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24 marzo 2026 - V Martedì di Quaresima - Fr. Jihad Krayem 

Il Vangelo del giorno meditato da Fr. Jihad Krayem, Vicario del Convento di Sant'Antonio da Padova

23 Mar 2026

24 marzo 2026
V Martedì di Quaresima
Fr. Jihad Krayem

Buongiorno, io sono fra Jihad Krayem un frate francescano vivo in Libano e sono responsabile della pastorale giovanile in Libano.   

Oggi, c’è qualcosa di drammatico in questa pagina del Vangelo di Giovanni. Gesù parla. I farisei ascoltano. Ma non si capiscono. Gesù annuncia di andare al Padre, e loro pensano che voglia uccidersi. Lui parla della vita eterna, loro vedono solo la morte. Parlano la stessa lingua, ma abitano due mondi diversi.  

E Gesù stesso spiega questo abisso: “Voi siete di quaggiù, io sono di lassù. Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.”  

Conosciamo bene, tutti noi, la logica “di quaggiù”. È la logica che misura tutto in termini di perdita e guadagno, di sicurezza e pericolo, di quello che si riesce a controllare e quello che sfugge di mano.   

In Medio Oriente questa logica assume il volto concreto della guerra — case che crollano, famiglie che si disperdono, un futuro che non si riesce a immaginare. Ma nella vita di ognuno, in modi diversi, questa stessa logica lavora: è la paura che stringe il cuore, è la stanchezza che non passa, è la sensazione che il peso sia troppo grande per le proprie spalle. Quando ci si lascia dominare da questa visione, si rischia di vedere solo buio. E il pericolo più grande non è la difficoltà in sé — è perdere l’orizzonte.  

Questo è il dramma dei farisei. Manca loro un orizzonte. E senza questo orizzonte, persino le parole di Gesù diventano incomprensibili.  

Poi Gesù Dicchiara: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.”  

“Io Sono.” È il nome che Dio ha rivelato a Mosè davanti al roveto ardente. È il nome della presenza assoluta. della vita che non dipende da nulla e da nessuno. Ed è questo nome che Gesù rivendica per sé.   

E aggiunge: se non credete questo, morirete nei vostri peccati. Il peccato, nella teologia giovannea, non è una semplice trasgressione morale ma è la chiusura radicale a questa Presenza. È vivere come se l’“Io Sono” non esistesse.   

Ed è già una forma di morte — la morte più sottile, quella che svuota la vita dall’interno, anche quando all’esterno tutto sembra ancora in piedi.  

Ma poi Gesù apre uno spiraglio di luce. “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono.”  

Il verbo — “innalzare” — porta in sé un doppio significato che solo Giovanni usa in questo modo: è l’innalzamento della croce, e insieme l’esaltazione nella gloria.   

Sono la stessa cosa. L’ora della massima umiliazione è l’ora della massima rivelazione. Sulla croce — nel momento in cui tutto sembra finire, in cui la morte sembra aver vinto — lì, esattamente lì, si rivelerà pienamente chi è Gesù.  

Questo è quello che la Chiesa ha imparato dalla sua esperienza vissuta attraverso i secoli. Dio non è rimasto lontano dalla sofferenza umana. È sceso dentro. Fino in fondo. Ed è anche quello che i cristiani di oggi che vivono in terre di guerra lo sperimentano in modo acuto: quando fuori tutto crolla, la preghiera non è più un momento della giornata — diventa l’unico luogo che regge.   

Perché in quel silenzio carico di paura e di speranza si tocca con mano una certezza: che il Signore è con me, è lui la mia sicurezza e la mia salvezza.  

 È proprio questa è la fede che Gesù annuncia a pochi passi della sua passione: “Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo.”  

Dio, è il Padre che accompagna e che protegge — non dalle prove, ma dentro le prove.   

Anche noi, pochi passi dalla Settimana Santa, questo Vangelo ci chiama a rinnovare la nostra fede — ad imparare di nuovo ad ascoltare la voce del Signore, e a ritrovare quella pace profonda che nasce da una certezza semplice e assoluta: sono amato. Il mio Signore è presente, vive con me ogni dolore e ogni sofferenza, e mi farà risorgere con Lui da ogni morte in cui mi trovo. 

 

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