Alle origini della nostra fede e missione

Dedicazione della Basilica del S. Sepolcro

Letture: Is 53,2b-9; Sal 15; At 13,16°.26-31; Lc 24,1-12

  1. Carissimi fratelli,

Il Signore vi dia Pace!

Siamo giunti al termine del nostro Capitolo custodiale e ancora una volta siamo venuti a celebrare l’Eucaristia qui al Santo Sepolcro, il santuario che ci è più caro, quello che motiva il nostro essere custodi dei Luoghi Santi, per mandato della Chiesa dal 1342. Qui noi ci troviamo, infatti, nel luogo che sta all’origine della nostra fede e della nostra missione.

  1. Le letture proclamate ci fanno capire che qui siamo all’origine della nostra fede. Isaia, gli Atti degli Apostoli, il Vangelo di Luca ci aiutano a comprendere il valore che ha questo luogo per la vita e la salvezza di ognuno di noi e dell’umanità.

Questo è il luogo in cui si è adempiuta la profezia di Isaia. Qui Gesù di Nazareth si è manifestato come servo umiliato, talmente svuotato di sé da non sembrare più nemmeno un uomo. Questo è il luogo dove il Figlio/Servo “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Qui, dopo essere stato “trafitto per le nostre colpe e schiacciato per le nostre iniquità”, gli è stata data sepoltura. Qui Gesù ha dato la vita per il gregge disperso che è l’umanità intera, bisognosa di riconciliazione e di perdono, di unità e di comunione, di fraternità e di pace (cfr. Is 53, 2b-9).

Qui, secondo la narrazione e la testimonianza di Paolo e Barnaba nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, “dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, (lo) deposero [Gesù] dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni” (cfr At 13,29-30).

Qui, secondo il vangelo di Luca, le donne per prime hanno potuto vedere i segni della pietra rotolata, della tomba vuota e hanno ricevuto la testimonianza di “due uomini in vesti sfolgoranti” che hanno annunciato a loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: «Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno»” (cfr Lc 24,5-7). È qui che il mistero pasquale di passione morte e risurrezione predetto da Gesù si è ormai compiuto in maniera irreversibile.

Senza ciò che è avvenuto in questo luogo la nostra fede sarebbe priva di fondamento, la nostra liturgia sarebbe semplice teatro e la nostra vita cristiana una proposta etica incomprensibile e impraticabile.

  1. La nostra storia, che fa parte costitutiva della nostra identità, ci ricorda anche che in questo luogo siamo all’origine della nostra missione.

San Francesco, nella lettera a tutto l’Ordine sottolinea la venerazione della tomba in cui giacque per qualche tempo il corpo del Signore (cfr LOrd 21: FF 220). Lo può fare perché ha visto coi suoi occhi cristiani d’Oriente e d’Occidente sostare in preghiera davanti e dentro il Santo Sepolcro. Lo può dire perché lo ha fatto lui stesso, immedesimandosi qui nell’esperienza vissuta dal Cristo e trasformandola in preghiera nell’Ufficio della Passione: “Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, / sono diventato un uomo privo di aiuto, / che va errando tra i morti” (cfr UffPass II,10: FF 283); “Mi ero addormentato e sono risorto, / e il Padre mio santissimo mi ha accolto nella gloria” (cfr UffPass VI,11: FF 287).

Questo luogo ci è stato affidato con parole commoventi dalla Chiesa. Nel 1342 il papa Clemente VI scrive al Ministro generale: “È da poco tempo che al nostro soglio apostolico giunse la gradita notificazione del re e della regina [di Napoli], come essi con grandi spese e faticose trattative ottennero […] che i frati del vostro Ordine possano dimorare continuamente nella chiesa del detto Sepolcro, e celebrare pure solennemente là dentro Messe cantate e Divini Uffici.

Noi quindi, […] nei sensi della presente (Bolla) concediamo a tutti e a ciascuno di voi piena e libera facoltà di chiamare, ora e in avvenire, alla vostra presenza, per autorità apostolica […] dopo aver sentito il parere dei consiglieri del vostro Ordine, quei frati idonei e devoti (presi) da tutto l’Ordine” (Clemente VI, Gratias agimus, 2.4.).

  1. Questo luogo santo ci ricorda perciò anche quale deve essere la modalità di testimoniare la nostra fede attraverso la missione che ci è stata affidata.

Impariamo dal Servo del Signore a testimoniare attraverso uno stile di servizio che arriva fino al dono di sé. Non siamo impiegati, non siamo mercenari, non siamo nemmeno padroni, siamo servi, disposti a servire anche a prezzo della nostra vita. Questo stile di testimonianza deve valere nei santuari, nelle parrocchie, nelle scuole, e in ogni luogo in cui siamo presenti come frati minori di Terra Santa.

Impariamo da Paolo e Barnaba a testimoniare con franchezza, in ogni ambiente, il grande mistero che qui si è compiuto: il mistero della risurrezione di Gesù, che è l’inizio di una nuova creazione e il fondamento solido della speranza cristiana. Nel seguito del loro annuncio, infatti, Paolo e Barnaba ricordano che è grazie alla morte e risurrezione di Gesù che ci viene annunziato il perdono dei peccati e la possibilità di giustificazione, cioè la possibilità di poter, non solo stare davanti a Dio, ma partecipare da figli alla sua stessa vita.

Impariamo dalle donne del vangelo di Luca a raccontare il mistero della tomba vuota e l’annuncio che Gesù è risorto, anche se il nostro annuncio agli scettici sembrerà un vaneggiamento frutto di allucinazione, ai materialisti un’assurdità impossibile da realizzarsi e da verificare, a qualcuno perfino una pretesa folle. Non importa! Continuiamo ad annunciare, perché non c’è un altro annuncio che possa dare senso pieno e compimento alla vita dell’umanità e di ogni singola persona.

  1. San Antonio, nel Sermone di Pasqua ci ricorda il senso finale di questo luogo di morte, di sepoltura e risurrezione, e con le sue stesse parole concludo: “Vi supplico, pensando alla vostra morte, di venire e di entrare nel sepolcro della celeste contemplazione, nella quale vedrete l’angelo dell’Eterno Consiglio, il Figlio di Dio, assiso alla destra del Padre. Egli nella risurrezione finale, quando verrà a giudicare il mondo nel fuoco, si svelerà a voi, non dico dieci volte, ma per sempre: in eterno e nei secoli dei secoli lo vedrete come egli è, con lui godrete, con lui regnerete. Amen” (Sermone di Pasqua, n. 10).