Un cammino alle sorgenti della libertà - A path to the sources of freedom

Santi Simeone e Cleofa - Saints Simeon and Cleopas

Sap 6,12-16; Sal 62,2-8; At 5,27b-32.40-41; Lc 24,13-35

Carissimi fratelli e sorelle,

Il Signore vi dia Pace!

  1. Abbiamo potuto finalmente riprendere la bella consuetudine di venire a Emmaus per la festa dei santi Simeone e Cleofa. Solo uno dei due discepoli è citato per nome nel racconto di Luca che abbiamo appena ascoltato, si tratta di Cleofa, nome noto anche da altri racconti evangelici. Secondo Egesippo (II sec) è un fratello di san Giuseppe e secondo san Girolamo (IV sec) è il marito di Maria di Cleofa. Quella che è citata come sorella di Maria la madre di Gesù in Gv 19 sarebbe in realtà la cognata e Cleofa sarebbe quindi padre di quei “fratelli di Gesù” che troviamo in Mt 13,55 e vengono chiamati “Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda”.
  1. Quello che la tradizione ha chiamato san Simone, seguendo questo filone interpretativo, sarebbe perciò figlio di Cleofa e della sorella di Maria la madre di Gesù. Ma, ovviamente, su questo aspetto gli esegeti, gli studiosi e i traduttori del Nuovo Testamento oggi non sono affatto d’accordo e la tradizione antica ci aiuta fino a un certo punto.

In ogni modo, la cosa interessante è che un discepolo è chiamato per nome e l’altro invece no. Come spesso accade nei racconti evangelici, quando un personaggio non è chiamato per nome questo non è un indizio di poca accuratezza storica, ma è piuttosto un espediente narrativo per dire a ciascuno di noi: identificati in quel personaggio anonimo; rispecchiati in quel personaggio e pensa che il cammino fatto da quel personaggio è il cammino che tu sei chiamato a fare.

  1. Partendo da questa constatazione cerchiamo allora di fare anche noi il cammino fatto dai discepoli Cleofa e Simeone. È un cammino di progressiva scoperta della realtà della Pasqua, come progressiva scoperta della presenza di Gesù risorto. Ma il punto di partenza è l’esperienza del suo contrario, cioè l’esperienza di Gesù morto. E con ciò l’esperienza del fallimento di ogni sogno messianico, la fine di ogni umana illusione, il naufragio di ogni personale speranza. Nonostante alcune donne, evidentemente isteriche, emotivamente instabili e in preda ad allucinazioni abbiano detto che è risorto ed è vivo.
  1. Questi due discepoli sono ormai senza speranza e senza sogni; sono incapaci di fidarsi dell’esperienza delle donne perché troppo presi nel loro pregiudizio antifemminile. E, nonostante ciò, si trovano a camminare insieme a Gesù risorto, ormai libero dalla morte. O meglio è Gesù risorto che si mette a camminare con loro. È ancora Lui che fa emergere tutto il vissuto di fallimento, le loro speranze infrante e i loro pregiudizi verso la testimonianza delle donne. È sempre lui, il Risorto, a praticare prima la terapia formativa del rimprovero che serve a demolire una prospettiva sbagliata e poi quella dell’annuncio delle Scritture, che serve a offrire una prospettiva nuova per leggere la passione e la morte di Gesù, aprendosi alla sorpresa inimmaginabile della sua risurrezione.
  1. Senza mai dire: “Sono io”; Gesù porta i due a riconoscerlo. Li porta a fare l’esperienza della fede pasquale, che è sempre frutto di un incontro con Lui, incontro misterioso eppure reale. Così è stato per Cleofa e Simeone, così per tutti coloro – uomini e donne – che lo hanno incontrato risorto; così è anche per noi oggi, che lo crediamo risorto e lo percepiamo vivo in mezzo a noi, anche in questa celebrazione eucaristica, anche nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, anche nel pane che tra pochi minuti Lui spezzerà con noi e per noi.
  1. Da questa esperienza di fede, nascono tante conseguenze. Mi limito a evidenziarne una, che è contenuta in nucleo nel racconto evangelico che abbiamo ascoltato ma è esplicitata in modo particolare nel brano degli “Atti degli Apostoli”. Si tratta della libertà interiore che scaturisce dall’esperienza dell’incontro con Gesù risorto. Nei due discepoli questa libertà interiore si manifesta nel loro tornare di corsa a Gerusalemme per raccontare agli altri l’esperienza che hanno fatto.

Nel racconto degli Atti degli Apostoli questa stessa libertà interiore è quella testimoniata da Pietro e Giovanni davanti al Sinedrio e condensata nella frase: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui” (At 5,29-32).

  1. Il fatto che Gesù è risorto e l’esperienza di credere che Lui è risorto ci dona una piena e completa libertà di fronte a ogni potere e di fronte a ogni autorità. Quando sento i nostri fratelli che vivono nella Valle dell’Oronte, che riescono a sorridere e scherzare nonostante siano da anni e continuamente vessati da dei fanatici che credono di poter usare la violenza in nome di Dio; quando sento che riescono a stare di fronte a chi li opprime mantenendo il cuore libero dall’odio e al tempo stesso conservando la libertà di professare la propria fede e di esprimere le proprie convinzioni, comprendo che è questa esperienza di Gesù risorto la radice della loro libertà, del loro coraggio e anche del loro buon umore. Così è anche per noi di fronte a ogni autorità umana che tenti di intimorirci o di zittirci.
  1. L’esperienza e la fede in Gesù risorto ci dona anche una profonda libertà di fronte alle paure e alle angosce che ogni generazione umana sperimenta quando si trova a vivere tempi difficili. E questo mi porta a riflettere su come abbiamo vissuto non solo personalmente ma anche come comunità ecclesiale l’esperienza della pandemia. Quando abbiamo rinunciato alla nostra libertà di vivere le esigenze concrete della nostra vita cristiana, non abbiamo forse testimoniato una insufficiente fede nel Risorto? Viceversa, quando la preoccupazione per la nostra salute non ha prevalso sulla preoccupazione per la cura materiale, umana e spirituale dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, abbiamo manifestato che abbiamo veramente incontrato Gesù risorto che ci ha liberato da ogni timore.
  1. Questa esperienza di fede poi ci dona una libertà profonda anche quando si tratta di fare scelte personali di vita. Chi non ha ancora maturato la fede in Gesù risorto continuerà a essere preoccupato di preservare la propria vita e la propria persona a tutti i costi. L’ideale di vita sarà quello di realizzare se stessi qui e ora, perché sembra che non ci sia nessun’altra prospettiva o possibilità. Ma chi – pur senza avere visto – crede che Gesù è risorto, avrà la libertà interiore di rinunciare alla propria vita per donarla, e sarà capace di farlo nel matrimonio come in forme di consacrazione che hanno senso solo se collochiamo la nostra vita e le nostre scelte sull’orizzonte di Gesù risorto, premessa e promessa della nostra stessa risurrezione.
  1. Oggi, in questa celebrazione, – per intercessione dei santi Simeone e Cleofa che qui hanno fatto questa esperienza – chiediamo che il nostro cuore ancora si riscaldi quando ascoltiamo le Scritture, che ci parlano di Gesù morto e risorto per noi.

Chiediamo che i nostri occhi si aprano quando spezziamo il pane assieme a Gesù ma anche tra di noi: in questo gesto fraterno – sempre – c’è una misteriosa rivelazione della presenza di Gesù, della autenticità della sua umanità e della realtà della sua risurrezione.

Chiediamo il dono di una libertà nuova e profonda! Che le nostre paure non siano più un alibi per non dare la vita. Che le pressioni dei poteri e dei potenti di turno non siano più una scusa per non testimoniare che crediamo in Gesù Risorto, che ci invita a far esperienza della grazia della conversione e del perdono dei peccati, che vale più dell’assecondare il politicamente corretto e le mode culturali del tempo in cui viviamo.

Che l’esperienza di Emmaus, metta anche a noi le ali ai piedi, come ai santi Simeone e Cleofa per tornare sui nostri passi, attraversare le tenebre che oscurano la nostra esistenza e tornare ad essere testimoni di quella speranza viva e certa che solo Gesù risorto può accendere nella nostra vita.

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Wis 6: 12-16; Ps 62.2-8; Acts 5,27b-32.40-41; Lk 24: 13-35

Dear brothers and sisters,

May the Lord give you Peace!

  1. We were finally able to resume the beautiful custom of coming to Emmaus for the feast of Saints Simeon and Cleopas. Only one of the two disciples is mentioned by name in the account of Luke that we have just heard, it is Cleopas, a name also known from other Gospel stories. According to Egesippo (2nd century) he was a brother of Saint Joseph and according to Saint Jerome (4th century) he was the husband of Mary of Cleopas. The one mentioned as the sister of Mary the mother of Jesus in John 19 would actually be the sister-in-law and Cleopas would therefore be the father of those "brothers of Jesus" that we find in Matthew 13, 55 and are called "James, Joseph, Simon and Judas ".
  1. What tradition has called St. Simon, following this interpretation, would therefore be the son of Cleopas and the sister of Mary the mother of Jesus. However, obviously, on this aspect the exegetes, scholars and translators of the New Testament today do not totally agree and the ancient tradition helps us only to a certain extent.

In any case, the interesting thing is that one disciple is called by name and the other is not. As often happens in the Gospel narratives, when a character is not called by name this is not a clue of a lack of historical accuracy, but it is rather a narrative device to say to each of us: identify yourself in that anonymous character; reflect yourself in that character and think that the path made by that character is the path that you are called to take.

  1. Starting from this observation, let us also try to follow the path made by the disciples Cleopas and Simeon. It is a journey of progressive discovery of the reality of Easter, as a progressive discovery of the presence of the risen Jesus. But the starting point is the experience of the opposite to him, that is, the experience of the dead Jesus. And with this the experience of the failure of every messianic dream, the end of every human illusion, the shipwreck of every personal hope. Although some women, evidently hysterical, emotionally unstable and in the throes of hallucinations, have said that He is risen and is alive.
  1. These two disciples are now hopeless and dreamless; they are unable to trust the experience of women because they are too caught up in their anti-feminine prejudice. Moreover, despite this, they find themselves walking together with the risen Jesus, now free from death; or rather, it is the risen Jesus who begins to walk with them. It is again He who brings out all the experiences of failure, their broken hopes and their prejudices towards the testimony of women. It is always He, the Risen One, who first practices the formative therapy of reproach which serves to demolish a wrong perspective and then that of the proclamation of the Scriptures, which serves to offer a new perspective to read the passion and death of Jesus, opening up to unimaginable surprise of His resurrection.
  2. Without ever saying: "It is Me"; Jesus leads the two to recognize Him. It leads them to experience the paschal faith, which is always the fruit of an encounter with him, a mysterious yet real encounter. So it was for Cleopas and Simeon, so for all those - men and women - who met the risen One; so it is also for us today, who believe him risen and perceive him alive in our midst, also in this Eucharistic celebration, also in the Gospel that we have just heard, also in the bread that in a few minutes He will break with us and for us.
  1. Many consequences arise from this experience of faith. I will limit myself to highlighting one, which is contained in the core of the Gospel account that we have heard but is made explicit in a particular way in the passage from the "Acts of the Apostles". It is about the inner freedom that springs from the experience of the encounter with the risen Jesus. In the two disciples this interior freedom is manifested in their rushing back to Jerusalem to tell others about the experience they have had.

In the account of the Acts of the Apostles this same interior freedom is that witnessed by Peter and John before the Sanhedrin and condensed in the sentence: “We must obey God rather than men. The God of our fathers raised Jesus, whom you killed by hanging Him on the Cross. God raised Him with his right hand making Him Head and Savior, to give Israel the grace of conversion and the forgiveness of sins. Indeed, we and the Holy Spirit are witnesses of these facts, whom God has given to those who submit to Him "(Acts 5: 29-32).

  1. The fact that Jesus is risen and the experience of believing that He is risen gives us full and complete freedom in the face of all power and all authority. When I hear our brothers who live in the Orontes Valley in Syria, who manage to smile and joke despite being there for years and continuously harassed by fanatics who believe they can use violence in the name of God; when I feel that they are able to stand in front of those who oppress them while keeping their hearts free from hatred and at the same time retaining the freedom to profess their faith and express their convictions, I understand that this experience of the risen Jesus is the root of their freedom, their courage and also their good humour. So it is also for us in the face of every human authority that tries to frighten us or to silence us.
  1. The experience and faith in the risen Jesus also gives us a profound freedom in the face of the fears and anguish that every human generation experiences when they find themselves living in difficult times. And this leads me to reflect on how we lived the experience of the pandemic not only personally but also as an ecclesial community. When we renounced our freedom to live the concrete demands of our Christian life, did we not perhaps testify to insufficient faith in the Risen One? Conversely, when concern for our health did not prevail over concern for the material, human and spiritual care of our brothers and sisters, we manifested that we have truly encountered the risen Jesus who freed us from all fear.
  2. This experience of faith also gives us profound freedom even when it comes to making personal life choices. Those who have not yet gained faith in the risen Jesus will continue to be concerned about preserving their life and person at all costs. The ideal of life will be to realize yourself here and now, because there seems to be no other perspective or possibility. But who - even without having seen - believes that Jesus is risen, will have the interior freedom to renounce his own life in order to give it, and will be able to do so in marriage as in forms of consecration that have meaning only if we place our life and ours. choices on the horizon of the risen Jesus, premise and promise of our own resurrection.
  1. To-day, in this celebration - through the intercession of Saints Simeon and Cleopas who had this experience here - we ask that our hearts may still be warmed when we listen to the Scriptures, which speak to us of Jesus who died and rose for us.

We ask that our eyes be opened when we break the bread together with Jesus but also amongst ourselves: in this fraternal gesture - always - there is a mysterious revelation of the presence of Jesus, of the authenticity of his humanity and of the reality of his resurrection.

We ask for the gift of a new and profound freedom! That our fears are no longer an alibi for not giving life. That the pressures of the powers and of the powerful on duty are no longer an excuse not to testify that we believe in the Risen Jesus, who invites us to experience the grace of conversion and the forgiveness of sins, which is worth more than supporting the politically correct and the cultural fashions of the time in which we live.

May the experience of Emmaus give us wings too, like saints Simeon and Cleopas to retrace our steps, cross the darkness that obscures our existence and return to be witnesses of that living and certain hope that only Jesus risen can ignite in our life.