
21 marzo 2026
IV Sabato di Quaresima
Fr. Sergio Da Costa
Cari fratelli e sorelle, Il Signore vi dia la sua Pace.
Sono fra Sérgio, studente dello Studium Biblicum Franciscanum, e vi parlo dal Convento di San Salvatore, a Gerusalemme.
Come nel Vangelo di ieri, anche oggi ci troviamo nel Tempio, in occasione della festa delle Capanne. Dopo essersi presentato come l’inviato del Padre (cfr. Gv 7,28-29) e, in modo particolare, come sorgente di acqua viva (cfr. Gv 7,37-38), il brano odierno ci mostra le reazioni che le parole di Gesù hanno suscitato tra le persone presenti.
Alcuni tra la folla vedono in Gesù il profeta annunciato, paragonandolo a Mosè che nel deserto aveva fatto sgorgare l’acqua dalla roccia (cfr. Es 17,1-7). Altri credono che sia il Messia atteso, ma altri mettono in dubbio la sua discendenza davidica. La tensione cresce, la divisione tra le persone si acuisce, fino a giungere alla persecuzione, ma l’ora di Gesù non era ancora giunto (cfr. Gv 7,8). Le guardie mandate dai sacerdoti e dai farisei rimangono colpite dalle parole di Gesù e non riescono ad arrestarlo; i capi religiosi, invece, maledicono la folla e scherniscono le sue origini, riducendo l’identità di Gesù alla sua provenienza galilea e argomentando per mezzo della Legge. Solo Nicodemo – che aveva incontrato Gesù di notte (cfr. Gv 3) – trova il coraggio, questa volta alla luce del giorno, di richiamare tutti alla giustizia e al rispetto della Legge.
La reazione della folla, l’ostinazione dei farisei e la posizione di Nicodemo ci mettono di fronte al dilemma dell’identità di Gesù e alla sfida di accoglierlo come nostro Signore e Salvatore. Ci possiamo interrogare sulla nostra condizione di vita: forse siamo abituati a professare la fede a parole, oppure a limitare la nostra conoscenza alle categorie dottrinali; o forse invece viviamo la nostra pratica religiosa. Ma cosa significa veramente avere Gesù come Signore della nostra vita e come Messia che ci salva? Ci accontentiamo di manifestarlo solo esteriormente oppure lasciamo che Lui trasformi profondamente la nostra esistenza? Facciamo attenzione: quei farisei non poterono riconoscere Gesù come Messia a causa del loro modo di usare la Legge e dei loro preconcetti religiosi. Perciò possiamo dire che una fede che non trasforma la vita è vana e bugiarda. Inoltre, anche noi tante volte siamo immersi nelle sfide del quotidiano, con i suoi conflitti interni ed esterni, confrontati dalla fragilità del mondo, della società e di noi stessi, che incorriamo nella tentazione di cercare un Messia secondo i nostri criteri, le nostre misure e le nostre necessità. Ma quando non lo troviamo, quando Gesù non corrisponde alle nostre aspettative, facciamo fatica a seguirlo fino in fondo, fino al Calvario.
Pensiamo a San Francesco, di cui celebriamo quest’anno il centenario della morte. Nel momento decisivo del suo passaggio da questa vita alla casa del Padre, Francesco ha scelto di morire lodando Dio e tutte le sue creature. Era immerso nella Passione di Gesù, benediceva i suoi fratelli. Ma non è stato solo un addio: era il naturale compimento di come aveva vissuto gli ultimi vent’anni della sua esistenza. Francesco ha percorso la sua strada seguendo Gesù, si è lasciato plasmare da Lui, e ha messo Cristo al centro, facendolo diventare il cuore pulsante della sua storia, della sua vocazione e della sua missione.
Nella Quaresima, siamo chiamati a morire a tante cose che ci allontanano da Dio, a morire al peccato, affinché possiamo sperimentare la vita nuova del Risorto. Per fare ciò, non basta una espressione religiosa semplicemente esteriore, ma è necessaria una fede autentica che cresce e si manifesta nel rapporto personale e personalizzante con Gesù. Non basta rimanere in una folla anonima e insignificante. Non basta rifugiarsi nella rigidità della legge e della dottrina. C’è bisogno di qualcosa di più, quel più che ci apri gli occhi per guardare la vita come dono e la morte come sorella. Fratello e sorella, chi è Gesù per te?
Pace e bene dalla Terra Santa.
