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Ambasciatori di Pace: 20 novembre 2025

La seconda giornata del Congresso prosegue il suo cammino sul tema dell'ascolto

La seconda giornata del congresso “Ambasciatori di pace” si è aperta con una parola chiave che ha attraversato tutti gli interventi: custodia. Non solo custodia di pietre e santuari, ma custodia di memoria, relazioni, vocazioni, futuro.

Il tema del mattino, “Custodire i Luoghi e la Memoria”, è stato guidato da Fra Marcelo Cicchinelli OFM, guardiano della Natività a Betlemme, che ha moderato il dialogo tra tre voci della Custodia di Terra Santa, Fra Stéphane Milovitch OFM, responsabile del Terra Sancta Museum, Fra Siniša Srebrenović OFM, guardiano del convento dell’Agonia al Getsemani, Fra Juan David OFM, giovane frate colombiano e studente dello Studium Biblicum Franciscanum. Ne è emerso un mosaico vivo, la Terra Santa come luogo in cui il Vangelo è scritto nella geografia, ma anche nelle biografie di chi la abita e la serve.

Un museo che non chiude ma apre la storia

Fra Stéphane Milovitch ha ricostruito il percorso che ha portato alla nascita del Terra Sancta Museum, definendolo come uno strumento per raccontare gli ottocento anni di presenza ininterrotta della Custodia in Terra Santa. La Custodia, ha ricordato, vive da sempre una triplice missione, custodire i luoghi santi e renderli accessibili ai fedeli, servire la popolazione locale, accogliere i pellegrini da tutto il mondo.

Il museo nasce per riflettere e far comprendere queste tre linee di apostolato. Non è pensato come un “cimitero di oggetti sacri”, ma come un luogo dove il patrimonio diventa epifania dell’identità della Custodia, una Chiesa che prega, che celebra, che accoglie, che cura.

Molte delle opere esposte, calici, paramenti, doni di re, di pellegrini, di commissari, sono nate per la liturgia e raccontano una storia di comunione tra la Chiesa locale e quella universale. Inoltre il museo vuole essere spazio di dialogo con ebrei e musulmani, in una città dove ciascuno “deve occupare uno spazio”, politico, fisico e culturale.

Attraverso documenti, firmani, registri di battesimo, archivi, il museo restituisce ai cristiani locali la consapevolezza di un’identità radicata e feconda. La cultura diventa così un ponte, tra la Chiesa e la società, tra passato e futuro, tra comunità cristiana e le altre fedi.

Santuari senza pellegrini, la preghiera che non si ferma

La parola è poi passata a Fra Siniša Srebrenović, che ha portato l’esperienza concreta della vita nei santuari durante le crisi recenti: dalla pandemia al tempo di guerra.

Al Santo Sepolcro, durante il COVID, la scena è stata quasi paradossale: il 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, la basilica viene chiusa dal governo. I frati della Custodia, unica comunità che abita dentro la basilica, si ritrovano letteralmente chiusi in casa, senza chiave per uscire. Il convento ha come unica porta quella della basilica, sigillata. Per settimane il cibo arriva da una piccola finestra, come nei secoli passati; poi, grazie a un passaggio interno, i greci ortodossi aprono ai frati un’uscita attraverso il loro monastero.

Ma il punto decisivo non è logistico. È spirituale.

Fra Siniša ha ricordato che nella lunga storia della Custodia l’assenza di pellegrini è stata spesso più normale della loro presenza massiccia a cui ci eravamo abituati negli ultimi decenni. E ha sintetizzato così la vocazione della Custodia:

“Custodire il luogo santo vuol dire, prima di tutto, pregare nel luogo santo.”

Anche con la basilica vuota, le processioni quotidiane non si sono mai fermate. Lo stesso accade oggi a Getsemani, spesso con pochissimi o nessun pellegrino: la comunità continua a celebrare, pregare, intercedere per tutta la Chiesa e per il mondo.

Se manca la preghiera, ha insistito, il santuario rischia di diventare solo un museo. La differenza tra un patrimonio da conservare e un luogo di vita è proprio la liturgia celebrata, l’intercessione, l’offerta silenziosa in un contesto spesso segnato dalla paura, dalle sirene, dalla memoria di guerre vissute sulla propria pelle.

Un giovane frate e le pietre che gridano

La testimonianza di Fra Juan David, giovane architetto colombiano, ha portato il respiro di chi ha incontrato la Terra Santa come sorpresa vocazionale.

Cresciuto a Bogotá, dove la religione per molti rimane “cosa della nonna”, ha scoperto quasi per caso la presenza dei francescani in Terra Santa. Il suo parroco gli ha proposto di conoscere la Custodia, intuendo che il suo profilo di architetto avrebbe potuto essere un dono per la missione di custodire i luoghi santi.

Arrivato nel 2015, la prima esperienza non è stata tanto quella di “iniziare un cammino verso il sacerdozio”, quanto di riscoprire la propria fede: verificare che Gerusalemme, Betlemme, il Santo Sepolcro non erano solo nomi sentiti a Messa, ma luoghi concreti, dove il Verbo si è fatto carne.

Oggi, mentre prosegue gli studi biblici e archeologici, guarda al futuro con una convinzione forte: le pietre parlano, e continueranno a parlare. Richiamando il Vangelo in cui Gesù dice che se taceranno i discepoli, grideranno le pietre, Fra Juan David ha accostato questa immagine ai grandi archeologi francescani che hanno scavato a Nazaret, Cafarnao, Magdala.

Le epigrafi, le case, le chiese antiche emerse dagli scavi hanno “gridato” per secoli, restituendo al mondo la memoria concreta della casa di Maria, della casa di Pietro, dei villaggi del Vangelo. Ma molto resta ancora da fare: intere aree, come Cafarnao, scavata solo in minima parte, attendono ancora di essere esplorate.

Per lui, il futuro passa da qui:

  • continuare a studiare e scavare per far emergere una memoria che rafforzi la fede dei credenti di oggi;
  • custodire questi luoghi perché altri, come lui, possano incontrare il Dio fatto carne in una geografia precisa.

Venire in Terra Santa, per un giovane, non significa solo scegliere un carisma, ma servire la Chiesa universalecustodendo il “passo del Verbo sulla terra”.

Custodia come testimonianza concreta, non idea astratta

In chiusura, Fra Siniša ha offerto un messaggio diretto ai commissari di Terra Santa, chiamati a raccontare nei loro Paesi la missione dei frati:

non si tratta solo di “parlare di santuari”, di progetti o di bisogni economici, ma di far conoscere le persone concreteche vivono e servono in questi luoghi: frati che pregano, studiano, accolgono, curano, accompagnano; comunità cristiane locali che resistono e sperano; tanti laici coinvolti nelle scuole, nelle opere sociali, nei pellegrinaggi.

Senza volti, nomi, storie, anche il discorso più nobile rischia di restare astratto. Con volti e storie, invece, la Terra Santa torna ad apparire per ciò che è: la perla delle missioni, come la chiamano le Costituzioni francescane, ma una perla abitata, non da collezione.

“Hic resurrexit”: il centro che tiene insieme tutto

Fra Marcelo Cicchinelli ha concluso la sessione ricordando il centro da cui tutto prende senso: Hic.

Hic (qui) è nato, qui è morto, qui è risorto il Signore. Tutto ciò che la Custodia fa, tutto ciò che i commissari raccontano, tutti i progetti (museali, pastorali, archeologici, educativi) hanno il loro epicentro nel “qui” del Risorto, che continua a dare vita a questa terra e a chi la serve.

La seconda giornata del congresso “Ambasciatori di pace” ha così messo a fuoco una verità semplice e radicale: essere ambasciatori di pace significa, prima di tutto, custodire luoghi e memorie perché siano aperti all’incontro con Dio, con l’altro, con la propria storia.

In una Terra Santa segnata da ferite e conflitti, i frati della Custodia ricordano con la loro vita che, finché ci sarà una comunità che prega, accoglie, studia e narra questi luoghi, la speranza continuerà a trovare casa qui.

Lo Studium Biblicum Franciscanum

La mattinata è proseguita poi con la presentazione di Fra Rosario Pierri in merito alla storia, proposte formative, obiettivi per il futuro ed eccellenze storiche dello Studium Biblicum Franciscanum.
Docente di greco biblico e critica testuale, Pierri è oggi uno dei volti più autorevoli dello SBF. La sua guida, iniziata nel 2017, ha coinciso con anni di rilancio internazionale della Facoltà, culminati nel centenario del 2024. Con stile sobrio e rigoroso, Pierri insiste su un punto chiave: lo studio della Scrittura non è astratto, ma affonda le radici nella Terra Santa, “luogo teologico” che parla attraverso pietre, testi e memoria.

Lo Studium Biblicum Franciscanum nasce da un’intuizione della Custodia di Terra Santa all’inizio del Novecento: dare ai frati, e alla Chiesa, un centro stabile per gli studi biblici proprio nel cuore di Gerusalemme. Dopo anni di preparazione, le lezioni iniziano nel 1924 nel convento della Flagellazione, lungo la Via Dolorosa. Nel 1960 lo SBF si lega alla Pontificia Università Antonianum e nel 2001 diventa ufficialmente Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia, unica nel suo genere all’interno del mondo cattolico.

Fin dalle origini, lo Studium coniuga studio e ricerca sul campo: scavi, ricognizioni archeologiche, catalogazione dei reperti, pubblicazioni scientifiche, musei. L’approccio è quello tipicamente francescano: unire rigore accademico e contatto diretto con i luoghi della Bibbia.

La sua storia è punteggiata da figure di rilievo. Tra i pionieri spiccano Maurus Witzel, Donato Baldi, Gaudenzio Orfali e Sylvester Saller, che posano le fondamenta metodologiche e accademiche dell’istituto. Nel secondo dopoguerra emerge la figura di Bellarmino Bagatti, archeologo instancabile e direttore dello SBF, protagonista degli scavi che hanno ridefinito la conoscenza dei primi secoli cristiani.

Con lui opera Virgilio Corbo, uno dei massimi archeologi francescani, artefice della valorizzazione di importanti siti della Terra Santa e delle raccolte confluite nel Terra Sancta Museum. Accanto a Corbo lavora Stanislao Loffreda, fine studioso di ceramica e direttore dello SBF per oltre un decennio, punto di riferimento degli scavi a Cafarnao, Macheronte ed Erodio, purtroppo recentemente scomparso.

Altra figura cardine è quella di Michele Piccirillo, conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sull’archeologia bizantina e per la valorizzazione dei mosaici di Giordania, dal Monte Nebo a Madaba. In ambito internazionale, rimane memorabile anche l’opera di Gabriele Allegra, fondatore della sezione cinese dello Studium e autore della prima traduzione cattolica completa della Bibbia in lingua cinese.

Il 2024 ha segnato il traguardo dei cento anni. Un secolo di frati che insegnano, scavano, studiano e raccontano: perché la Terra Santa non è solo uno scenario, ma una chiave di lettura della Bibbia e del mondo. Sotto la guida di fr. Rosario Pierri, lo SBF continua a essere un ponte tra ricerca scientifica e vita della Chiesa, un luogo dove la Parola è studiata là dove è nata.

Ascoltare la voce di Dio nel tempo della crisi: la riflessione di Fra Matteo Munari

Fra Matteo Munari, docente dello Studium Biblicum ha offerto una profonda meditazione sul tema dell’ascolto della voce di Dio nei momenti di crisi. Un intervento intenso, ricco di riferimenti biblici, esperienze personali e provocazioni spirituali, che ha toccato con sincerità uno dei nodi più complessi dell’esperienza umana: comprendere dove sia Dio quando tutto sembra oscurarsi.

La prima voce di Dio nella Bibbia: un richiamo e non una condanna

Fra Matteo ha aperto la sua riflessione con un’immagine sorprendente: la prima menzione della voce di Dio nella Bibbia non appare come consolazione, ma come richiamo. Nel capitolo terzo della Genesi, dopo il peccato originale, Adamo ed Eva “udirono la voce del Signore Dio che passeggiava nel giardino”.

L’uomo, segnato dal peccato, fugge da quella voce. «È questo che accade anche a noi», spiega Fra Matteo. «La voce di Dio diventa scomoda, perché mette in luce ciò che non vogliamo vedere». Eppure, in quel “Dove sei?” che Dio rivolge all’uomo, Aiekka in ebraico, non c’è condanna, ma ricerca amorosa.

Il peccato come disobbedienza e rifiuto dell’ascolto

Ripercorrendo l’esperienza dell’Esodo, Fra Matteo ha ricordato come la prima generazione uscita dall’Egitto non sia entrata nella Terra Promessa “perché non aveva ascoltato la voce del Signore” (Giosuè 5,6). L’ascolto, dunque, non è un elemento accessorio della fede, ma il suo cuore pulsante.

Il predicatore denuncia con franchezza un atteggiamento tipico dell’uomo contemporaneo: il tentativo di sostituirsi a Dio, di modificare la realtà a proprio piacimento, di manipolare la creazione. «Anche le guerre», afferma, «sono spesso tentativi di cambiare la storia perché non accettiamo ciò che Dio ha fatto».

Elia sull’Oreb: Dio non è nel fragore

In un passaggio centrale della meditazione, Fra Matteo richiama la pagina celebre di Elia sul monte Oreb, dove Dio non si manifesta nel vento impetuoso, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel “sussurro di una brezza leggera”, letteralmente “una voce di silenzio sottile”.

È una lezione decisiva per il nostro tempo: Dio parla nel silenzio. E proprio il silenzio fragile, faticoso, spesso evitato, diventa il luogo privilegiato dell’ascolto. A Gerusalemme, racconta Fra Matteo, il rischio più grande non erano le sirene o i missili, ma il frastuono dei media, la continua connessione che impediva un’autentica interiorità.

Ascoltare Gesù: la voce che trasfigura

Il centro della voce di Dio è Cristo stesso. Nella Trasfigurazione, la nube divina dichiara: «Questi è il Figlio mio, l’Amato. Ascoltatelo!». Per Fra Matteo non esiste voce più limpida nei tempi di crisi: «Se una madre abadessa mi chiedesse una parola da parte di Dio, io le direi: leggiti il Vangelo».

L’esempio più radicale? Il comandamento dell’amore dei nemici. Un giovane musulmano, amico del frate, un giorno gli confidò che nessun libro sacro (né Torah né Corano) contiene parole così chiaramente divine come quelle di Gesù in Matteo 5, “amate i vostri nemici”. Parole che, a suo giudizio, «possono realmente cambiare il Medio Oriente».

Testimonianze dal presente: luce nella tenebra

Fra Matteo ha condiviso diversi episodi personali, come quello di un soldato israeliano incontrato in treno, in crisi per ciò che aveva visto e fatto durante il servizio militare a Gaza. «Perché è venuto a parlarne proprio con me?», si chiede il frate. «Perché sapeva che aveva bisogno di una luce diversa».

Essere cristiani in Terra Santa significa questo: non schierarsi, non accusare, ma essere presenza che illumina, che incontra, che ascolta e che invita alla riconciliazione.

Il coraggio di farsi trovare

Infine, Fra Munari non nasconde le difficoltà della vita religiosa, né la tentazione di rifugiarsi “nella comfort zone” dei conventi o dei propri studi. Ma richiama l’esempio dei primi cristiani, la cui testimonianza, anche attraverso la persecuzione, ha conquistato il cuore del mondo.

Per essere ambasciatori di pace, afferma, bisogna essere disposti a lasciarsi incontrare, ad accogliere anche il disprezzo, a vivere senza paura.

Francesco Guaraldi

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