Entrare nella storia per salvare l’umanità

Natale - Messa della vigilia

Continua la collaborazione tra VITA TRENTINA  e fr. Francesco Patton, Custode di Terra Santa nella rubrica "In ascolto della Parola". 

«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa «Dio con noi». (Mt 1,23)

Is 62,1-5; At 13,16-17.22-25; Mt 1,1-25

Le letture della Messa della Vigilia di Natale sono un annuncio del fatto che, attraverso la nascita del Messia promesso, Dio entra nella nostra storia per redimere e salvare l’umanità e per condividere la nostra vita in una relazione di amore paragonabile all’amore che unisce lo sposo alla sposa.

Nel brano degli Atti degli Apostoli, è san Paolo a ricapitolare la storia di Israele in forma narrativa, partendo dai Patriarchi e a ricordare le promesse fatte a Davide: “dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù” (At 13,23).

Il Vangelo a sua volta mette insieme la genealogia di Gesù e il racconto della sua nascita. L’obiettivo della genealogia non è quello di annoiarci ma quello di riassumere in poche righe tutta la storia d’Israele a partire da Abramo, per farci capire che il Messia è discendente di Abramo, discendente di Davide e di un popolo che ha conosciuto la sofferenza dell’esilio. Nella genealogia, senza entrare in dettagli troppo specialistici, va comunque detto che l’evangelista Matteo usa uno schema numerico che non ha valore matematico ma teologico: “Nella triplice regolare ripetizione del numero «quattordici» l’autore vede un segno del progetto di Dio che presiede allo sviluppo della storia culminante nella persona di Gesù, il Messia” (R. Fabris, Matteo, Borla, p. 53). Nella genealogia di Gesù è interessante anche la presenza di quattro donne straniere, ad indicare da un lato che l’elezione di Israele non esclude gli altri popoli dalla storia della salvezza e dall’altro che Gesù non è il Messia Salvatore del solo Israele ma di tutta l’umanità.

L’altra particolarità riguarda l’uso del verbo generare che si ripete in forma attiva dalla prima fino alla penultima generazione: “Abramo generò Isacco… Giacobbe generò Giuseppe”. È la storia del popolo eletto, da Abramo fino a Giuseppe, che viene avanti per generazioni in cui l’uomo è attivo e protagonista. Nel raccontare l’ultima generazione il verbo è sempre lo stesso “generare” (purtroppo la traduzione “è nato” non permette di cogliere questo aspetto), ma è coniugato in forma passiva: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale fu generato Gesù, chiamato Cristo”. La nascita del Messia non è frutto di un’attività e di un protagonismo umano, ma è frutto di una “passività” umana, che diventa accoglienza e cooperazione all’agire divino, ed è così che per opera dello Spirito Santo Dio può far nascere da Maria il Messia che è contemporaneamente “Gesù” (cioè salvatore) e “Emmanuele” (cioè Dio con noi).

Nel bambino Gesù che nasce a Betlemme, c’è il senso della storia del popolo d’Israele e c’è l’apertura di Dio a tutti i popoli, c’è soprattutto l’entrare di Dio nella nostra storia, per salvarci e stare con noi per sempre, come dirà lo stesso Gesù alla fine del Vangelo secondo Matteo: «ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

di fr. Francesco Patton, ofm

Custode di Terra Santa