re di Gerusalemme: da allora la città dipese direttamente dal Patriarca di Gerusalemme e divenne sede episcopale e centro diocesano.

Tra il 1165-1169 per volere del vescovo Rodolfo si procedette al restauro della basilica, con il contributo economico del re crociato Almarico I e dell'imperatore di Costantinopoli Manuele Porfirogeneto Comneno, come testimonia il pellegrino Focas. Questa collaborazione fu chiaro segno dell'unità tra le chiese d'Oriente e d'Occidente. Alla sconfitta dei crociati nel 1187 ad Hattin, in Galilea, da parte di Saladino, Salah al-Din ibn Ayyub, seguì una nuova occupazione di Betlemme.

La comunità latina residente in città abbandonò Betlemme, ritornandovi solo nel 1192, quando i musulmani consentirono ai latini di riprendere il culto attraverso il pagamento di un alto tributo. 

A seguito delle due tregue, una tra l'imperatore Federico II e il Sultano d'Egitto e l’altra tra il re di Navarra e il sultano di Damaso, Betlemme passò nuovamente sotto il Regno Latino di Gerusalemme tra il 1229 e il 1244. Il Regno durò poco più di un decennio perché nel 1244 l'invasione dei Carismini in Palestina destabilizzò nuovamente i territori.

Sicuramente la fama di Betlemme, come di tutti i Luoghi santi, ebbe un incremento anche grazie al viaggio di Francesco d'Assisi, che tra 1219-1220 si recò in oriente con altri 12 frati. Si è supposto che Francesco si fosse recato a Betlemme, perché la tradizione ricorda il famoso attaccamento del santo all'immagine del presepe, ma questo non è confermato da nessuna fonte storica. Comunque, è certo che il frate, entrato dal porto di Acri insieme ai Crociati, si recò in Egitto alla corte del sultano Malek al-Kamil che, colpito dalla sua personalità, gli accordò un salvacondotto per il viaggio in Palestina. Alcuni dei suoi compagni, già arrivati in Palestina negli anni precedenti, si fermarono a servizio della Chiesa in quella terra.

Il periodo mamelucco

Nel 1263 con l'invasione di Gerusalemme da parte dei Mamelucchi d'Egitto, il sultano Baybars cacciò i cristiani da Betlemme e abbatté le mura fortificate della città. 
In questo periodo i pellegrini poterono raggiungere la città solo dopo il pagamento di un contributo.

In seguito, con la caduta di Acri del 1291 e la fine del Regno latino di Gerusalemme, la Palestina rimase sotto i mamelucchi fino alla conquista dell'Impero Ottomano.

I Francescani a Betlemme

I frati minori, giunti già in Terra Santa agli inizi del XIII sec., si stabilirono definitivamente a Betlemme nel 1347. Questi occuparono un convento dei canonici agostiniani, esiliati dai mamelucchi, come testimonia Fra Niccolò da Poggibonsi, che giunse in Terra Santa proprio in quell'anno. 

Il sultano donò ai Frati della corda (così ricordati nelle cronache e nei documenti antichi) la proprietà della basilica e della Grotta della Natività. 
Gli altri riti cristiani ottennero il permesso di celebrare la loro liturgia. Da quest'epoca in poi furono i francescani a rappresentare i religiosi di rito latino a Betlemme come in altri Luoghi santi. 

Nel 1479 si mise mano alla fabbrica per il rifacimento del tetto della Basilica grazie all'operosità dal guardiano Giovanni Tomacelli. Il legname fu offerto da Filippo il Buono di Borgogna e trasportato dall'Europa con navi veneziane, mentre il piombo fu donato dal re Edoardo IV d'Inghilterra, come testimonia fra Francesco Suriano.

Il periodo turco

Nel 1517 la Palestina fu annessa all'Impero Turco ottomano e il sultano Selim I abbatté i resti delle mura di Betlemme. La città cadde così in una lenta rovina e i cristiani oppressi e perseguitati lasciarono man mano il paese. I diritti di possesso e liturgici sulla basilica vennero divisi tra francescani e ortodossi, causa di continui scontri fomentati dal governo della Sublime Porta, che appoggiava alternativamente una o l’altra confessione, concedendo diversi privilegi.

Nel 1690 i frati francescani riuscirono a riacquistare i loro diritti, ma nel 1757 vi fu un nuovo e definitivo cambio di proprietà. 

Tra il 1831 e il 1841 il viceré d'Egitto Muhammed Alì e il figlio Ibrahim Pascià liberarono per un breve tempo la Palestina dal dominio dei Turchi. Con questa occasione i cristiani rivendicarono il diritto sulla città di Betlemme e, dopo anni di sottomissione e persecuzione, cacciarono i musulmani e distrussero il loro quartiere nel 1834. Da allora la maggioranza della popolazione della città resterà sempre cristiana.

Uno degli eventi più ricordati, che caratterizza il periodo di dispute tra le diverse confessioni, è la sparizione della stella, posta dai latini nel luogo esatto della nascita di Gesù. Il fatto fu commesso dai greci ortodossi il 12 ottobre 1847 e provocò l'inasprimento dei contrasti tra le due confessioni. A causa di questi attriti il governo turco emanò un firmano, nel 1852, che sanzionava i diritti di proprietà esistenti nei santuari cristiani (Status quo), per cercare di mettere pace dopo secoli di scontri. 

La Sublime Porta, per rendere grazie ai paesi europei che contribuirono alla vittoria nella Guerra di Crimea contro la Russia, concesse ai latini maggiori libertà. In questo periodo iniziarono a stabilirsi in Palestina molte congregazioni religiose che si occupavano delle scuole, degli ospedali e degli ospizi. L'arrivo di molti occidentali lasciò un segno visibile tutt'oggi nella città. Nel 1859 i francescani acquistarono "Siyar al-Ghanam", il Campo dei Pastori, dove a seguito di scavi archeologici furono rinvenuti resti di costruzioni di epoca bizantina. 

Dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, nel 1922 la Palestina fu sottoposta al protettorato della Gran Bretagna su base di accordi internazionali.

Periodo moderno

Dal 1948 Betlemme rientrò nei confini del regno Hashamita della Giordania e durante la guerra araboisraeliana molti arabi si spostarono nei territori e nei dintorni della città vennero costruiti dei campi per i rifugiati palestinesi. In questo momento la popolazione di Betlemme aumentò da 9 mila abitanti a 28 mila 2006: i cristiani che fino ad ora erano la maggioranza della popolazione persero la loro superiorità numerica.

Tra 1953-1954, su progetto di Antonio Barluzzi, iniziò la costruzione del nuovo santuario per il Campo dei Pastori, mentre tra 1962-1964 viene commissionato il restauro generale delle grotte francescane attigue alla Grotta della Natività in preparazione al pellegrinaggio di Papa Paolo VI che nel gennaio del 1964 visitò il luogo santo. 

Nella guerra dei sei giorni del 1967 in cui Israele invase Egitto, Giordania e Siria, la città di Betlemme passò sotto l'occupazione israeliana. Con la prima intifada scoppiata nel dicembre 1987 venne sconvolto ulteriormente l'assetto di questi territori. Ne consegue l'inizio del processo di pace che 1991 vede la nascita e il riconoscimento dell'Autonomia Palestinese.

La situazione si presenta sempre instabile nel territorio di Betlemme. Continuano gli scontri tra popolazione araba e forze israeliane. La città passò definitivamente a far parte dell'Autonomia Palestinese il 21 dicembre del 1995.

Nel marzo del 2000 con l'apertura dell'anno giubilare si ebbe il celebre pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II a Betlemme, durante il quale venne celebrata una Santa Messa sulla piazza della Mangiatoia con successiva visita privata alla Grotta della Natività.

Nel maggio del 2007 si ha una importante scoperta archeologica per la storia di Betlemme dei tempi di Gesù, infatti il prof. Ehud Netzer annunciò il ritrovamento della camera funerario di Erode il Grande nel palazzo-mausoleo dell'Herodion. 

Con il pellegrinaggio del 2009 di Papa Benedetto XVI e di Papa Francesco nel 2014 viene ridata vita ai cristiani del luogo.

Data nascita Gesù

E’ ormai pensiero comune degli storici e degli studiosi che l’anno di nascita di Gesù Cristo non sia stato correttamente calcolato. Si parla di un errore fatto dal monaco Dionigi il piccolo che, tra V-VI sec., fu incaricato da Roma di proseguire la compilazione della tavola cronologica per il calcolo delle data della Pasqua, preparata al tempo del vescovo Cirillo. Il monaco prese come punto di partenza la data dell’incarnazione del Signore. 

Lo sbaglio di Dionigi stette nel fatto che il monaco calcolò la nascita di Gesù dopo la morte di Erode, ovvero 4 o 6 anni dopo la data in cui sarebbe veramente avvenuta, che corrisponderebbe all'anno 748 dopo la fondazione di Roma. Ma Giuseppe Flavio testimonia che la morte di Erode I il Grande avvenne dopo 37 anni del suo regno e, considerando che salì al trono nel 40 a.C., l’anno della sua morte sarebbe da far coincidere con il 4 a.C.

Lo conferma un altro evento astronomico, che il cronista ricorda prima della morte del monarca, e cioè quello di un’eclissi lunare che sarebbe avvenuta tra l’11 e il 12 aprile del 4 a.C. Per cui, se la data di morte di Erode è da assegnare al 4 a.C., Gesù non può essere nato oltre questo anno.

Per quanto riguarda il mese e il giorno della nascita, invece, molti aspetti portano a una loro veridicità. L'analisi parte da due fonti: il Vangelo di Luca e il calendario solare rinvenuto a Qumran. Luca dice che l’Angelo Gabriele annunciò a Zaccaria che Elisabetta era incinta, mentre “esercitava sacerdotalmente nel turno del suo ordine” (Lc 1, 8). E' stato possibile calcolare le 24 classi in cui erano divise le famiglie sacerdotali e risalire all’ottava classe di Abia, alla quale apparteneva il sacerdote Zaccaria. Egli svolse servizio presso il tempio dall’8° al 14° giorno del terzo mese e dal 24° al 30° giorno dell’ottavo mese. Quest’ultima data corrisponde alla fine di settembre, nove mesi prima del 24 giugno, ossia della data di Nascita del Battista. 
Così, anche l’annuncio alla Vergine Maria “nel sesto mese” (Lc 1, 28) dal concepimento di Elisabetta, corrisponderebbe al 25 marzo. Di conseguenza si può considerare storica anche la data di nascita di Gesù, il 25 dicembre.

Nonostante questo è pensiero comune che la tradizione della Chiesa abbia stabilito la data della solennità della nascita di Gesù in corrispondenza della festività pagana del Dies natalis solis invicti. Questa  cadeva il 21 dicembre, giorno del solstizio d’inverno. Probabilmente le due festività furono fatte coincidere per sostituire il culto pagano e divulgare velocemente quello cristiano. Ma è anche evidente che una festa così centrale non poté essere stabilita solo per motivi di sincretismo ma che doveva avere alla base delle solide radici storiche. E’ anche vero che il passaggio dalla festività pagana a quella cristiana fu molto facile, perché la tradizione biblica parla del Messia come di un sole e di una luce: “verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge” (Lc 1, 78).

San Girolamo

Nato a Stridone in Dalmazia nel 347, Girolamo rappresenta uno dei maggiori esponenti del monachesimo ascetico, non che dottore della Chiesa. La sua formazione avvenuta in primo luogo nella sua famiglia di fede cristiana, lo portò a conseguire gli studi prima a Milano e poi a Roma alla scuola dei celebri retori Donato e Rufino di Aquileia. Il fascino della città eterna lo attrasse sia per la vita di studi che per quella mondana. Ma alla ricerca di una profonda conversione e della vita ascetica dedicata alla contemplazione, dopo il battesimo avvenuto all'età di 19 anni, iniziò la sua vita ritirata.

Terminati gli studi e recatosi a Treviri per iniziare la sua carriera, scoprì la bellezza dell'esperienza monacale. Così contro il volere della sua famiglia si ritirò ad Aquileia insieme all'amico Rufino. Da lì decise di recarsi in Oriente, nella culla del monachesimo, alla ricerca di un'esperienza ancora più ascetica e si fermò ad Antiochia presso il vescovo Evagrio, dal quale imparò la lingua greca. In questo periodo fece un'esperienza ascetica e spirituale molto forte, sia per l’assidua lettura della Parola di Dio, che per la grave malattia che lo colpì. Dopo questa forte e profonda esperienza Girolamo scelse di recarsi nel deserto di Calcide ai confini della Siria e iniziò una dura vita da anacoreta. In questo periodo imparerà l'ebraico per leggere in lingua originale l'Antico Testamento.

A seguito della sua esperienza nel deserto, che lo segnò ancora più profondamente, fu incaricato di tradurre la Sacra Scrittura. Il risultato del suo lavoro, in cui profuse tutto il suo talento, risultò un dono prezioso per la Chiesa d'Occidente. La sua Bibbia, chiamata Vulgata, resta fino a oggi il testo ufficiale garantito dall'autorità della Chiesa. Dopo una breve esperienza, precenobitica a Roma presso l'Aventino, si ritirò a Betlemme dove visse gli ultimi anni della sua vita, e dove poté portare avanti il suo lavoro di traduzione della Bibbia.

A Betlemme fu raggiunto da Paola e la figlia Eustochio, due patrizie romane, che garantirono una ricca somma con la quale vennero costruiti due monasteri, uno maschile e l'altro femminile, un ospizio per i pellegrini e una scuola monastica. Questa fu la prima esperienza di insediamenti monastici nelle prossimità della Grotta della Natività. Anche se non è chiara la posizione dei complessi monastici, è certo che Girolamo si raccogliesse in meditazione e preghiera nelle grotte prossime alla Santa grotta. Emblematica della sua spiritualità è la riflessione sulla mangiatoia della Grotta della Natività che, per dare al luogo una degna sistemazione, era stata sostituita già a quel tempo con una vasca di argento: 

"Potessi vedere ancora quella mangiatoia dove fu deposto il Signore. Ora noi, come se questo fosse ad onore di Cristo, abbiamo tolto quella di fango e ne abbiamo messa una d’argento; ma, per me, era molto più preziosa quella che è stata tolta. Argento e oro convengono al paganesimo, alla fede cristiana conviene che sia di fango quella mangiatoia! Colui che là è nato, in quella mangiatoia, disprezza l’oro e l’argento. Non intendo condannare chi ha fatto questo pensando di rendere onore a Cristo (non condanno neppure quelli che fecero le suppellettili d’oro per il tempio) però ammiro di più il Signore che, pur essendo il creatore del mondo, non nasce in mezzo a oro e argento ma nel fango." (Girolamo, Omelia per la Natività del Signore [fine IV sec. d.C.]) 

[" O si mihi licere illud praesepe videre, in quo Dominus iacuit! Nunc nos Xpisti quasi pro honore tulimus luteum, et posuimus argenteum: sed mini pretiosius illud est quod ablatum est. Argentum et aurum meretur gentilitas: Xpistiana fides meretur luteum illud presepe. Qui in isto praesepe natus est, aurum condempnat et argentum. Non condempno eos qui honoris causa fecerunt (neque enim illos condempno qui in templ0 fecerunt vasa aurea): sed admiror Dominum, qui creator mundi non inter aurum et argentum, sed in luto nascitur."] 

Questo brano mette in luce il desiderio di riconoscere l'umiltà e la semplicità dell'Incarnazione del Cristo, che fu posto in una mangiatoia semplice non di materiali preziosi, che evidenzia la grandezza dell’evento dell’incarnazione.

Dopo la morte di Paola ed Eustochio, e dopo l'arrivo dalla notizia della presa di Roma da parte di Alarico, Girolamo subì un crollo morale e l’aggravamento dello stato di salute. Rimasto ormai solo nel suo monastero diroccato e minacciato dai continui saccheggi, si dedicò all'accoglienza di coloro che raggiungevano il luogo e che necessitavano di rifugio e ospitalità. 
Il 30 settembre del 420 morì dopo un periodo di forti sofferenze fisiche, lasciando alla chiesa il tesoro inestimabile dei suoi scritti.

Diritti sul terreno

Il santuario, non menzionato da Clemente VI nelle due bolle del 1342, venne concesso ai francescani dal sultano al-Muzaffar Hajji tra il 1346 e il 1347, come ci tramanda il cronista francescano Nicolò da Poggibonsi. Non esiste un firmano che ufficializzi questa cessione, ma ne è conferma la citazione nel firmano di Bersabai del 1427. 
E' molto probabile che fu Pietro IV re di Aragona a richiedere al sultano d'Egitto il santuario, come viene da lui esplicitamente scritto in due lettere, una indirizzata al sultano e una a Papa Innocenzo VI.

Nel 1558 i capi musulmani e cristiani di Betlemme attestarono che i luoghi di sepoltura della città appartenevano ai Francescani e col'Hogget del maggio 1566 il tribunale di Gerusalemme stabilì che tutto il santuario della Natività fosse in possesso dei religiosi franchi, i quali poterono gestire l'apertura e la chiusura della Basilica. La Grotta della Natività, ceduta in proprietà ai greci, venne restituita ai latini nel 1690. I francescani posero nel 1717 una nuova stella d'argento sul luogo della Natività.

Con l’emanazione dello Statu quo la questione sulla proprietà si stabilizzò. A causa dei continui scontri tra le diverse confessioni fu stabilito dalla Sublime Porta che un militare montasse di guardia presso l'altare della Natività. Il decreto è mantenuto fino ad oggi dalle autorità governative.

Fasi degli scavi

  • 1932: primi sondaggi sul piazzale antistante il santuario - W. Harvey, E.T. Richmond, H. Vincent, R. W. Hamilton; 
  • 1934: sondaggi interni al santuario - W. Harvey, E.T. Richmond, H. Vincent, R. W. Hamilton riportarono alla luce elementi appartenenti all'edificio sacro costantiniano del IV sec., in particolare i mosaici della navata centrale e la zona presbiteriale in forma ottagonale. Ne conseguì una fitta letteratura che gli archeologi produssero a seguito degli scavi, tra cui: W. Harvey in "Archaeologia", v. 87 (1937), E. T. Richmond in "QDAP", vv. 5 e 6 e P. Vincent in "Revue Biblique", (1936-1937), J. W. Crowfoot in "Early Churches in Palestine" (Londra 1941), R. W. Hamilton in "The Church of the Nativity", Bethlehem (Gerusalemme 1947).
  • 1947 p. Bagatti prese in esame la zona del terreno francescano adiacente la basilica bizantina, e il chiostro di S. Girolamo, all'epoca sottoposto a restauro generale. Ne consegui il ritrovamento dei resti di periodo crociato. P. Bagatti spiegò le fasi di studio e di scavo nel volume "Gli Antichi edifici sacri di Betlemme" (Gerusalemme 1952), che resta una delle ultime pubblicazioni complete sugli elementi archeologici del santuario e le zone circostanti.
  • 1962-1964 scavi sul terreno del convento da parte di p. B. Bagatti: grotte confinanti con la Grotta della Natività.

Padre Bellarmino Bagatti

Padre Bagatti nacque a Lari (Pisa) l’11 novembre 1905 e morì nel convento di S. Salvatore a Gerusalemme il 7 ottobre 1990. Vestito l’abito religioso a 17 anni nella Provincia di San Francesco sul Monte della Verna in Toscana, fu ordinato sacerdote a 23. Riconosciute le sue doti scolastiche fu inviato nel 1931 presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in Roma, dove consegui brillantemente il titolo di dottore nel 1936.

Nel frattempo iniziò la sua carriera d’insegnante presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, insegnando topografia e archeologia cristiana. 
Insieme al p. Sylvester Saller avvio la serie “SBF Collectio Maior” (1941) e insieme a Donato Baldi fondò la rivista “SBF Liber Annuus” (1951). Assunta la direzione dello Studium ampliò i programmi e aumentò il numero dei docenti. Inoltre fu insegnante presso lo Studio Teologico di Gerusalemme.

Ricevuti molti riconoscimenti accademici, partecipò a convegni internazionali di Archeologia, Sacra Scrittura, culto della Vergine, San Giuseppe, letteratura apocrifa. 
Tra gli scavi da lui compiuti possiamo elencare: il cimitero di Commodilla a Roma (1933-1934); il Santuario delle Beatitudini (1936); Visitazione ad En Karem (1938); Emmaus-Qubeibeh (1940-1944); Betlemme (1948); Dominus Flevit sul Monte degli Olivi (1953-1955); Nazaret (1954-1971); Monte Carmelo (1960-1961); Monte Nebo (1935); Khirbet el-Mukhayyat. 

La sua vocazione di insegnate lo spinse ad intraprendere iniziative formative innovative per la crescita dei suoi frati, come a esempio il “Corso di aggiornamento biblico-teologico” che dal 1969 prosegue fino ai giorni nostri.

Il suo contributo scientifico ha permesso che i Luoghi santi, non fossero più considerati solo pie tradizioni francescane, ma che la comunità scientifica internazionale li riconoscesse quali siti archeologici che conservano la memoria antica delle prime comunità giudeo-cristiane. 
In particolare l’intervento di Bagatti negli scavi di Betlemme vide lo studio delle zone del convento e quelle vicine alla Grotta della Natività. Il suo apporto scientifico fu relativo alla riformulazione e precisazione della natura dell’ottagono di epoca costantiniana, scoperto in seguito agli scavi inglesi degli anni ’30.

Arrivo alla Basilica

Percorrendo la via della Stella, come fecero i Magi d'Oriente e a loro volta i pellegrini, verso il Luogo santo della Natività di Gesù, in lontananza, prima di arrivare al piazzale dell'attuale basilica, si scorge l'incanto di un Luogo che da secoli richiama milioni di visitatori venuti da tutto il mondo per adorarlo.
Giungendo presso il piazzale lastricato antistante la basilica, si apre la visione del santuario della Natività. A prima vista non è facile comprendere la struttura architettonica del complesso basilicale, che è passato attraverso secoli di storia e di trasformazioni . L’edificio risale al VI sec. ed è opera degli architetti dell’imperatore bizantino Giustiniano, che volle ricostruire la basilica del IV sec. distrutta dopo la rivolta dei Samaritani, come è testimoniato da Eutachio, patriarca di Alessandria nel 876.
Osservando la facciata è possibile distinguere alcune delle parti che costituiscono il complesso della basilica e gli edifici annessi. L'aspetto di fortezza è la conseguenza dall'esigenza, manifestatasi nei secoli, di rendere sicura la struttura e le abitazioni dei religiosi che custodivano la basilica. Guardando la facciata, le mura sulla destra recintano il monastero armeno e quello greco, mentre a sinistra si trovano le costruzioni moderne del Casa Nova e del Convento francescano di epoca crociata.

In epoca costantiniana il piazzale attuale era parte dell’atrio della basilica e si presentava come uno spazio aperto e ampio. Questo è stato confermato dagli scavi che hanno riportato alla luce il perimetro della basilica del IV sec. Davanti all'ingresso sono state ritrovate delle cisterne di cui si possono riconoscere, sul lastricato, le bocche di apertura: vi si raccoglieva l'acqua piovana che veniva usata per i riti e per la vita quotidiana dei monasteri.

Attualmente il piazzale è circondato da un muro perimetrale collegato al monastero armeno, che si trova nella sommità del lato a sud-ovest. Il muro che si estendeva al lato ovest del piazzale finiva con un grande portale, che serviva da ingresso e delimitava la zona degli edifici sacri dal termine del villaggio. La presenza della porta ormai distrutta è testimoniata dai resti delle fondamenta e dai disegni di Bernardino d'Amico (XVI sec. )e del Mayr (XVIII sec.).

La facciata, la cui composizione si presenta poco chiara a causa delle continue modifiche, appartiene alla struttura di epoca giustinianea. 
L’attenta osservazione consente di scorgere tre porte d'ingresso, che sono state nel tempo tamponate da muratura. La facciata bizantina si doveva presentare maestosa e imponente con tre portali d’accesso alle rispettive navate.

Diversamente dall’edificio costantiniano, la facciata bizantina, preceduta dal nartece, fu spostata in avanti dello spazio di un intercolumnio. La piccola porta d'ingresso è il risultato delle riduzioni che nel tempo furono apportate: si riconosce facilmente la grande porta centrale, di età bizantina, con architrave orizzontale e con pietre disposte in diagonale. 
Con la venuta dei crociati la porta venne ridimensionata nello stile proprio dei cavalieri occidentali, per motivi di difesa del Luogo santo. Ne è testimonianza visibile il resto dell'arco a sesto acuto che si individua nella muratura.

In epoca Ottomana le dimensioni del portale furono ridotte ulteriormente creando l'attuale porta d’ingresso, realizzata per impedire l'accesso a coloro che volevano dissacrare il luogo di culto. Questo, in qualche modo, fa riflettere sulle alterne fasi della cristianità a Betlemme: periodi in cui la libertà di culto garantiva il riconoscimento della fede cristiana e altri in cui le persecuzioni e le intolleranze rendevano difficile la vita dei cristiani locali.

Le altre due porte bizantine, ormai coperte dai muri perimetrali della basilica e dai contrafforti posti in facciata in epoca crociata, permettono di intuire la maestosità e la bellezza della basilica bizantina e lo stupore che alla prima vista doveva suscitare su coloro che giungevano in pellegrinaggio.

Ingresso alla Basilica

Entrando dalla piccola porta si può accedere alla zona definita tecnicamente nartece, realizzato in età bizantina. Il nartece, nella tradizione cristiana antica, era l’area che aveva funzione di ingresso agli spazi sacri, destinata ai catecumeni che in alcuni momenti delle celebrazioni non potevano entrare nella basilica.

In epoca costantiniana non esisteva il nartece, ma un atrio che svolgeva una funzione simile, strutturato in maniera più ampia e aperta.

I due campanili costruiti in epoca crociata furono menzionati per la prima volta nell'itinerario di G. di Maundeville nel 1322 e vennero costruiti sicuramente in epoca crociata. Posti alle estremità del nartece, corrispondono oggi all'ingresso del convento armeno e alla cappella del convento francescano di Sant'Elena.

Avevano sia funzione di campanile che di torre di guardia a controllo del territorio. L'epoca di costruzione delle due strutture è confermata dagli spazi rimasti intatti ai piani inferiori, che sono caratterizzati da elementi architettonici crociati, come le arcate a sesto acuto.

Il pellegrino Bernardino di Nali (XV sec.) li descrisse, nelle sue memorie, come delle strutture molto eleganti. E’ impossibile pensare che vi fossero appese delle campane perchè, come ricorda p. Felix Faber (1480-83), i Saraceni non permettevano ai cristiani di avere campane. I campanili che si vedono oggi sono costruzioni successive facenti parte dei monasteri greco-ortodosso e armeno-ortodosso.

L’attuale ingresso è modificato rispetto allo spazio originale ed è molto ridotto. Il pavimento è quello originale del VI sec., ma le pareti, coperte da intonaco, non restituiscono la loro bellezza originaria, perché l’intera basilica doveva essere rivestita di lastre di marmo bianco con venature.

Si suppone, sulla base degli studi di architettura bizantina, che il nartece fosse decorato non solo da marmo, ma anche arricchito con mosaici. Dopo i restauri, che saranno effettuati a breve, e con la rimozione degli intonaci, potrebbero tornare alla luce le decorazioni musive parietali. Lo spazio del nartece giustinianeo è diviso in quattro zone. 
In epoca crociata le aree alle due estremità opposte erano il piano inferiore dei campanili, torri che si alzavano su quattro piani.

Questi due spazi, caratterizzati da archi tipicamente crociati, sono ora adibiti uno a portineria del monastero armeno, l'altro a Cappella di Sant'Elena, proprietà dei frati francescani. Un quarto spazio, alla sinistra della porta d’ingresso, è utilizzato dai militari che presidiano e sorvegliano la basilica fin dall'epoca dei turchi. 
Nell'ingresso del monastero armeno le pareti sono state ripulite e restituite all’originale stato: sono evidenti i fori nelle pietre della muratura, utili all’ancoraggio dei marmi di rivestimento.

Tornando al nartece, è interessante mettere in risalto il portale di legno antico che ha più di 700 anni di storia, voluto dal re Armeno Hetum, figlio di Costantino, nel 1227, come si legge nell'iscrizione scolpita in lingua araba e armena. Questo a testimonianza delle buone relazione tra i Latini e la chiesa Armena.

Il portale di fattura finissima, ma mal conservato a causa dell'usura del tempo e della poca cura, presenta una decorazione floreale tipica dello stile armeno. Ora non è totalmente visibile perché coperto da impalcature, poste dal governo palestinese, a sostegno delle travi del tetto, seriamente compromesse a livello statico. L'intonaco sulle pareti del nartece non aiuta a comprendere la dimensione delle porte laterali, visibili solo dall'interno della basilica dove la muratura è stata scrostata dell’intonaco.

La zona descritta è un passaggio obbligatorio per tutti i pellegrini che vogliono accedere alla basilica dal piazzale e rappresenta una zona comune alle tre Comunità. Per questo motivo risultano molto complessi gli interventi di manutenzione che sarebbero necessari per il consolidamento della struttura.

Interno della Basilica

Al suo interno la basilica ha conservato tutti gli elementi architettonici del VI sec. L'imperatore bizantino al momento della visione del progetto non approvò le scelte fatte dall’architetto, e lo accusò di aver sperperato i fondi, condannandolo alla decapitazione. Nonostante l’insoddisfazione dell’imperatore, la struttura ha dimostrato di essere ben solida, arrivando intatta fino a oggi.

Il pavimento, in epoca costantiniana era completamente rivestito di mosaico finemente lavorato, com’è stato accertato dagli scavi del governo inglese nel 1932. I mosaici finemente lavorati presentano decorazioni geometriche e floreali. Tra questi si può mettere in evidenza il mosaico conservato a sinistra del presbiterio, dove sollevando la botola in legno, si può osservare il monogramma ΙΧΘΥΣ, dal greco pesce, che gli antichi utilizzavano per indicare il nome di Cristo. Oggi il pavimento è ricoperto da un semplice lastricato in pietra grezza, mentre in epoca bizantina era realizzato con lastre di marmo bianche con venature particolarmente accentuate, di cui ne rimane un esempio nella zona del transetto nord.

Il pavimento costantiniano andava leggermente in salita rispetto all'attuale, che si trova a circa un metro di altezza sopra il livello originario. Lo spazio interno, diviso da colonne in cinque navate, è scuro e poco illuminato. Nel VI sec. la basilica doveva essere totalmente ricoperta di marmo: restano le traccie dai buchi trovati nelle mura ripulite dall'intonaco, e che servivano per fissare i marmi alle pareti.

Il colonnato, che oggi finisce all’altezza della zona absidale, doveva proseguire creando un deambulatorio intorno alla Grotta della Natività. Questo tipo di struttura architettonica è stata usata in diversi Luoghi santi, specialemnte per i Martyria, perché secondo la tradizione il pellegrino, girando ripetutamente intorno al luogo, poteva acquisirne le grazie. Le colonne e i capitelli, di pietra rossa betlemita, sono quelle originali di epoca bizantina, opera di artigiani locali. I capitelli, di fattura raffinata, erano dipinti in colore azzurro. Sulle colonne sono rappresentate delle immagini di santi orientali e occidentali, religiosi e laici. Anche gli architravi sono di questa epoca, ma le decorazioni risalgono al periodo crociato e manifestano la somiglianza con quelle coeve del Santo Sepolcro.

Le alte pareti della navata centrale presentano decorazioni musive di grande pregio, databili al XII sec., opera di maestri orientali. I mosaici sono divisi in tre registri e rappresentano, partendo dal basso: la genealogia di Gesù, i concili e i sinodi locali e infine, in alto, una processione di angeli. Una testimonianza greca del IX sec. dice che in precedenza esistevano altre decorazioni musive risalenti al periodo bizantino. Tra queste è ricordata particolarmente la rappresentazione dei Magi che arrivano a Betlemme ad adorare Gesù, che decorava la facciata. E’ singolare la vicenda dei soldati persiani che invasero la città nel 614 d.C. e che, intimoriti dalla visione del mosaico, si dissuasero dal saccheggiare la basilica, che rimase incolume. Leggende diffuse posteriormente raccontano l'episodio con elementi miracolosi, come nel caso del pellegrino Jean Boucher.

I transetti che ancora conservano l'originale pavimentazione in marmo di epoca bizantina, sono oggi decorati da icone e arredi sacri della tradizione Greca-ortodossa (transetto destro) e Armena (transetto sinistro). Anche questa parte della basilica conserva decorazioni musive di scene evangeliche abilmente realizzate.

Il pavimento della prima basilica costantiniana era totalmente ricoperto da un tappeto musivo. Questo è noto grazie agli scavi che tra 1932-1934 furono eseguiti dal governo inglese. Il pavimento del IV sec. saliva in direzione della zona absidale, con un dislivello che variava tra i 75 cm e i 31 cm. In epoca bizantina, a seguito della variazione delle dimensioni della pianta della basilica, la pavimentazione fu coperta da un rivestimento di lastre di marmo bianco venato. Attraverso le botole aperte nel pavimento è possibile, ancora oggi, godere della visione degli antichi mosaici.

La fattura è veramente minuziosa e raffinata, soprattutto nella navata centrale. E’ stato calcolato l’impiego di 200 tessere ogni 10 cm2 di superficie, quando mediamente, nei comuni mosaici, la densità di tasselli è di 100 ogni 10 cm2. Il dato aiuta a comprendere la preziosità di queste decorazioni, dove la maggiore densità di tasselli permetteva di elaborare immagini raffinate e di riprodurre maggiori sfumature di colore. Il risultato è quello di una decorazione musiva molto dettagliata, rappresentativa dell’importanza del Luogo santo.

Questi mosaici, che ricoprivano la navata centrale e l'abside, raffigurano elementi geometrici e decorativi (svastiche, tondi, cornici con nastri intrecciati). Più rari gli elementi vegetali, come foglie di acanto e viti. 
Eccezionale è la rappresentazione di un gallo, nel transetto nord. L’assenza di figure animate è in rispetto della tradizione Medio Orientale che non usava figure animali o umane. 
Un elemento molto interessante della decorazione musiva, è conservato nell'angolo sinistro della navata centrale dove, aprendo la botola di legno, si può vedere un monogramma con le lettere ΙΧΘΥΣ. Il segno usato nell'antichità per indicare il nome di Cristo (acronimo delle parole: "Ιησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ", Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore), letteralmente significa “pesce”: questo è l'unico simbolo certo di cristianità del luogo. Un uso simile dell'acronimo veniva fatto in epoca classica all’ingresso delle case patrizie romane, assieme alla rappresentazione dei busti dei propietari. Per questo è stato ipotizzato che il simbolo segnasse il punto dell'antico ingresso alla zona sacra e alla "casa di Gesù".

Lo studio degli scavi inglesi ha portato all'ipotesi che l’accesso alla zona presbiteriale della basilica costantiniana avvenisse attraverso una scala che partiva precisamente dal punto in cui si trova il mosaico. Secondo padre Bagatti lo scalino usato per accedere alla zona presbiteriale fu sfondato per realizzare un’entrata diretta alla grotta.

La decorazione delle colonne, rimasta inosservata fino al 1891 quando padre Germer-Durant la studiò, rappresenta uno degli elementi più interessanti della decorazione interna. E' difficile riconoscere una continuità e un’organicità del progetto iconografico.

La tecnica utilizzata è quella dell'encausto, tecnica pittorica che imprime i pigmenti mescolati a cera con l’effetto del calore. Sia le mani degli artisti che il periodo di produzione sono diversi, per cui si pensa che i lavori venissero richiesti da singoli committenti a pittori diversi. E’ sicuro che tutte le immagini risalgano all’epoca crociata, epoca di passaggio di divisione tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Questo è confermato anche dalla presenza di Santi sia della tradizione occidente che di quella orientale (si veda la photogallery).

I riquadri, tutti posti sulle colonne della navata centrale e della prima fila di colonne a sud, sono contornati da una striscia di colore rosso o biancastro, mentre le figure dei Santi spiccano su sfondo turchino. Ogni santo ha il proprio nome scritto in un cartiglio in alto o posto tra le mani. La funzione di queste immagini venne descritta dal pellegrino Arculfo che testimoniò l’usanza di celebrare delle messe in prossimità delle colonne nel giorno del Santo. Per gli ecclesiastici del tempo, le colonne dipinte servivano a richiamare metaforicamente la presenza di quei particolari Santi nel luogo.

E’ pensiero diffuso, oggi come allora, che i Santi rappresentino coloro che sorreggono il peso della Chiesa: le immagini dei Santi sulle colonne trasmettono con forza e semplicità questo concetto a tutti i fedeli che visitano la basilica. Possiamo definire queste pitture “affreschi” con finalità votive, perché è molto probabile che servissero come attestazione di un pellegrinaggio portato a termine. Inoltre i committenti avevano chiaro che le pitture avrebbero contribuito all’abbellimento della chiesa.

La navata centrale si presenta particolarmente scura a causa della mancata manutenzione che negli anni ha compromesso lo stato del Santuario. Resta comunque affascinante l'effetto dei mosaici con i fondi dorati e le argentee incrostazioni di madreperla che un tempo ricoprivano tutte le pareti della basilica. Le decorazioni parietali, sicuramente di epoca crociata, disposte su fasce diverse, sono in parte ricoperte da intonaco.

L’ultima relazione dei sopralluoghi relativi il restauro della basilica ha evidenziato che le tessere dei mosaici sono state posate inclinate verso il basso, per far risaltare la bellezza del mosaico osservato da diversi metri più in basso. In questo modo il pellegrino che entra nella basilica riceve un forte impatto visivo, anche se sfavorevolmente condizionato dal cattivo stato di conservazione dei mosaici.

La testimonianza più diretta e precisa della decorazione è quella del padre Quaresmi che nelle Elucidatio Terrae Sanctae (1626) descrisse con minuzia di particolare tutti i mosaici parietali. 
Al primo livello, sul lato destro, sono rappresentati San Giuseppe e gli antenati di Cristo secondo il Vangelo di San Matteo, le cui iscrizioni sono in latino. Simmetricamente, secondo la testimonianza del Quaresmi, nel lato sinistro doveva essere rappresentata la genealogia secondo il Vangelo di Luca. Nella seconda teoria, intervallati da fasci di foglie d’acanto, sono rappresentati i sette Concili ecumenici (Nicea, 325; Costantinopoli, 381; Efeso, 431; Calcedonia, 451; Costantinopoli II, 553; Costantinopoli IIII, 680; Nicea II, 787), i quattro Concili Provinciali (Ancira , 314; Antiochia, 272; Sardica 347; Gargres, IV sec.) e i due Sinodi Locali ( Laodicea, IV sec.; Cartagine, 254). 
Ogni concilio è rappresentato da un edificio sacro e spiegato con l'aiuto di un cartiglio in cui si esplicita la decisione presa in quella occasione. Nel livello più alto delle teorie troviamo la raffigurazione di Angeli in processione, diretti verso la Grotta della Natività, con fattezze femminili e vestiti di tuniche bianche. Ai piedi di uno di questi Angeli è stata rinvenuta la firma del mosaicista “Basil” di probabile origine siriana. 
Nella crociera della basilica, oggi si possono ancora osservare scene desunte dai Vangeli canoni: l'incredulità di Tommaso, che sembra quella meglio conservata, l'Ascensione e la Trasfigurazione a nord; l'entrata di Gesù a Gerualemme a sud. 
Nel catino dell’abside principale, secondo la testimonianza del Quaresmi, doveva essere rappresentata la figura della Vergine con il Bambino e nell'arco absidale l'Annunciazione di Maria, tra i profeti Abramo e Davide. 
Sulle mura sottostanti si succedevano scene della vita della Madonna, tratte dagli scritti apocrifi.

In contro facciata, sopra il portale d’ingresso, era rappresentato l'Albero di Iesse con Gesù e i profeti. Il mosaico è ora coperto dall’intonaco bianco. Il pellegrino Focas nel 1168, dice di aver visto nella chiesa l'immagine del suo imperatore bizantino, Costantino Porfirogenito: questo precisa che anche dopo lo scisma del 1154, quando la basilica era sotto il controllo dei Crociati, esistevano strette relazioni tra le Chiese d'Oriente e d'Occidente. 
Un’iscrizione, fatta nell’abside principale, menziona insieme i nomi di Manuele Comneno e Manrico di Gerusalemme, perciò i mosaici devono essere stati realizzati prima del 1169, nelle ultime decadi della presenza crociata in Palestina che termina nel 1187. I committenti sono sia il re crociato di Gerusalemme che l’imperatore bizantino: un esempio di collaborazione che è praticamente unico nella storia e che esalta l’importanza che aveva al tempo il Santuario.

Gli ultimi studi effettuati dopo i rilievi per i restauri, hanno sollevato una nuova questione relativa all’origine delle maestranze impiegate nei mosaici. L’ipotesi punta l’attenzione sulla possibilità che siano stati degli artisti locali a lavorare al progetto decorativo, come avveniva normalmente, per motivi di praticità. Le firme dei mosaicisti, Efram e Basil, nomi di sicura origine siriana, sono un buon indicatore per l’attribuzione delle maestranze. E’ anche possibile ipotizzare che siano intervenuti dei maestri o dei progettisti greci, ma è anche chiaro che chi ha elaborato queste decorazioni conosceva bene i grandi monumenti della Terra Santa, realizzati da artisti provenienti da occidente. 
Per esempio, nella fascia decorativa della navata che separa i Concili dalle grandi figure degli angeli in alto, dove sono le finestre, c’è una stretta fascia decorativa in cui compare una maschera animale tipica dell’arte romanica europea. Quindi, nei mosaici di Betlemme si riscontra questo rapporto stretto tra arte bizantina e arte occidentale, armonizzate insieme.

Le ultime ricerche affermano che, dal punto di vista musivo, nella basilica è contenuta la più grande esperienza artistica di epoca crociata, che si produsse nell’incontro tra arte bizantina e crociata. I mosaici presentano così il “volto” Ecumenico, che la basilica della Natività di Gesù è ancora oggi per coloro che la visitano: il punto di unione tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente.

L'iconostasi greca posta sul presbiterio risale al 1764. Questa area sovrastante la Grotta, nella primitiva basilica bizantina era di forma ottagonale, come è stato rilevato dagli scavi del 1932-1934. 
Secondo le indagini e le ricostruzioni, nel IV sec. dalle scalinate che seguivano il perimetro ottagonale delle mura perimetrali si poteva accedere al presbiterio. In questa zona della basilica all'interno del perimetro dell'ottagono, sotto l'attuale pavimento, sono state rinvenute decorazioni a mosaico simili a quelle della navata centrale, ma molto più ricco con raffigurazioni animali e vegetali e con elementi geometrici. 
La zona sacra descritta è quella che subì più trasformazioni in epoca giustinianea. Tutta l’area absidale fu ampliata in tre direzioni con l’aggiunta di tre ampie absidi in forma di croce. 
Il baldacchino fu sostenuto da un vero e proprio presbiterio di forma lunare collocato al centro dell’area, in modo da far circolare liberamente i pellegrini intorno al Luogo santo. In questa occasione venne trasformato l’ingresso alla grotta e furono create due entrate.

Le Grotte

Le grotte sotterranee attigue alla Grotta della Natività, sono molteplici e articolate. Questa zona, destinata già nell'antichità ad uso funerario, ha mantenuto nel tempo questa vocazione. La grotta più ampia e vicina al Luogo della Natività è quella detta di S. Giuseppe, divisa in due spazi e comunicante con il Convento dei francescani.

Da questa è anche possibile accedere alla Grotta Santa tramite un passaggio privato dei latini, usato per la Processione Quotidiana al Luogo della Natività. Dando le spalle all'altare di S. Giuseppe, sulla destra si trovano due piccole grotte, la seconda delle quali è dedicata ai Santi Innocenti. Frontalmente è conservato un arco pre-costantiniano, appartenente a una cella funeraria, sfondato all'epoca di Costantino per costruire le fondazioni dell’edificio.

Si ipotizza che questo punto della grotta sia l'ingresso originario della spelonca, da qui poteva intravedersi nel fondo la scena del Santo Presepio. Sulla destra sta il passaggio per la grotta di San Girolamo e Santa Paola ed Eustachio: qui furono rinvenute le tombe dei santi insieme a 72 sepolcreti di diverse epoche, ora conservati tutti all'interno di un unico sepolcro.

L'ingresso è oggi posto lateralmente al luogo della nascita di Gesù, ma si ipotizza che nel IV sec. fosse collocato davanti, nella zona presbiteriale. Le piccole facciate dei due ingressi laterali risalgono al tempo dei crociati. 
Scendendo la scala posta sulla destra dell'iconostasi si entra dentro la Grotta della Natività. Qui lo spazio è molto stretto e angusto e le mura, originariamente irregolari, formano un perimetro quasi rettangolare.

Le pareti naturali della grotta abbellite in epoca costantiniana, furono ricoperte di marmo in epoca bizantina. S’iniziò a venerare l'altare della Natività solo quando in epoca bizantina fu creato questo spazio in ricordo del luogo preciso della nascita di Gesù. 
L’attuale struttura è ormai totalmente modificata da quella descritta dal pellegrino Focas e dall'Abate Daniele nel XII sec. Due colonne in pietra rossa e l'iscrizione «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus» sovrastano l'altare, sopra al quale sono rappresentati la Vergine e il Bambino in fasce, la scena del lavacro e quella della venuta dei pastori. Sotto l'altare è posta la stella con l'iscrizione latina: «Hic de Virgine Maria Iesus Christus natus est» in ricordo del luogo preciso della Natività. 

A destra dell'altare sta il luogo dove Maria pose Gesù dentro la mangiatoia, detto anche "del Presepio". In questo punto della Grotta il pavimento è più basso e il vano è costituito da colonne simili a quelle bizantine della navata centrale della basilica e da resti di due colonne crociate. Di fronte al Presepio c'è un piccolo altare dedicato ai Magi, dove i latini celebrano la Santa Messa. La struttura del presepio non è originale ma è il risultato di ritocchi derivati dalla continua usura del tempo e del passaggio dei pellegrini. 

Dopo l'incendio del 1869 le pareti della Grotta furono ricoperte di amianto per prevenire gli incendi, donato dal Presidente della Repubblica Francese, il Maresciallo MacMahon, nel 1874. Al disotto del rivestimento sono ancora visibili i marmi crociati originari; mentre al di sopra si possono vedere dei dipinti su tavola.

Seguendo il percorso della Processione Quotidiana, uscendo dalla Grotta della Natività attraverso il cunicolo costruito dai francescani per garantire un passaggio diretto al Luogo santo, si accede alla Grotta di San Giuseppe. Questa, rivisitata in stile moderno dall'architetto Farina, doveva essere l’antro più vicino al Luogo della Natività.

Uscendo dal cunicolo si trova sulla destra l'altare di S. Giuseppe. Frontalmente sono conservate le fondazioni di un muro costantiniano e un arco pre-costantiniano che attestano come già tra I-II sec. il luogo fosse usato come sepolcreto “ad sanctos”. Infatti, l'abitudine di seppellire i morti vicino ai Luoghi santi era usanza comune, anche in occidente, per esempio a Roma.

Uscendo dalla zona sotterranea per entrare nella Chiesa di Santa Caterina, è possibile attraversare le mura di appoggio delle tre successive ricostruzioni dell'abside, una di epoca costantiniana e due diverse di età bizantina, una delle quali risulta un tentativo progettuale non realizzato.

Mantenendo le spalle all'altare di S. Giuseppe si apre, alla destra, la Grotta degli Innocenti, dove sono visibili tre arcosoli sotto i quali erano conservati dai due ai cinque sepolcreti.

Qui viene fatta memoria della Strage degli Innocenti provocata da Erode il Grande poco dopo la nascita di Gesù. Nei primi secoli, la memoria degli Innocenti era ricordata nella grotta vicina, che doveva essere una fossa comune in cui furono rinvenute molte ossa di cadaveri.

Nella grotta di passaggio tra la Grotta di San Giuseppe e quella di San Girolamo, troviamo due altari: uno è dedicato alle sante Paola ed Eustochio, madre e figlia seguaci di Girolamo, e l’altro ai santi Girolamo ed Eusebio, teologi e Padri della Chiesa.

Nel muro a destra del primo altare sono collocati tre sepolcri, disposti come era nello stile delle sepolture romane nelle campagne laziali. Questo aspetto potrebbe dare credito all'idea che fossero presenti a Betlemme dei fedeli delle comunità latine, che mantennero l'abitudine di seppellire come nell’uso romano delle catacombe, dove i corpi venivano deposti in nicchie all’interno della parete. 
Dall'ultima grotta, intitolata a San Girolamo per la sua assidua frequentazione orante di questo complesso di grotte, è possibile accedere direttamente al Chiostro crociato attraverso delle scale interne.

Costruzioni intorno alla Basilica

Il complesso monumentale degli edifici sacri, di cui la basilica della Natività è il cuore, copre un'area di circa 12 mila m2 , e comprende, oltre alla basilica, i conventi latino (Nord), greco (Sud-Est), armeno (SudOvest) e la chiesa cattolica di S. Caterina di Alessandria con il chiostro di S. Girolamo.

La Chiesa di Santa Caterina è accessibile per tre vie: tramite il transetto nord della Basilica della Natività, attraverso le grotte sotterranee, passando per il Chiostro di San Girolamo. La Chiesa, che appartiene al complesso del convento crociato, ha subito notevoli trasformazioni negli anni, ultima tra tutte quella fatta in occasione del giubileo dell’anno 2000.

Il luogo dedicato a Santa Caterina d'Alessandria già dal 1347, inizialmente era solo una piccola cappellina interna al Convento francescano, che corrisponde oggi allo spazio dell'altare dedicato a Santa Caterina. L'antica struttura descritta dalle piante di Bernardino Amico, è ora modificata definitivamente e lo spazio è stato ingrandito nel tempo.

L'attuale edificio sacro è molto spazioso e luminoso, costituito da tre navate con abside sopraelevato in cui è posto il coro dei frati. Nell'abisde è rappresentata la scena della Natività su vetrata, fatta in epoca moderna, risalente alle modifiche dell’anno 2000. In fondo alla navata di destra è posto l'altare dedicato a Santa Caterina; ancora dallo stesso lato, in uno spazio che rientra, troviamo l'altare della Vergine con la statua del bambin Gesù, risalente al XVIII sec, usata durante le celebrazioni delle solennità natalizie a Betlemme.

Meritano una nota particolare gli archi crociati ancora conservati all’ingresso della chiesa, ormai inglobati nella struttura, che facevano parte del chiostro detto anche di San Girolamo. In questo spazio è conservato il basso rilievo donato dal Papa in occasione del Giubileo del 2000.

Il Chiostro di San Girolamo, chiamato così per l'accesso diretto alla grotta dedicata al Santo, fu restaurato dall’architetto Antonio Barluzzi nel 1947. Per l’occasione l'architetto aiutò p. Bagatti nei rilevamenti archeologici delle grotte sottostanti. Per restaurare il chiostro fu necessario inserire colonne sostitutive per il sostegno della struttura.

Questo inserimento fu fatto nel rispetto della conservazione della struttura: un chiaro esempio sono i capitelli moderni, semplici e lineari, che si alternano a quelli crociati più ricchi nelle decorazioni. 
Entrando dal Chiostro si accede alla cappella di S. Elena, ricavata nella base del campanile crociato, con affreschi del XII sec, poco conservati ma stilisticamente molto interessanti.

Lungo il chiostro, sulla destra, è visibile una porta d’accesso alla basilica usata dai Latini per gli ingressi ufficiali del Papa, perché il diritto di ingresso dalla porta principale è dato solo al Custode di Terra Santa e ai Patriarchi. 
Sul lato opposto sta l'ingresso al Convento francescano, ampliato rispetto a quello crociato di cui restano la sala d'ingresso con archi a sesto acuto, le mura perimetrali con l'accesso al lato nord al convento, il deposito e le cisterne, alcune anche di epoche più antiche. Attraverso i sotterranei del convento è possibile accedere al luogo che la tradizione attribuisce al Lavacro di Gesù.

Entrando nel Chiostro di San Girolamo e dirigendosi verso la Basilica, è possibile accedere tramite una piccola porta alla Cappella comunemente chiamata di Sant’Elena.

In periodo crociato il nartece giustinianeo fu suddiviso e uno di questi luoghi fu adibito a cappella. Questa presenta elementi dell’architettura crociata e affreschi medievali di pregevole qualità, risalenti al XIII sec. secondo lo studioso P. Vincent, oggi in cattivo stato di conservazione. Nell’abside è rappresentato Cristo in trono tra la Vergine e Giovanni evangelista.

Nell’arcata è raffigurato un’interessante medaglione con l’etimasia, tema iconografico bizantino, che rappresenta un trono vuoto pronto per l’arrivo del Cristo durante il Giudizio Universale. Nelle altre pareti sono rappresentate immagini di Santi.

Convento francescano

Il Convento fu costruite sopra i resti delle grotte dei primi monaci che s’insediarono vicino alla Grotta della Natività e del primo convento crociato dei canonici Agostiniani.

La struttura essenziale del convento resta quella crociata, anche se ampliata e modificata. Segni chiari dell'architettura crociata sono rimasti ancora nell'ampio salone di ingresso del Convento, ma anche negli spazi sotterranei. E' possibile ancora accedere all'antico spazio di deposito crociato e attraverso l'area destinata oggi agli ascensori è possibile individuare l'antica cisterna crociata.

La facciata e l'accesso al Convento crociato erano disposti nel lato nord dell'edificio e cioè lungo l'attuale spazio dedicato a parcheggio Conventuale e ingresso al Casa Nova.

Il luogo detto del «Lavacro di Gesù» è accessibile solo dal convento. Il sito, carico d’interesse storico e archeologico, non è stato ancora adeguatamente studiato. E’ certo però che la roccia, in questo luogo, non ha subito trasformazioni, mantenendo le stesse caratteristiche del tempo in cui la Sacra Famiglia sostò a Betlemme.

Questo aspetto di grande suggestione introduce alla grotta circolare, al centro della quale è scavata una vasca rotonda, ricordata dalla tradizione come luogo del primo bagno di Gesù. 
La scena del lavacro non manca mai nelle icone orientali e nelle rappresentazioni antiche della Natività. Lo spazio venne riscoperto da un intraprendente sacrestano alla fine del XIX sec.

La sacralità del luogo è tramandata da alcuni antichi come Arculfo (De locis sanctis, 670 d.C., Lib. II, cap. 3), che racconta di esservisi lavato il viso per devozione. Il sito deve essere ancora studiato, ma è possibile ipotizzare che venisse usato fin dall'antichità .

La struttura del convento che ospita i francescani è ancora quella di epoca crociata. Diversi spazi del convento realizzati nel medioevo sono ancora visibili, come la Sala crociata, oggi adibita a cappella per i pellegrini, un tempo usata come magazzino. Accanto a questa sala sono conservate antiche cisterne di grandi dimensioni, che raccoglievano l'acqua della stagione invernale per il fabbisogno annuale.

Il tetto della Basilica

A differenza di numerose chiese orientali la copertura del tetto non era a volta ma a travatura coperta, come viene descritto da Ludovico de Rochechouart prima dei restauri nel 1461: “Nel tetto v’è una struttura lignea costruita in antichi tempi. Questa di giorno in giorno va in rovina soprattutto nel coro. I Saraceni non vogliono permettere né di edificare, né di riparare, così è un miracolo del Piccolo che ivi è nato se resta ancora”.

Il tetto della Basilica della Natività subì un notevole rifacimento nel 1479 per volontà dell’allora guardiano Giovanni Tomacelli. Il legname, pagato da Filippo il Buono di Borgogna venne trasportato dalle navi veneziane, mentre il piombo per la copertura fu regalato dal re Edoardo IV d’Inghilterra. Un successivo rifacimento a opera dei Greci venne effettuato nel 1671; in questa occasione fu sostituito il legno di cedro con quello di pino come testimoniato dal padre Nau.

L’enorme impiego di materiali e risorse economiche produsse il felice risultato di un tetto che dura fino ad oggi, anche se fortemente deteriorato, degrado che provoca infiltrazioni d'acqua alle decorazioni musive parietali. In particolare la struttura in piombo, che in estate raggiunge temperature altissime, si modifica con il calore causando gli spostamenti della struttura che provocano le infiltrazioni. Proponiamo ai visitatori una interessante visione aerea della basilica, dal tetto da Chiesa di Santa Caterina che permette di godere della costruzione triabsidale del Santuario, e aiuta a comprendere i cambiamenti del perimetro dell’edificio avvenuti nei diversi secoli.

Il tesoro della Basilica

Il tesoro di Betlemme è oggi conservato presso il Museo Archeologico dello Studium Biblicum Franciscanum. Il tesoro è composto da una serie di oggetti in bronzo e argento che appartenevano alla Basilica della Natività in epoca crociata. Questi furono casualmente ritrovati in due diversi momenti, nel 1863 durante i lavori di restauro presso la cucina del convento francescano e nel 1906 durante lo scavo della fondazione del nuovo ospizio per i pellegrini.

Il "tesoro" venne nascosto con molta cura e per cause oggi sconosciute ma che dovevano servire a proteggerlo da eventuali saccheggi. È possibile che questo avvenne dopo il divieto del 1452 di Muhammad II, che proibiva ai cristiani l’uso di campane. Il tesoro è composto da:

  • Un Pastorale smaltato;
  • Tre Candelieri anch’essi smaltati e due in argento con iscrizioni;
  • Un Carillon composto da 13 campane;
  • Canne di Organo di varie dimensioni;
  • Infine una croce armena in metallo rinvenute negli scavi del 1962-64 da p. Bellarmino Bagatti. 

Inoltre, sono conservati sempre all’interno del Museo della Flagellazione, altri oggetti d’arte, ugualmente appartenuti alla basilica della Natività.

Betlemme nell'iconografia

Le rappresentazioni della Basilica della Natività nella storia

Già nell’antichità cristiana Betlemme fu rappresentata in molti mosaici e miniature, sia da artisti che hanno visitato il luogo sia da quelli che non conoscevano realmente il santuario. Tra questi possiamo fare una breve elencazione di alcune tra le rappresentazioni che offrono l'immagine dello sviluppo del santuario:

  • Il mosaico parietale di S. Pudenziana a Roma del IV sec., che ha a destra del Redentore un edificio ottagonale e a sinistra un altro che comunemente viene identificato come il Sepolcro.
  • Il mosaico pavimentale di Madaba del VI sec. in cui è rappresentata la costruzione giustinianea con i tre absidi a trifoglio che identificano la struttura.
  • La miniatura medievale (XIII sec.) conservata a Cambrai in Francia, in cui viene rappresentata la facciata della basilica al tempo dei Crociati con i due campanili.
  • La xilografia contenuta nel Viaggio in Palestina (1483) di B. von Breidenbach in cui viene disegnata la Basilica con elementi che oggi non sono più visibili, come il muro di cinta, gli edifici abitati dai Greci e Armeni, la forma arcuata delle finestre della basilica e le tre croci che indicano le indulgenze.
  • Infine possiamo ricordare tutti i disegni del p. Bernardino Amico (XVI sec.) e del p. Ladislao Mayr (XVIII). Quest’ultimo offre particolari interessanti, tra i quali quelli del chiostro.

Il "Bambinello" di Betlemme

La statua di Gesù bambino che viene portata in processione nel punto dove è ricordato il santo Presepio la notte di Natale e che, dopo l’Epifania, ritorna all’altare della Madonna nella chiesa di Santa Caterina, fu commissionata da fra Gabino Montoro ofm nel 1920, alla Casa Viuda Reixach di Barcellona. Questa venne realizzata dall’artista Francisco Roges. Egli è anche l’autore della statuetta del Bambino in trono che viene portata processionalmente dal padre Custode il giorno dell’Epifania. Tutte e due le statuette sono in legno di cedro. Furono preparati vari modelli e tra questi fu scelto il bambinello con le mani giunte.

La tradizione dei bambinelli a Betlemme risale ad epoche antiche, come lo dimostra la cronaca edita dal Golubovich nella "Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell' Oriente francescano", che racconta un episodio della sparizione della statuetta: 

"Come il Bassà di Gerusalemme si prese dai frati una statuetta di Legno di Gesù Bambino onde poter cavar denaro. 
Essendo concorse alli 3 di giugno in Bettelem quasi tutte quelle nationi scismatiche per solennizzare non so che lor festa, mentre, entrate nel nostro convento per visitar quei santuari e chiese, se ne stavano nella nostra sacristia mirando una bellissima scultura d’un piccolo bambino, che sogliono i nostri frati metterlo la notte della Natività del Signore nel Santo Presepio, dimandando che cosa fusse; fu da un calogero greco risposto, che quello Dio delli Franchi idolatri, e che se gli ministri del Turco ci l’havessero tolto, resterebbe senza Dio. Non passò un’hora ch’entrato nella nostra chiesa di Santa Caterina il Bassà, che ivi a caso si trovava con tutta la sua corte, volle che gli fusse portato il Bambino, perché lo voleva vedere; tenutolo un pezzo con molto suo gusto nelle mani, lo restituì al nostro torcimanno, senza dir altro. Mentre la sera se ne stava nella nostra chiesa grande (dove sogliono far residenza e pernottare tali personaggi grandi) discorrendo di ciò, gli fu detto: che fè molto male a restituirgli il bambino, poiché se l’havesse appresso di sé ritenuto, bisognava che i Franchi l’havessero con buone migliaia di piastre riscattato, essendo da loro ritenuto et adorato per figliuolo di Dio. Giudicando il Bassà di guadagnar con questa honesta occasione qualche cosa, mandò tosto il suo torcimanno per il bambino, con promessa di non farlo partire o in qualche modo guastare, e con questa vana speranza se lo portò a casa sua in Gerusalem. Il p. Guardiano che fu ciò visato, se ne stè sempre quieto, senza farne con lui già mai menzione veruna. Passati tre mesi, vedendo che i frati non glie ne facevano parola veruna, chiamantosi il nostro torcimanno, gli disse che molto si maravigliava che i Franchi tenessero quel loro Dio in tanta poca stima. Risposegli il torcimanno che il Dio Trino e Uno, che i Franche adoravano. Era in cielo, e che quello Bambino rappresentava solamente il figliuolo di Dio in carne humana, qual mettevano i frati la notte della sua Natività in quel Santo Presepio, per rapresentare il mistero della sua Natività. Gli sogiose il Bassà: che ben sapeva, che quello era il loro reale e vero Dio, ma per non far spesa di riscattarlo, andavano in quella maniera tergiversando; pur, perché non voleva più tenerlo in casa sua, se l’havesse riportato in Bettelem con qualche buona cortesia; e consignatecelo nelle mani, gli disse che gli portasse almeno 100 piastre. Se contentò alla fine, dopo molte repliche, con due vesti di seta, e doi panni col sangeffo. A laude di Cristo. Amen”(T.S. 1969, p. 378)

E’ chiaro come la tradizione della rappresentazione di bambinelli sia molto antica e legata alla devozione, che già Francesco d’Assisi e i suoi frati contribuirono a divulgare e accrescere. E’ documentata la spedizione di alcune statuette di bambinelli dalla Terra Santa all’Italia nel 1414, usanza che prosegue fino ai giorni nostri. Anche oggi infatti, non solo i Francescani ma gli stessi pellegrini amano portarsi a casa come ricordo del Luogo santo della Natività le statuette di Gesù Bambino.

Lo Statu Quo a Betlemme

Dal secolo XVI in poi iniziarono le prime dispute sui diritti della proprietà della Basilica tra Francescani e Greci-ortodossi. Questa situazione d’instabilità è attribuibile anche alla corruzione della Sublime Porta ottomana, che garantiva diritti agli uni o agli altri a seconda del favore che le nazioni d'appoggio avevano presso di essa.  

Le dispute iniziarono quando nel 1634 Murat IV dichiarò che i Luoghi santi fossero di proprietà dei Greci, dopo aver esaminato un firmano attribuito a Omar risalente al 636, che si rivelò falso. A causa di questo i Francescani dovettero riferirsi alle autorità Europee che spinsero Murat IV a emanare un nuovo decreto nel 1636, che accusasse i Greci di avergli estromesso la concessione. Nell'anno successivo, tuttavia, questi revocò l'ultimo decreto e concesse i diritti sulla Basilica ai Greci. 

Solo dopo forti proteste, nel 1690 la Basilica venne restituita ai Francescani i quali posero sul luogo della Natività di Gesù una stella in argento con scritto: "Hic de Virgine Maria Iesus Chistus natus est".  

La tregua (1757) all'interno del luogo santo fu interrotta dall'occupazione della Basilica e dalla estromissione dei francescani da parte di un migliaio di cristiani ortodossi locali. Così fu fatta sparire la stella che i francescani avevano posto sul luogo della nascita dei Gesù, che attestava i loro diritti. Tale stella fu poi reintrodotta dopo la guerra di Crimea, quando la Sublime Porta fu costretta dai vincitori a fare riposizionare la stella “dei latini” come una delle condizioni post-belliche. 
A causa dei continui disordini, fu stata stabilita prima dall'Impero Ottomano e poi dai governi successivi, la sorveglianza di polizia che ha un suo luogo all'ingresso della Basilica.  

Nel 1852 con un decreto del governo ottomano, scaturito dalla necessità di fermare le continue dispute tra Francescani e Greco-ortodossi, venne stabilito provvisoriamente uno stato sulla proprietà dei santuari (Sepolcro, Tomba di Maria, Basilica della Natività). Il firmano stabilì lo "statu quo" nei Luoghi santi, cioè che ogni comunità manteneva momentaneamente il diritto sui santuari e sulle parti di santuari che deteneva al momento della emissione del suddetto firmano. Da allora, tutto rimane fermo e non vengono presi nuovi provvedimenti. 

Le chiavi per l'apertura della porta sono conservate da tutte e tre le comunità, ma l'apertura ufficiale spetta ai Greci-ortodossi.

Per quanto riguarda la Grotta della Natività la proprietà è condivisa tra Francescani e Greci ortodossi, mentre le altre comunità hanno diritto di uso. Qui è possibile per i Latini celebrare ogni giorno messa solo sull'altare dei Magi ubicato nella parte della mangiatoia, mentre possono incensare l'altare e la stella della Natività. I francescani mantengono una porticina d’ingresso privato dal convento alla Grotta, da cui si può passare per l'abituale Processione Quotidiana.

Artigianato a Betlemme

Tra le attività economiche più importanti della città di Betlemme possiamo sicuramente elencare quella dei prodotti di artigianato locale in legno di ulivo, madreperla e corallo. La storia di questo artigianato è direttamente collegata alla storia della fraternità francescana di Betlemme che, a partire del cinquecento, costituì dei centri appositi per l’insegnamento dell’arte dell’intaglio e della lavorazione della madreperla, favorendo l’apertura di botteghe artigiane dedite a queste tecniche, per realizzare arredi liturgici, presepi e altri manufatti.
Ancora oggi l’economia di molte famiglie di Betlemme dipende da questo, soprattutto grazie all'economia dei pellegrinaggi.


La prima testimonianza dell’uso di queste tecniche risale al 1586 quando il pellegrino belga Giovanni di Zuallardo, descrivendo il suo pellegrinaggio nei Luoghi santi, parlerà così di Betlemme: “fanno corone e crocette di oliva, cedro e simili” (Il devotissimo viaggio di Gerusalemme, Roma 1595, p. 206).

L’insegnamento della tecnica è sicuramente da far risalire alla costituzione della scuola nel 1347 dove, oltre allo studio delle materie teoriche, veniva promosso l’insegnamento di discipline pratiche e d'artigianato. 
Da questa fucina di artigiani, oltre alla produzione di materiale semplice, iniziò anche la fabbricazione di oggetti di grande arte e valore, tra i quali i modellini dei Luoghi santi e i presepi in madreperla e legno d’olivo. Questo avvenne quando dagli studi prospettici di Bernardino Amico, che fu in Gerusalemme e Betlemme tra 1593-1597, vennero realizzati dei capolavori di modellismo, specialmente in madreperla. 

Sotto l’Impero Ottomano, l’artigianato locale vide l’arresto della produzione per la diminuzione dei pellegrini. 
Solo all’inizio del XX secolo l’industria riprese con maggiore vigore. Questo si deve anche al contributo di p. Pacifico Riga che riscoprì e valorizzò l’insegnamento di quest’arte, in quanto direttore e insegnante di disegno della scuola di Betlemme per ben 24 anni. 
Tra i manufatti più famosi dell’artigianato locale di Betlemme possiamo ricordare: presepi, sepolcri, quadri in madre perla, reliquiari e candelabri, oltre ai monumentali modelli in miniatura che riproducono i Luoghi santi.

 

Antico Testamento

Nell'Antico Testamento la città di Betlemme, viene nominata ben 44 volte e porta il nome di "Betlem di Giudea" dalla tribù cui apparteneva, per distinguerla dalla località omonima, appartenente alla tribù di Zabulon, in Galilea. Betlemme è ricordata per la prima volta nella Bibbia a proposito di Rachele, moglie di Giacobbe, che morì nei pressi della città al momento di dare alla luce Beniamino, "il figlio della vecchiaia". Essa fu sepolta sulla strada che conduce da Gerusalemme a Betlemme (Gen 35.19). Inoltre ricordiamo la storia di Elimelec e della moglie Noemi, che dopo aver soggiornato in terra di Moab ritornarono a Betlemme con la nuora Rut.

Quest’ultima si sposò con Booz e dalla loro discendenza nacque Iesse dal quale nacque David. Una delle grandi glorie di Betlemme è l'aver dato i natali a Davide, che qui fu consacrato re di Israele al posto di Saul dal profeta Samuele per ordine di Dio (1Sam 16, 1-14). Davide, il più giovane tra i suoi fratelli, fu scelto per indicazione del Signore. Il suo fascino e il suo grande coraggio lo fecero subito diventare una figura di spicco per il regno, fino a diventare re degli Ebrei. Per tale ragione Betlemme è anche chiamata la "città di Davide". Ma la sua vera grandezza sta nell'essere la città dove è nato Gesù, Messia e Figlio di Dio.

Il profeta Michea l'aveva predetto in questi termini:" E tu, Betlemme di Efrata così piccola per esser fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono sin dall'antichità, dai giorni più remoti" (5,1).

Il Messia, secondo il profeta Michea, oltre che nascere a Betlemme, doveva anche essere un discendente di Davide secondo la carne. Ebbene, proprio nei dintorni di Betlemme fiorì l'idillio di Rut, la coabita, con Booz (Ruth 2, 8-22). Dal loro matrimonio nacque Obed, genitore di Isai (Iesse), che fu padre di Davide, al cui casato apparteneva Giuseppe, lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù.

Nuovo Testamento

La fede nel compimento dell'annuncio profetico circa la nascita di un discendente di Davide a Betlemme era ben radicata nella tradizione giudaica al tempo di Gesù. Infatti quando Erode chiede ai sommi sacerdoti il luogo della nascita del Messia questi gli rispondono senza indugio: " A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta" (Mt 2, 5). Sia Matteo che Luca riferiscono che Gesù nacque " a Betlemme di Giudea, al tempo di Erode" (Mt 2,1a), ossia "nella città di Davide chiamata Betlemme" (Lc 2, 4). 

Luca racconta inoltre che Giuseppe, membro della casa di Davide, in compagnia di Maria sua sposa, che era incinta, si mise in viaggio da Nazaret verso Betlemme, a causa del censimento romano che obbligava ogni ebreo a farsi registrare nel proprio luogo di origine. Il racconto di Matteo sembra invece voler suggerire che Maria e Giuseppe fossero da sempre residenti a Betlemme e che solo in seguito si spostarono a Nazaret. 

Inoltre altri episodi della nascita di Gesù si svolgono a Betlemme. Luca narrerà la venuta dei pastori (Lc 2, 8-20); mentre Matteo aggiungerà il racconto della venuta dei Magi d'Oriente e del loro viaggio a Betlemme (Mt 2, 1-12) e quello della strage degli innocenti e la fuga della Santa Famiglia in Egitto (2, 13-23).

L'attesa: Maria e Giuseppe

Vangelo secondo Matteo 1, 1-25

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, 11Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù. BIBBIA CEI 2008 

_____________________________________________________________________________

Conosciamo tutti la storia della Santa Famiglia che ci appare con tutta la tenerezza di una umile famiglia di Nazaret, le cui vicende hanno illuminata la storia dell’umanità. La loro è una vicenda di obbedienza alla Vita e alla Volontà di Dio, il quale si manifesta ai due sposi richiedendo un’immensa fede e un grandissimo coraggio. 

Maria, prima di dare alla luce Gesù, viveva assieme a Giuseppe a Nazaret. All'annuncio dell'Angelo del concepimento del figlio di Dio alla Vergine Maria, questa risponde di sì, senza indugio, con desiderio timoroso di compiere la volontà di Dio. In seguito anche Giuseppe, il giusto, accettò la stessa obbedienza, accogliendo Maria, nonostante portasse in grembo un figlio che non è suo.

Così successe che, in questa vicenda di fede in cui l’Eterno sceglie di manifestarsi nella storia, Cesare Ottaviano Augusto ordinò il censimento degli abitanti di tutto l'Impero Romano. A causa di questo Giuseppe insieme alla sua sposa, che era in stato avanzato di gravidanza, partì da Nazaret per recarsi a Betlemme, paese dei suoi antenati, per farsi registrare. Fu solo per una circostanza apparentemente fortuita che Maria partorì a Betlemme. Non avendo trovato alloggio migliore, si sistemarono in una grotta, simile a molte altre che si trovavano nei dintorni del villaggio abitato.

Fu allora che- come narrano i vangeli: “Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio”(Lc 2, 6-7). 
In questa attesa e nell'immagine della Sacra Famiglia, viene dipinto uno scenario di vita quotidiana, che fa riflettere sulla figura materna di Maria, la migliore delle madri (come disse Papa Pio IX) e la paternità di Giuseppe, il migliore dei padri terreni. 
E' infatti importante per i cristiani guardare alla Santa Famiglia quale modello ed esempio per le famiglie umane di ogni tempo.

La Rivelazione: il Natale

Vangelo secondo Luca 2, 1-7

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. BIBBIA CEI 2008

______________________________________________________________________________

Il racconto della nascita di Gesù risulta dai Vangeli molto conciso e privo di dettagli poetici o fenomeni meravigliosi. L'evangelista Luca usando un linguaggio cronachistico, ci dice che durante il soggiorno a Betlemme si compirono i giorni del parto per Maria (Lc 2, 6-7). In questo racconto è menzionata la mangiatoia, e viene offerta un'immagine molto quotidiana di Maria. Ella, come tutte le mamme, dopo nove mesi di attesa e dopo il parto, una volta avvolto in fasce il neonato, lo depone in un luogo sicuro.

Il racconto non narra nulla di straordinario, eppure questa nascita ha cambiato radicalmente il corso della storia. Gesù, figlio di Dio, nato da donna è quindi nato come tutti gli esseri umani, è sottoposto alla totalità dell'esperienza umana. Attraverso questo bambino-Gesù, Dio vuole incontrare l’uomo, vuole farsi vicino. San Giovanni dirà: "Dio ha mandato il suo Figlio" (1Gv 4,9); egli chiarisce la natura divina di Gesù, che sceglie di incarnarsi per vivere la condizione umana, per indicare all'uomo la via per arrivare al Padre. 

Anche il Vangelo di Marco è molto coinciso. In primo luogo l'evangelista tende a precisare che Maria ebbe Gesù, senza "conoscere" Giuseppe, indicando che Gesù nasce per opera dello Spirito Santo e affermando la Verginità di Maria. Ma quello che traspare in maniera chiara da questi racconti è la novità che viene a dispiegarsi difronte agli occhi dell'uomo: quella di un Dio che, fatto uomo, sceglie le sembianze terrene, sceglie la via dell'umiliazione, spogliandosi della sua stessa grandezza e divinità per raggiungere l'uomo, per farsi vicino a lui e partecipe del suo percorso terreno. 
La scelta della povertà che Dio fa, incarnandosi nel piccolo bambino di Betlemme, è una scelta che lascia perplessi, che scandalizza l'uomo , il quale ha un'altra immagine del Messia.

La rivelazione di Dio nella carne rappresenta una novità: in questo si rivela profondamente l'Amore del Padre. Dio dona all'uomo la Luce e la rivelazione nel suo figlio. 
La Luce del Natale è questo: il bambino di Betlemme che viene a liberare l'uomo dall'ombra della morte e del peccato: "Il popolo che siede nelle tenebre vide una grande luce "(Mt 4, 16). La luce che brilla nella notte oscura significa vita e felicità; essa scaccia le tenebre della morte. E' lo splendore del mondo celeste, un’espressione simbolica della santità e della gloria di Dio, che evidenzia l'importanza del momento come incontro di Dio con gli uomini. 
Questa luce e la straordinarietà del momento, ci aiutano a comprendere la gioia della liberazione avvenuta tramite l'incarnazione.

La Notte di Natale è il momento che rievoca uno dei più teneri e delicati eventi della vita di Gesù. La Notte rappresenta fino dall'antichità un tempo particolare e propizio per le rivelazioni divine. E nella notte viene a realizzarsi l'incarnazione del Figlio di Dio. 
In questo preciso momento sembra quasi che la vita nell'universo resti sospesa, davanti al miracolo dell'incarnazione, per mostrare che tutto il creato è stato coinvolto nella venuta del Messia, che diventa evento centrale della storia dell'umanità.

La Sacra Scrittura presenta spesso il tema del silenzio e della pace del creato in relazione a episodi in cui Dio si manifesta e agisce nella storia. Il silenzio rappresenta una condizione indispensabile per poter ascoltare e accogliere degnamente la Parola eterna del Padre, quella Parola che qui a Betlemme si è manifestata nel silenzio della grotta e che può rinascere ogni giorno nei cuori disposti a riceverla.

Hic et Nunc: la tradizione liturgica

 

La liturgia in tutti i Luoghi santi, come a Betlemme, fa memoria quotidiana degli eventi della vita di Gesù Cristo, vissuti e rievocati nei luoghi esatti che la tradizione ci ha restituito come luoghi Santi, toccati dal passaggio divino del Figlio di Dio. Questo fa comprendere come la liturgia del Luogo santo non sia una semplice pratica di solennità, ma rappresenta il modo con cui fare continua memoria di quel "hic et nunc". Nel caso di Betlemme, "HIC" il Salvatore si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi.

Questa ritualità viene testimoniata sin dall'antichità. Tre tra i documenti più significativi: l'Itinerario di Egeria, il Lezionario Armeno di Gerusalemme e il Kalendarium hierosolymitanumche che descrivono gli usi liturgici dei Luoghi santi dei secoli IV e V, e VI e VII. 
Questi documenti forniscono notizie delle celebrazioni e delle solennità natalizie e dell'Epifania e delle peregrinazioni che si svolgevano nei diversi luoghi di culto vicini, legati agli episodi evangelici della nascita del Salvatore.
E' chiaro che il circuito delle Solennità del tempo Natalizio hanno un'importanza fondamentale nella vita della chiesa locale e dei pellegrini che giungono da tutto il mondo alla basilica della Natività.

Le funzioni iniziali, che aprono l’anno liturgico, sono quelle della prima domenica di Avvento che viene celebrata con l'ingresso solenne del Custode di Terra Santa nella Basilica della Natività, con la preghiera dei primi vespri. Tutto il tempo di Avvento è volto alla preparazione delle celebrazioni Natalizie: la Veglia della Notte Santa, la Messa dell’aurora e quella della Mattina presiedute dal Patriarca di Gerusalemme a partire dal XIX sec., ma che fino ad allora era presieduta dal Custode di Terra Santa. 
Queste celebrazioni si concludono con Epifania, nella quale viene celebrate la manifestazione di Gesù ai Magi. In relazione a queste che sono le solennità natalizie, vengono celebrate altre festività, che possiamo considerare secondarie, ma legate sempre alle vicende neo-testamentari, come quella dei I santi Innocenti (28 dic.), che rievoca la Strage degli Innocenti voluta dal Re Erode e della Teotokos (1 gen.), la festa di Maria Madre di Dio, che esalta la figura della Vergine Maria, alla quale è intitolata la Basilica della Natività. 
Insieme a queste vengono celebrate anche altre solennità e memorie per la maggior parte legate alla partecipazione della comunità locale.

Tra le più importanti ricordiamo Santa Caterina (24 novembre), santa titolare della chiesa conventuale che fu per secoli Solennità di avvio alle festività, e di San Girolamo (30 settembre), santo e dottore della chiesa che ha vissuto nei Luoghi santi della natività di Cristo. Insieme a queste celebrazioni viene anche fatta memoria di San Giuseppe, presso l’ominima cappella-casa e quella del Corpus Domini, solennità che mette in evidenza l’importanza di Betlemme quale culla della venuta del Pane di Vita. 
Inoltre ricordiamo anche le peregrinazioni al santuario del Campo dei Pastori (25 dic.) e alla Grotta del Latte in memoria degli eventi neotestamentari lì ricordati.

Le Solennità

Avvento

Tradizionalmente, la prima domenica di Avvento, che ha inizio con i vespri del sabato presso la Basilica della Natività, apre il nuovo anno liturgico e il ciclo delle Solennità natalizie, con il corteo del Custode di Terra Santa. Il francescano da Gerusalemme entra alla città di Betlemme attraverso la porta vicina alla Tomba di Rachele.

All’arrivo, presso la Basilica, sono pronti ad accoglierlo i fedeli, i frati francescani e gli scout di Betlemme. Questi ingressi, che si succedono per tutte le solennità del Natale, fanno parte di quella serie di norme fissate da secoli in questo Luogo santo, che regolamentano la vita delle tre Comunità cristiane, dette Statu quo. La festa prosegue per tradizione con il pranzo nel refettorio del convento francescano. Durante l’ufficio dei primi Vespri, il Custode accende la prima delle quattro candele che segnano i passi del tempo in preparazione al Natale.

Solennità del Natale

La celebrazione del Santo Natale a Betlemme si apre con l’ingresso solenne del Patriarca che in mattinata parte da Gerusalemme e, dopo una sosta a Mar Elias e alla tomba di Rachele, si dirige presso la basilica della Natività. Ogni anno per tradizione tutta la parrocchia di Betlemme e i cristiani locali della Terra Santa, insieme ai frati, accolgono il Patriarca assieme al Guardiano del convento francescano.

Subito dopo l’ingresso vengono celebrati i vespri solenni e seguiti dalla processione presso la Grotta Santa. Secondo tradizione, prima della messa, viene condivisa la cena con il presidente dell’Autorità Palestinese, il Custode di Terra Santa e il Patriarca. 

Alla mezzanotte viene celebrata la messa presieduta dal Patriarca alla quale partecipano per tradizione oltre ai cristiani locali e pellegrini, anche le autorità Palestinesi. La messa si conclude con la processione alla Grotta della Natività. Per tutta la notte fino al pomeriggio del giorno 25 si susseguono una serie di messe celebrate da molti sacerdoti nel Luogo santo.

Natale a Betlemme

13.30 - Ingresso e I Vespri

16.00 – Processione

23.30 - Ufficio delle Ore

00.00 - Messa del S.Natale

1.45 - Processione alla Grotta della Natività

Epifania

Secondo la tradizione, il giorno 5 gennaio, il Custode di Terra Santa, partito da Gerusalemme, dopo una breve sosta al monastero di Mar Elias e alla Tomba di Rachele e con un corteo di autorità e cristiani locali, si reca alla Basilica della Natività. L’ingresso alla basilica tramite la porta principale è sempre preceduto dagli scout, che percorrono all’arrivo in corteo l’antica strada dei Patriarchi, per giungere infine alla piazza della Mangiatoia.

Accolto dalle autorità locali, il Custode saluta i rappresentanti delle Chiese ortodosse e, indossato i paramenti liturgici nel chiostro davanti al Guardiano francescano, entra nella chiesa di Santa Caterina al canto del Te Deum. 
Dopo la benedizione solenne hanno luogo i vespri cantati, accompagnati da qualche fedele e da religiosi e religiose.
La mattina seguente, mentre i patriarchi ortodossi fanno la loro entrata solenne per la loro festa di Natale – secondo il calendario Giuliano -, i francescani e la parrocchia latina celebrano la messa parrocchiale dell’Epifania presieduta dal p. Custode.

Ma il momento più atteso per i fedeli è quello della processione di Gesù Bambino, che si svolge al termine dell’ufficio dei secondi vespri, con i quali si concludono le celebrazioni latine. Per tutta la notte la basilica della Natività resta aperta per le celebrazioni del Natale degli ortodossi.

Epifania a Betlemme

10.00 - Messa Solenne del P.Custode a S.Caterina

15.30 - Secondi Vespri e Processione Solenne alla Grotta della Natività

Altre festività

28 dicembre Santi Innocenti

1 gennaio Maria Madre di Dio (presso la Grotta del latte)

30 settembre San Girolamo

24 novembre Santa Caterina

 

Liturgia quotidiana in memoria del Natale

La vita dei frati francescani, custodi di questi luoghi santi, è scandita quotidianamente dall’animazione della liturgia e dall’accoglienza dei pellegrini. Mentre la comunità celebra ogni giorno l’Eucarestia seguendo il calendario della Chiesa universale, i pellegrini celebrano nel luogo la memoria del Natale. 
Il momento paraliturgico, che ogni giorno viene celebrato in memoria della Nascita di Gesù nel Luogo della Natività, è la Processione Quotidiana alla Grotta della Natività.

Questa come tutte le processioni fatte nei Luoghi santi, nasce con l’intento di accogliere i pellegrini e portarli attraverso un percorso preciso al Luogo santo. La Processione è celebrata tutti i giorni alle ore 12.00, dalla comunità dei frati stabile presso la basilica della Natività. 

La storia della Processione quotidiana a Betlemme vede molti cambiamenti nella forma rituale, perché nei secoli gli spazi di culto all’interno della basilica e nelle strutture adiacenti hanno subito molti cambiamenti.

Le testimonianze dei primi frati ricordano che nel XIV secolo, quando ancora la Basilica era loro proprietà esclusiva, la processione partiva dall’altare dedicato alla Vergine che si trovava a metà della navata sinistra. 
Nel 1470, per evitare ai pellegrini di dover pagare un tributo ai saraceni, i Frati Minori aprirono un varco tra la Grotta della Natività, la Grotta di San Giuseppe e l’allora Cappella di Santa Caterina. Questi sono alcuni degli esempi di variazione nella Basilica che hanno comportato una variazione nella pratica della Processione quotidiana.

E’chiaro, infatti, che il rituale quotidiano subì modifiche legate anche ai diversi periodi storici e ai dissidi interni ai Latini e ai Greci, che in alcuni casi hanno limitato l’accesso alla Grotta. 

Oggi la processione segue un'itinerario itinerario che conserva alcuni elementi delle processioni sviluppate da p. Bonifacio da Ragusa (XVI sec.) e poi eleborate da p. Tommaso Obicini (XVII sec.)

I. La processione parte sempre dall’altare di Santa Caterina per recarsi come prima stazione all’altare della Natività;

II. Alla Sacra Mangiatoia;

III. All’Altare dei Magi. 
Le seguenti stazioni, che nei secoli precedenti venivano percorse nella loro totalità, oggi sono scelte giorno per giorno come ultimo punto dell’itinerario:

IV. Al Sepolcro degli Innocenti;

V. All’Oratorio di San Girolamo;

VI. Al Sepolcro di San Girolamo;

VII. Al Sepolcro di Sant’Eusebio;

VIII. All’Altare maggiore di Santa Caterina.

Il percorso aiuta ogni giorno a rivivere il momento e i luoghi della Nascita e della Manifestazione del Signore Gesù, e accompagna alla memoria di coloro che sono stati, nella storia, testimoni di questi fatti.

Il presepio di Greccio

La memoria della nascita di Gesù si tramanda oggi anche con l'usanza popolare della tradizione del presepio. Si attribuisce a San Francesco la riproduzione del primo presepe della storia. 
La tradizione agiografica ricorda, ma senza certezza storica, che Francesco, recatosi in Terra Santa, abbia visitato Betlemme e, portando con se il ricordo della Città dove è nato il Salvatore, abbia riprodotto l'immagine della Natività nella famosa Notte di Natale presso Greccio (1Cel 84-86). 
Infatti, Francesco, ansioso di far toccare con mano ai fedeli l'esperienza fatta dal Figlio di Dio, umiliato e incarnato in forma umana, volle mettere in atto questa rappresentazione, raccontata nelle biografie del Santo sia da Tommaso da Celano che da Bonaventura da Bagnoregio. 
In questo episodio si dice che Francesco preparò una greppia con il fieno, vi fece condurre un bue e un asino e davanti a essa fece celebrare la Santa Messa, assieme a una moltitudine di gente arrivata da tutta la regione.

Il suo amore per la solennità del Natale e la sua devozione all'immagine della natività, trova la sua massima ispirazione nel Mistero dell'Incarnazione, dove il Santo riconosceva l'umiltà e la povertà della nascita del Messia. Francesco vede questo rinnovarsi nel sacramento dell'Eucarestia, dove Gesù discende ogni giorno attraverso le mani del sacerdote. Il racconto dipinge un quadro di grande semplicità e tenerezza: Francesco, nella Notte del 25 dic. del 1223, preparò la celebrazione Eucaristica chiedendo aiuto al suo amico Giovanni Velita per riprodurre la scena della nascita del Bambino a Betlemme e, come lui stesso disse "in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per mancanza delle cose necessarie a un neonato" (1Cel).

Arriva la Notte Santa e Francesco insieme ai frati e ad alcuni fedeli si reca nel luogo pronto con la mangiatoia, il fieno, l'asino e il bue. Dopo “alcune dolci parole” predicate da Francesco, ecco che la visione del Bambino compare sul fieno. L'evento miracoloso scuote gli animi e i cuori dei più che si sentono toccati dall'esperienza fatta. In questa azione il Santo volle rendere di facile comprensione ai fedeli, il Mistero dell'Incarnazione.

La devozione, tipica della spiritualità francescana, ha sicuramente contribuito a sviluppare l'uso di rappresentare il Presepe, pratica che è arrivata fino ai giorni nostri. 
In preparazione alle solennità natalizie la sera della Vigilia di Natale, all'interno della Grotta della Natività, viene rievocato dai frati francescani l’episodio del Presepio di Greccio che vede protagonista il padre Francesco d’Assisi nella contemplazione del Mistero dell’Incarnazione.

La Basilica dell'Ecumenismo

La Basilica della Natività rappresenta uno dei luoghi più significativi, in Terra Santa, per l’incontro tra le diverse confessioni cristiani e religioni. Le immagini, la storia e le vicende che la caratterizzano, possono far parlare di questa basilica come luogo simbolo dell'Ecumenismo. 
Già in epoca crociata la Basilica è stata luogo di unione delle due chiese, d’Oriente e d’Occidente, ormai divise dopo lo scisma del 1054.

Infatti nonostante la Basilica fosse sotto l’autorità dei Cavalieri crociati, rappresentanti del Papa in questi luoghi, il progetto iconografico delle decorazioni musive parietali fu commissionato dall’imperatore bizantino e realizzato da maestri orientali.

Inoltre ancora oggi tre confessioni cristiane, quella Cattolica, Greco-ortodossa e Armeno-ortodossa, convivono nella Basilica, sperimentando tutte le difficoltà, e vivendo un’esperienza di Ecumenismo quotidiano.

Ma la riflessione si può spostare oltre l’aspetto Ecumenico per riconoscere alla basilica della Natività una natura di dialogo inter-religioso.

Comunità cristiane alla Basilica della Natività

Latini

Nominati dalla chiesa Latina quali custodi dei luoghi santi, i Francescani, figli di Francesco d’Assisi, si prendono cura della basilica della Natvità di Betlemme sin dal 1347, anno in cui si stabilirono nei pressi del luogo santo. Fino a oggi i francescani svolgono servizio liturgico e di accoglienza ai pellegrini.

Il loro convento, di epoca crociata, è adiacente alla basilica e comprende al suo interno la Chiesa di Santa Caterina, usata per la celebrazione della liturgia quotidiana e per le vita parrocchiale. Inoltre, officiano ogni giorni nei pressi dell’altare dei Magi e della Mangatoia la Celebrazione eucaristica. Infine i francescani animano ogni giorno la Processione quotidiana, che parte dall’altare della Chiesa di Santa Caterina per ripercorrere tutte le tappe della Teofania.

Armeni - Ortodossi

La Chiesa Armeno-ortodossa appartiene alle chiese dette antico-orientali (di tradizione siriaca, armena e alessandrina) ed è particolarmente legata alla storia della sua nazione, tanto che il patriarca supremo, detto katholikos, è considerato “il padre della patria”. Il Patriarcato Armeno-ortodosso di Gerusalemme fu istituito intorno al V sec. Nel tempo, la comunità Armeno-ortodossa si è sviluppata, con l'arrivo di diversi immigrati di nazionalità armena, soprattutto a Gerusalemme.

A Betlemme una comunità di monaci armeni vivono nel convento adiacente la basilica della Natività, dove officiano le liturgie quotidiane e celebrano l’Eucaristia all’altare della nascita di Gesù, all’interno della Grotta. 
Tra le celebrazioni più interessanti possiamo ricordare il Natale, che si celebra il 19 gennaio secondo la datazione dell’antico calendario armeno. Questa festa celebra la “teofania” e mette in rilievo l'“Epifania” e la manifestazione del Signore nel suo battesimo; la vigilia del 19 gennaio si svolge la solenne entrata del patriarca nella basilica della Natività.

Greci - Ortodossi

La Chiesa Ortodossa appartiene al gruppo delle Chiese che hanno accettato il concilio ecumenico di Calcedonia (451). Questa raggruppa tutte le chiese di rito bizantino, ed è geograficamente localizzabile nell’Europa orientele. Questa chiesa si ritiene distinta dalle altre Chiese (assira d’Oriente, antico-orientali, cattolica, anglicana e protestante) e considera la propria fede come l'autentica e l'originaria. La prevalenza dell’elemento Greco-ellenofono in Terra Santa, ha permesso nei secoli che la Chiesa ortodossa fosse identificata con quella Greca-Ortodossa, anche perché i ruoli di autorità furono ricoperti da patriarchi e vescovi greci.

A Betlemme i Greci-Ortodossi amministrano la basilica della Natività e la Grotta insieme con le altre confessioni Latina e Armeno-Ortodossa. Il loro monastero, posto a sud del complesso basilicale, è caratterizzato da un grande campanile. Le aree di responsabilità dei Greci all’interno della Basilica sono: il transetto sud, l’area presbiteriale e, all’interno della Grotta della Natività, l’omonimo altare condiviso con la Comunità Armeno-ortodossa. La festività centrale della comunità Greco-ortodossa a Betlemme è il Natale, festeggiato il 7 gennaio, con l’ingresso del Patriarca.

Ad est di Betlemme, a circa 2 km dal centro abitato, si trova il villaggio di Beit Sahur, la casa dei “guardiani”, di coloro che vigilano, dove si incontra il Campo dei Pastori. Il Santuario è raggiungibile anche a piedi, proseguendo per la strada della Grotta del Latte.

Già al tempo di S. Elena si trovava qui una chiesa dedicata agli Angeli che avevano annunciato ai pastori la nascita del Redentore. Dopo alterne e combattute vicende, vennero costruite, nel secolo scorso, una canonica e una scuola, in attesa di poter avere anche una chiesa. Nel frattempo, il culto, prima tenuto in una grotta chiamata "Mihwara", si svolgeva in ambienti provvisori della casa parrocchiale. Infine, nel 1950, fu inaugurata la chiesa che oggi vediamo, opera dell'architetto Antonio Barluzzi, dedicata alla Madonna di Fatima e a S. Teresa di Lisieux. Alla edificazione contribuirono non poco gli abitanti del luogo, eredi della generosità di Booz, il personaggio maschile del Libro di Rut.

L'elegante portico della chiesa ha tre archi a sesto acuto e la facciata è coronata in alto da uno snello motivo di archetti, che si prolunga sui muri laterali. L'interno è diviso in tre navate da due file di quattro colonne ciascuna. I fusti delle colonne, di pietra rosa locale, a prima vista un po' tozzi, sono resi affusolati mediante un semplice espediente ottico: i tamburi che li compongono hanno, dalla base al capitello, altezza decrescente.

Gli archi a sesto acuto, molto stretti, creano l'illusione che l'interno sia più lungo del vero. Molto originali sono i capitelli, massicci ma non pesanti. Particolarmente degno di nota è l'altar maggiore, vero gioiello dell'arte scultorea palestinese, che, malgrado le dimensioni, più che una scultura in pietra sembra una miniatura di avorio. Tra il paliotto (parte frontale e lati) e il gradino, abbiamo 15 scene, dall'Annunciazione della Vergine, all'arrivo in Egitto della Sacra Famiglia.

Nella parte centrale del gradino, all'altezza del tabernacolo, si vedono le 4 statuine degli Evangelisti mentre nella parte superiore i dodici Apostoli circondano la figura del Cristo. Autori dell'opera furono Issa Zmeir, betlemita, e Abdullah Haron, betsahurino. 

Beit Sahur si stende in mezzo ai così detti 'campi di Booz'; in uno di questi si trovavano i pastori nella notte gloriosa della Natività."L'angelo disse loro: Non temete! Ecco, vi porto una lieta novella che sarà di grande gioia per tutto il popolo: Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore" (Luca 2, 10-11). Sebbene le parole del Vangelo non permettano di stabilire esattamente il luogo dell'apparizione angelica, pure l'antica tradizione lo ha fissato in località Siyar el-Ghanam, il Campo dei Pastori, poco discosto da Beit Sahur.

Gli scavi effettuati da P. Virgilio Corbo, ofm, nel 1951-52 hanno sondato le rovine più a fondo dei precedenti (C. Guarmani, 1859), dando a queste una datazione precisa. Le tracce di vita nelle grotte, risalenti ai periodi erodiano e romano, i resti di frantoi antichissimi, reperiti sotto le fondamenta di due monasteri, dimostrano senza possibilità di dubbio, che il luogo era abitato all'epoca della nascita di Gesù a Betlemme.

Lo studioso ha avuto sottomano materiale sufficiente per poter parlare di una piccola comunità agricola. Inoltre, a Siyar el-Ghanam esistono i resti di una torre di guardia, ora incorporati nell'ospizio francescano. Morta Rachele, Giacobbe "partì e rizzò le tende al di là di Migdal-Eder" (Gen 35, 21), al di là della 'torre del gregge'. I Targumin localizzarono questa torre a est di Betlemme, specificando che in quel luogo il Messia sarebbe stato annunciato. La tradizione talmudica indicava la stessa regione e la tradizione cristiana, dopo la nascita di nostro Signore, accettò e mantenne la localizzazione.

S. Girolamo vede la torre a "circa mille passi (romani) da Betlemme", e aggiunge che là gli angeli avevano annunciato ai pastori la nascita del Redentore. Quanto rimane dell'insediamento agricolo e della torre di guardia spiega molto bene una espressione del testo originale greco di Luca. Secondo i più qualificati esegeti (tra cui M. J. Lagrange), il verbo impiegato da Luca non significa che i pastori "passavano la notte all'aperto", bensì che "vivevano nella campagna".

Gli scavi hanno rintracciato l'esistenza di due monasteri, uno del IV-V sec., l'altro del VI sec. Del primo abbiamo le fondazioni dell'abside della chiesa e di vari muri. Nel VI sec. la chiesa venne demolita e ricostruita nello stesso posto, con l'abside leggermente spostata verso est. Del secondo monastero abbiamo egualmente parti dell'abside sui muri di numerosi ambienti.

P. Corbo ebbe la netta sensazione che molte pietre del IV sec., riusate nell'abside della chiesa del VI sec., provengano dalla basilica constantiniana della Natività. Il luogo dove si trovano i monasteri non è il più felice della zona, dato che è in pendenza. Il fatto che la seconda chiesa sia stata edificata esattamente sopra la prima conferma ulteriormente che un particolare ricordo era collegato al luogo. 

Il monastero del VI sec. fu distrutto verso l'VIII sec. dai Musulmani, che cercarono perfino di cancellare i segni cristiani scalpellando e abradendo le pietre sulle quali si trovavano.Tra i vani del secondo monastero ne sono stati identificati alcuni, adibiti a scopi particolari: portineria, panetteria con grande macina di basalto, refettorio, frantoi, grotta-cantina, stalla. Sono stati portati alla luce anche il sistema di canalizzazione e diverse cisterne. Il Santuario attuale fu costruito nel 1953-54 su progetto dell'arch. Antonio Barluzzi. Sia la posa della prima pietra che l'inaugurazione ebbero luogo il giorno di Natale.

Il Santuario sorge sul roccione che domina le rovine. Esso rappresenta un accampamento di pastori: un poligono a dieci lati, cinque dritti e cinque sporgenti e inclinati verso il centro, a forma di tenda. La luce, che penetra generosamente dalla cupola in vetrocemento, inonda l'interno richiamando alla mente la luce vivissima che apparve ai pastori.L'alto-rilievo in bronzo, sull'architrave della porta, è dello scultore D. Cambellotti, che ha creato anche il portale, le quattro statue di bronzo che reggono l'altar maggiore, posto al centro della cappella, i candelieri e le croci. L'architetto U. Noni ha affrescato le tre absidi e lo scultore A. Minghetti ha curato l'esecuzione dei 10 angeli di stucco della cupola.

Dalla parte orientale del colle nel quale si erge la Basilica della Natività, si trova la Grotta del Latte, detta in arabo "Magharet Sitti Mariam", la grotta della Signora Maria. Il luogo è raggiungibile percorrendo una stradina che prosegue lungo il lato sud della Basilica (Tarik Magharet el Halib, via della Grotta del Latte) che parte dalla piazza centrale di Betlemme. Secondo una leggenda del VI sec., la Madonna si nascose qui durante la strage degli Innocenti, allontanandosi dalla mangiatoia, dove aveva messo al riparo il Bambino, dai persecutori mandati da Erode. Questa leggenda scomparve presto e fu sostituita da un’altra.

S. Giuseppe, avvertito da un angelo del pericolo che incombeva sul Bambino e della necessità di trasferirsi in Egitto, si mise subito a fare i preparativi per il viaggio e sollecitò la vergine che stava allattando. Alcune gocce, nella fretta, caddero a terra e la roccia da rosa divenne bianca. Nel 2007 è stato portato a termine il restauro della Grotta, che ne ha ripulito le pareti e restituito la luce originaria. La nuova chiesa costruita sopra l'antica Grotta è opera degli architetti Luigi Leoni e Chiara Rovati, lavoro realizzato grazie al sostegno di fedeli slovacchi ed italiani.

La Grotta del Latte è affiancata dal monastero affidato alle Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento. Un corridoio interno collega la Grotta con la Cappella del SS.Sacramento e con la chiesa superiore: l'Adorazione Eucaristica continua tutto il giorno ed è possibile per tutti i pellegrini sostarvi in silenziosa preghiera.

Sino dal Vi sec. si conoscevano, in Europa ed in Oriente, reliquie provenienti da questa grotta: pezzetti di roccia polverizzata e compressa in formette, tipo di confezione che restò poi in uso fino all’inizio del nostro secolo. I più antichi esemplari conosciuti sono due: ed uno ricevuto da Carlo Magno, dopo l’800, e posto in una chiesa della Piccardia. Il vescovo Ascetino portò una di queste reliquie al campo di Baldovino III durante l’assedio di Ascalon del 1123.

La roccia aveva assunto proprietà curative, in particolare aveva il potere di far venire il latte alle madri che ne fossero prive. Il primo a notare la credenza popolare fu Perdicca di Efeso (1250): da quel momento la diffusione delle reliquie divenne enorme. A poco a poco causa l’asportazione della roccia, la grotta perse il suo aspetto primitivo e i due vani laterali vennero ingranditi. A parte alcune testimonianze molto antiche, la prima delle quali risale al VI sec., sappiamo per certo che la grotta era venerata già prima dell’arrivo dei Crociati (Daniele – 1106). Dopo le Crociate, una comunità religiosa tenne desto lo speciale culto mariano fino al 1349-1353, epoca in cui i Musulmani danneggiarono gravemente monastero e chiesa.

I Francescani rimisero in onore il Santuario e il luogo di culto a esso collegato. Il loro progetto di fabbricare sopra e dintorno la grotta, una chiesa, un convento, un campanile con campane e un cimitero, come risulta dalla Bolla Inter Cunctos di Gregorio XI, spedita da Avignone il 25 novembre 1375 (Bullarium Franciscanum, Roma 1902), rimase per il lungo tempo inattuato. Soltanto nel 1494 essi poterono compiere dei restauri e rinnovare l’altare. Nel XVI sec. un terremoto fece cadere anche i muri principali degli edifici che erano in condizioni quasi buone, e la grotta restò pressochè sepolta sotto le rovine.

L’ostilità dei greci ortodossi e l’incredibile burocrazia ottomana, che non voleva riconoscere i documenti comprovanti i diritti dei Latini perché erano “troppo antichi”, ostacolarono tutte le iniziative: soltanto nel 1871 i Frati Minori poterono costruire l’ospizio e l’oratorio che oggi vediamo.

Il Santuario è sempre molto venerato e la credenza popolare non si è mai spenta: tuttora, dopo 16 secoli, le donne indigene, sia cristiane che maomettane, pregano qui la Vergine Maria per ottenere latte abbondante per le loro creature.

Gli abitanti del posto hanno espresso la loro devozione ornando la cappella con lavoro di madreperla. La facciatina, dono di Arabi cristiani, è un bel lavoro di artigiani locali (1935), che hanno trattato la pietra come madreperla. Notevole è anche l’archetto a metà della scala interna, aggraziato dall’alternarsi di pietre bianche e rosse. Ricerche archeologiche effettuate nella zona hanno portato alla luce tombe bizantine e crociate, testimonianza del culto locale.

Salendo sopra la grotta a destra si possono vedere i resti di mosaici con croci risalenti al V sec. che fanno ipotizzare la presenza di una chiesa. Inoltre si ipotizza che questa zona fosse al tempo di Gesù una zona abitata, che il villaggio fosse da questa parte.

Proseguendo lungo la stessa strada - ai lati della quale esistono vari cimiteri cristiani moderni che appartengono ai vari riti - dopo un breve tratto si incontra sulla destra una cappella: è la “casa di S. Giuseppe”. Nato il Bambino, la Sacra Famiglia si trattenne qualche tempo a Betlemme, dove ebbe luogo la circoncisione. Trascorso il periodo prestabilito dalla legge mosaica, la Madonna e S. Giuseppe, con il Bambino, salirono a Gerusalemme per i riti della Purificazione (Luca 2, 22); anche i Magi trovarono Gesù in una casa (Mt 2, 11).

Che la Sacra Famiglia abbia vissuto a Betlemme, dopo la nascita di Gesù, è un fatto attestato dal Vangelo; che abbia trovato alloggio proprio in questa zona, è verosimile. Il passaggio dalla grotta alla casa non è una contraddizione: S. Giuseppe proveniva da Betlemme e poteva avere qui parenti e amici che venuti a conoscenza della sua povertà, si dimostrarono generosi e lo aiutarono. Già nel Medio Evo si è tentato di localizzare una specifica memoria di S. Giuseppe a Betlemme. Le ricerche si sono sempre svolte nella zona est, tra la grotta del Latte e il campo dei Pastori, probabilmente a seguito di una antica tradizione locale.

La fissazione avverrà alla metà del XIV sec., stando alle testimonianze di due pellegrini fiorentini, Giorgio Gucci e Lionardo Frescobaldi. Da questa tempo in poi la locazione resta immutata. La cappella moderna (1890) posa, oltre che sulla roccia, anche su muri di costruzioni precedenti, ricordati da molti pellegrini. Oggi si vede ancora, ai piedi dell’abside, un tratto di roccia mentre dietro l’altare si alza un masso, forse parte dell’altare primitivo. La “casa di San Giuseppe” è stata ricordata su questa cappella, grazie al lascito di Ernestina Audebert. Il 20 marzo 1893 la chiesetta fu benedetta solennemente dal Padre Custode di Terra Santa p. Giacomo Ghezzi.

Poco piu’ a sud di Betlemme, vicino alle Vasche di Salomone si trova il villaggio di Artas (o Urtas), uno dei villaggi piu’ noti in Cisgiordania. Il nome Artas deriva dal hortus, il latino ‘giardino’, perche’ si crede che fosse il sito del famoso ‘hortus conclusus’, il Cantico erotico di Salomone o Cantico dei Cantici: “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata.

I tuoi campi il paradiso delle delizie”. Grazie alla vicinanza con Gerusalemme e grazie ai suoi scenari e alla sua rilevanza storica, gli Europei nel 19° secolo andavano ad Artas durante l’estate. Furono proprio gli Europei a re-introdurre l’orticultura nella vallata. Nel 1894 l’Ordine Italiano delle Sorelle di Maria del Giardino, fece costruire il Convento "Hortus Conclusus".

Uscendo da Betlemme, di fronte alla chiesa sirocattolica troviamo tre grandi cisterne, tuttora in uso, scavate nella roccia: sono le cisterne di David, in arabo Biar Daud. La Bibbia ne parla in 2Sam 23, 15-17:"Davide espresse un desiderio e disse: «Se qualcuno mi desse da bere l'acqua del pozzo che è vicino alla porta di Betlemme!». I tre prodi si aprirono un varco attraverso il campo filisteo, attinsero l'acqua dal pozzo di Betlemme, vicino alla porta, la presero e la presentarono a Davide; il quale però non ne volle bere, ma la sparse davanti al Signore, dicendo: «Lungi da me, Signore, il fare tal cosa! E' il sangue di questi uomini, che sono andati là a rischio della loro vita!». Non la volle bere. Questo fecero quei tre prodi."

Oltre alle cisterne si trovano qui anche i resti di una chiesa e di un cimitero sotterraneo. Della chiesa (IV-VI sec) si rinvenne nel 1895 parte del pavimento musivo, che recava una iscrizione con i versetti 19 e 20 del Salmo 117: “Apritemi le porte della giustizia, voglio entrarvi per ringraziare il Signore. Questa è la porta del Signore, per essa entrano i giusti”. Il mosaico attualmente è interrato sotto un campo coltivato e ogni studio risulta impossibile. Al momento del ritrovamento si ritenne di aver reperito il mausoleo di David, le cui traccie erano andate perse fin dal VI sec. Per quanto non esistano prove archeologiche, pare che il sepolcro di David debba essere invece localizzato sul Monte Sion. Sotto la chiesa si trova il cimitero sotterraneo, formato da gallerie con 18 arcosoli, contenenti ciascuno da 2 a 6 fosse sepolcrali. Nel 1962 la Custodia di Terra Santa fece eseguire dei lavori (Fra Michelangelo Tizzani), durante i quali le catacombe e gli archisoli furono restaurati. Gli scavi portano alla luce molti pezzi di ceramica (IV sec.) e iscrizioni parietali (IV-VI sec.). Il graffito più significativo è un monogramma costantiniano (IV sec.), inciso nella roccia all’inizio del cimitero, graffito che afferma la cristianità del sepolcreto.

La fortezza di qala’at al-burak in Betlemme è ritenuta di origini turche ma verosimilmente la struttura è molto più antica. Il castello doveva essere posto a guardia delle cosiddette Piscine di Salomone a Betlemme sulla strada che porta a Artas. Le tre vasche costituirono una delle principali risorse idriche per Gerusalemme, tramite un acquedotto che arrivava fino al Tempio. Esistevano certamente al tempo di Erode ma sono forse più antiche di circa due secoli.

Le vasche sono approssimativamente rettangolari e poste in fila dal fortino in direzione ovest-est; sul lato nord-est un corridoio porta al vano nel quale scaturisce una sorgente mentre tutt’intorno restano numerose tracce di canalizzazioni che raccoglievano acque superficiali dalle colline vicine. Una conduttura di epoca incerta conduce all’acquedotto superiore; il canale scompare in corrispondenza di una galleria segnalata a terra da una serie di nove pozzi.

All’uscita della galleria il condotto prosegue verso il wadi bijar (valle dei pozzi) scomparendo in una nuova galleria segnalata in superficie da una trentina di pozzi ancora usati dai contadini. Si tratta di un raffinato sistema idraulico destinato a raccogliere acqua supplementare dalle falde acquifere riproducendo un sistema a "qanat". Resti dell’acquedotto inferiore sopravvivono verso le rovine dell’edificio bizantino definito deir al- banat (convento delle ragazze).

Posta immediatamente a nord del bivio per Hebron troviamo la tomba di Rachele, Qubbet Rahil. “Rachele dunque morì e fu sepolta sulla strada di Efrata, cioè Betlemme. E Giacobbe eresse una stele sulla sua tomba. E’ la stele della tomba di Rachele che esiste ancor oggi” (Gen 35, 19-20).

Le prime testimonianze parlano di un monumento formato da una semplice piramide, che ricordava le nefes dei sepolcri ebraici. Vennero poi aggiunte dodici pietre (1165), in memoria dei 12 figli di Giacobbe, ma alcune cronache parlano di undici pietre soltanto: sarebbe mancata nel novero quella di Beniamino. All’epoca bizantina, e probabilmente anche in seguito, la tomba di Rachele dev’essere stata trasformata in luogo di culto cristiano, come si deduce dal Lezionario di Gerusalemme del V-VIII sec., che vi pone due commemorazioni liturgiche ufficiali all’anno (20 febbraio e 18 luglio).

Il Calendario Georgiano Palestinese (secondo il Codice Sinaitico 34 del X sec.) parla esplicitamente di una ‘chiesa di Rachele’, riferendosi alle medesime commemorazioni. Nel XIV sec. la tomba fu abbellita e un sarcofago alto e con la parte superiore convessa, fu aggiunto alle pietre. P. Amico ci ha lasciato un disegno in cui si vede il cenotafio nel centro di una cappella. Nei quattro muri perimetrali si aprivano quattro arcate. Le arcate furono chiuse nel 1560 da Maometto, pascià di Gerusalemme, il quale, inoltre, sostituì la piramide con una cupola.

Nel XIX sec. Moses Montefiore fece aggiungere due vani al primitivo ingresso quadrato, dando così alla tomba l’aspetto che è tuttora mantenuto. In effetti, più che di una tomba si dovrebbe parlare di ueli, monumento funebre musulmano eretto a ricordo di un santone o di un personaggio significativo. Sebbene Ebrei, Cristiani e Mussulmani venerino qui la memoria di Rachele, molti dubbi vengono sollevati circa la autenticità del luogo. Oggi la Tomba si trova proprio nelle vicinanze del muro di divisione dei territori israeliani da quelli palestinesi ed è visitabile solo attraverso dei permessi.

Orario d’apertura dei Santuari:

Basilica della Natività 
6.30 -19.30 (orario estivo) 
5.30-18.00 (orario invernale) 
domenica mattina la Grotta è chiusa

Santa Caterina 
6.00-19.00 (orario estivo) 
5.30-18.00 (orario invernale)

Campo dei Pastori 
8.00 -18.00 domenica 8.00-11.45/ 14.00-17.30 (orario estivo) 
8.00 -17.00 domenica 8.00-11.45/ 12.00-16.30 (orario invernale)

Grotta del Latte 
8.00-18.00 (orario estivo) 
8.00-17.00 (orario invernale)

S.Messe:
E’ possibile celebrare S.Messe presso la Grotta della Natività previa prenotazione al Franciscan Pilgrims' Office - FPO

______________________________________________

Orari S. Messe

Chiesa parrocchiale di S.Caterina

Domenica:
6.30 am, Italiano
7.30 am, Arabo
9 .00 am, Arabo 
11.00 am, Arabo

Settimanale:
Tutti i giorni:
6.30 am, Italiano
7.00 am, Arabo
Il sabato: 
4.30 pm, Arabo (orario invernale)
6.30 pm, Arabo (orario estivo)

Cappella di S.Francesco

Il mercoledì:
4.30 pm, Arabo (orario invernale)
5.30 pm, Arabo (orario estivo)

Grotta della Natività-Altare dei Magi:

Domenica:
5.00 am, Italiano (orario invernale)
6.00 am, Italiano (orario estivo)
8.30 am, Italiano (orario invernale)
9.30 am, Italiano (orario estivo)

Settimanale
5.00 am, Italiano (orario invernale) 
6.00 am, Italiano (orario estivo)
7.30 am, Italiano (orario invernale)
8.30 am, Italiano (orario estivo)

Feste e celebrazioni annuali:

Avvento
Natale del Signore : 25 Dicembre
Santi Innocenti: 28 Dicembre
Maria Madre di Dio-Teotokos: 1 Gennaio
Epifania: 6 Gennaio
Santa Caterina: 25 Novembre
San Girolamo: 30 Settembre

________________________________________________

Prenotazioni di S.Messe e informazioni

Prenotazioni messe per sacerdoti e gruppi Cattolici certificati per il pellegrinaggio in Terra Santa:
Franciscan Pilgrims' Office - FPO
tel: +972 2 6272697 E-mail: fpo@cicts.org

Per informazioni:

Christian Information Centre - CIC 
(dentro la Porta di Jaffa, di fronte alla Cittadella)
tel: +972 2 6272692 fax: +972 2 6286417
e-mail: cicinfo@cicts.org

__________________________________________________

Contatti:

Betlemme – Convento francescano
Convento Santa Caterina “ad Nativitem”
P.O.B. 45 
Bethlehem 
PALESTINIAN AUTHORITY

Tel: 
+970 02 2742425
+970 02 274384
+970 02 2776172 (suore)
Fax: 
+970 02 2776171 (convento)
+970 02 2765697 (sacrestia)
+970 02 2776127 (suore) 

Betlemme – Parrocchia
Manger Square - P.O.B. 45
Bethlehem 
PALESTINIAN AUTHORITY

Tel: +970 02 274.33.72
Fax: +970 02 274.01.03
e-mail: parish.bethlehem@custodia.org

Alloggio: 
L’accoglienza dei pellegrini è garanti dagli stessi frati francescani che gestiscono il Casa Nova per i pellegrini e Orient Palace Hotel. Queste strutture hanno una lunga tradizione di ospitalità. Per i contatti:

Casa Nova per i pellegrini
P.O.B. 996 Bethlehem Palestinian Authority
Tel.: +970 2 27439.81
Tel.: +970 2 27439.84
Tel.: +970 2 27656.60
Tel.: +970 2 27656.61
Fax: +970 2 27435.40
E-mail: info@casanovapalace.com

Orient Palace Hotel
P.O.B. 996 Bethlehem Palestinian Authority
Tel.: +970. 2 274.27.98
Fax: +970. 2 274.15.62
E-mail: info@casanovapalace.com