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Scavi al Santo Sepolcro: alla Sapienza il primo volume dell’Hagia Polis Project

“In questi ultimi anni i vostri volti sono entrati a far parte, in qualche modo, dello status quo della basilica del Santo Sepolcro”, dice – con una punta di affettuosa ironia – il Custode di Terra Santa, fr. Francesco Ielpo, rivolgendosi ai ricercatori e giovani archeologi di Sapienza Università di Roma che dal 2022 ad oggi si sono avvicendati nel cantiere di scavo nel santuario caro a tutto il mondo cristiano. Parole pronunciate nel pomeriggio del 17 settembre 2026 in un breve collegamento video con un convegno organizzato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo romano per la presentazione del volume Hagia Polis Project. Excavations at the Holy Sepulchre in Jerusalem. Vol. 1 Project and methodology. Il testo, interamente in lingua inglese e curato dalla professoressa Francesca Romana Stasolla, è pubblicato da TS Edizioni nelle collane istituzionali dello Studium Biblicum Franciscanum. Altri sette volumi seguiranno nei prossimi anni; il secondo è già in preparazione.

La professoressa Stasolla, nella sua duplice veste di direttrice del Dipartimento di Scienze dell’Antichità e di responsabile del cantiere di scavi archeologici al Santo Sepolcro, ha introdotto il convegno parlando di “una straordinaria avventura collettiva” perché, oltre agli archeologi impegnati sul campo, tantissimi altri colleghi dell’Università hanno partecipato e partecipano a questa “grande avventura di ateneo, fortemente sostenuta dalla magnifica rettrice”. Per lei, la professoressa Antonella Polimeni, non è stato solo il momento dei ringraziamenti. Oltre a citare il governatore generale dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, l’ambasciatore Leonardo Visconti di Modrone, monsignor Pasquale Iacobone, presidente della Pontificia commissione di Archeologia sacra della Santa Sede, e le personalità collegate da Gerusalemme, Polimeni ha voluto sottolineare soprattutto la sua emozione per il volume presentato. Il richiamo all’unicità del luogo oggetto di indagine, con la sua quotidiana convivenza di fedi, liturgie, memorie che implicano anche un complesso equilibrio istituzionale. Vi sono aspetti che le pagine del libro non raccontano, dice la rettrice. “I momenti meno semplici in cui chi operava sul campo ha avvertito con forza la sensazione di essere solo, talvolta ai margini, talvolta messo in discussione” ha detto Polimeni, che ha ricordato i suoi due recenti viaggi a Gerusalemme. Il primo nel 2023 che le consentì di entrare nel cantiere ancora aperto. Il secondo poche settimane fa, durante il quale ha trascorso anche del tempo con i giovani ricercatori della Sapienza impegnati sul campo, invitati a uno a uno al tavolo dei relatori a raccogliere l’applauso del pubblico presente. Studenti e ricercatori che, come ha detto la preside della Facoltà di Lettere, professoressa Arianna Punzi, hanno mostrato coraggio in momenti difficili e che si sono accostati con rispetto, attenzione e umanità alle comunità religiose della basilica.

Un lavoro in cui l’Italia ha dato il suo contributo anche a livello diplomatico, come sottolineato console generale a Gerusalemme, Domenico Bellato, e il responsabile locale della Cooperazione italiana allo sviluppo, Mirko Tricoli. L’approccio italiano – ha detto il console – si caratterizza per la ricerca, la competenza, gli approcci innovativi per la conservazione dei siti. Bellato ha richiamato anche l’impegno dell’Italia a Betlemme, nella basilica della Natività, a Tell es Sultan a Gerico (inserito tra i siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco), alla tutela del paesaggio naturale di Battir (anch’esso in Cisgiordania, nei dintorni di Betlemme). Un ruolo che si è costruito anche in percorsi di formazione per gli operatori locali. Al riguardo, la professoressa Stasolla ha menzionato i corsi estivi di formazione realizzati in collaborazione con il Mosaic Center di Gerico e in partenariato con l’Università cattolica di Betlemme e l’Università al Quds di Abu Dis.

Un contesto difficile in cui fr. Ielpo ha voluto ringraziare tutti quanti “per il rigore scientifico, per la passione e per il modo molto umano con cui avete condotto questo lavoro”. “Per noi francescani – ha detto - questo vostro lavoro è un’opera di straordinaria importanza, perché custodire questi luoghi implica anche conoscerli, studiarli, trasmetterli alle generazioni future”. Le guerre e le divisioni che affliggono la Terra Santa – ha continuato il Custode – “hanno avuto ripercussioni anche sui lavori di questo progetto, che però rappresenta un motivo di speranza e dimostra come collaborazione, ricerca e cultura possono continuare a costruire ponti e a preparare il futuro”.

Un ponte fatto di competenza e rigore ma soprattutto di un lavoro unico dal punto di vista della ricerca. Lo ha detto il professor Arnaldo Marcone – già ordinario di Storia romana all’Università Roma Tre. Lo ha sottolineato il professor Shimon Gibson, archeologo britannico e docente all’Università del North Carolina (Usa), che ha elogiato il lavoro di Stasolla e della sua squadra, ricordando come la Sapienza abbia svolto indagini con metodo moderno e multidisciplinare. E con ciò “ha reso un servizio al mondo intero”. Il professor Vincenzo Fiocchi Nicolai – ordinario di Archeologia cristiana presso l’Università di Roma Tor Vergata e docente di Archeologia degli antichi cimiteri cristiani presso il Pontificio Istituto di Archeologia cristiana – si è soffermato invece su alcuni saggi presenti nel volume Stasolla e su alcune curiosità del lavoro svolto dal team italiano.

Mentre la professoressa Basema Hamarneh – docente di Archeologia tardoantica e paleocristiana all’Università di Vienna – ha proposto alcune dotte considerazioni sul tema della relazione tra l’architettura sacra e l’azione liturgica nei primi secoli cristiani, con particolare riferimento proprio al Santo Sepolcro. Tra il pubblico presente in sala – un centinaio di persone d’ogni età – anche tre francescani della Custodia di Terra Santa: il delegato di Terra Santa a Roma, fra Antonino Milazzo; fra Stanisław Narcyz Klimas, storico della Chiesa, e fra Gianfranco Pinto Ostuni, da alcuni mesi Commissario di Terra Santa a Napoli, ma coinvolto nel cantiere al Santo Sepolcro, negli scorsi anni, in qualità di fotografo. Segno del profondo legame che unisce la Custodia e gli scavi nel luogo che fa memoria di dove Cristo è morto e risorto.

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