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22 marzo 2026 - V Domenica di Quaresima - Fr. Rosario Pierri 

Il Vangelo del giorno meditato da Fr. Rosario Pierri, professore presso lo Studium Biblicum Franciscanum

22 Mar 2026

22 marzo 2026
V Domenica di Quaresima
Fr. Rosario Pierri 

Il Signore vi dia pace. Sono Fra Rosario Pierri, docente presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Eccoci di nuovo insieme per percorrere in compagnia un breve tratto del nostro cammino quaresimale. 

La risurrezione di Lazzaro è l'ultimo dei sette miracoli o segni raccontati dal quarto evangelista. I numerosi particolari ricordati provano che l'autore del racconto è stato testimone oculare dell'evento. Di cosa si fosse ammalato questo caro amico di Gesù non ci è bene detto. 

La rapidità con cui le sorelle di Lazzaro, Marte e Maria, fanno avvertire Gesù, inducono a pensare che erano particolarmente preoccupate per la salute e la sopravvivenza del fratello. La malattia doveva essere grave. La malattia è inevitabile, come lo sono le sofferenze. 

Quando giungono vanno accolte o sopportate come prove che rafforzano la fede. Sto parlando dei credenti. Cristo non è venuto a preservarci da queste prove, ma per redimerci dal peccato. 

Quali siano le vie della provvidenza non lo sappiamo, ma poiché conducono alla gloria di Dio, che ha per fine la nostra salvezza, dobbiamo essergli grati e non essere irriconoscenti o immemori dei tanti benefici ricevuti che ad un tratto scompaiono dalla nostra mente quando sorgono difficoltà, come il seme soffocato dai rovi. Se vi è una certezza su cui non dubitare è l'amore di Dio. Ai nostri occhi può apparire che ritardi, ma i suoi non sono i nostri tempi. 

Non resta che attendere fiduciosi. Le nostre sicurezze possono ingannarci. Possiamo essere convinti di essere ben saldi nella nostra fede, ma la fede ha le sue ragioni ed è esigente. 

Può capitare di dimenticare che le prove quotidiane avranno fine solo al termine della vita. La nostra testimonianza avrà fine solo allora. Cristo non ha mai nascosto le esigenze della sua sequela. 

E solo se la si vive con fede il gioco diventa dolce e il carico leggero. In caso contrario diventano opprimenti. La certezza della risurrezione dovrebbe renderci sia non immuni, almeno meno soggetti alla disperazione, più disposti a comprendere e ad accettare le avversità e anche la morte. 

Per i discepoli ero ormai tardi per andare da Lazzaro. Si correva il rischio di esporsi troppo. Pensavano che in casi simili è preferibile far correre gli eventi e lasciare che le cose si aggiustino da sole. 

Eppure in seguito alla risurrezione di Lazzaro molti credettero in Gesù e a tanti fu donata l'occasione di consolidare la propria fede in lui, anche ai discepoli stessi. Gesù aveva un rapporto privilegiato con i tre fratelli, con la loro casa dove regnava il timore di Dio. Il lutto con il suo dolore non la risparmiò. 

Nessuno ne è esente. Il carattere istintivo di Marta la spinge ad andare incontro a Gesù. In questa occasione è lei a dimostrarsi superiore a Maria, che invece rimane in casa vinta dalla mestizia. 

Dio ci visita in qualsiasi occasione. Il profeta Isaia esorta, cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatolo mentre è vicino. Lo si accoglie con fede, si ripone in Lui ogni speranza nella preghiera. Ma noi non sappiamo cosa sia giusto chiedergli. Lui sa cosa sia bene per noi. Non intrecciamo la sua opera. Marta credeva nella risurrezione alla fine dei tempi. Ma Gesù le apre un orizzonte inatteso, rivelandole che Lui stesso è risurrezione e vita. Dà la vita e può farla risorgere dalla morte quando e come vuole. 

Quale meravigliosa verità ci rivela il Signore! La risurrezione quotidiana dal peccato e quella al termine dei giorni del corpo sono in relazione con Lui. Non siamo mai soli e non saremo soli nel giudizio finale. Chi crede in Lui e in Lui trova conforto, potrà un giorno testimoniarlo e confortare chi è nel dolore. 

Nell'animo di nostro Signore Gesù si muovono i sentimenti di qualsiasi uomo. Anzi, in Lui, senza peccato, sgorgano puri come l'acqua da una sorgente. Il dolore delle sorelle e degli altri presenti diventa il suo dolore. 

Le sue lacrime non esprimono solo la compassione per la morte del caro Lazzaro, ma assumono il carattere più universale di partecipazione alla condizione dell'uomo con i suoi limiti, la fatica del vivere quotidiano purtroppo segnato dal peccato con tutte le sue conseguenze. Gesù è il Sommo Sacerdote che sa compatire le nostre debolezze. È stato provato in ogni cosa nella sua umanità, escluso il peccato. 

Gesù ci insegna a rivolgerci a Dio chiamandolo Padre. A ricorrere a Lui con la fiducia e l'audace di figli che si sentono amati e perciò accolti. Il gesto del Signore è così vistoso e vibrante, davanti a tutti, allo scopo di convincerli che Dio Padre lo ha mandato nel mondo come figlio. 

È come se avesse proclamato «Io sono il figlio di Dio Padre» e come Dio figlio ridò la vita a Lazzaro. Possiamo scorgere in questa scena un'anticipazione della risurrezione dei morti che usciranno dalle tombe a suono della tromba dell'arcangelo nell'ultimo giorno. Che è in Cristo non può rimanere nella tomba del peccato. 

Deve risorgere a vita nuova. Lazzaro si risvegliò dal sonno della morte per ritornare alla vita terrena che sarebbe giunta ancora una volta al suo termine e avrebbe di nuovo affrontato la morte. Ma quale gioia dovette provare quando si avvide che ad attenderlo fuori c'era il suo amato Signore. La sua voce lo aveva risuscitato. Ora poteva di nuovo contemplarlo e abbracciarlo. Lo Sheol non avrebbe imprigionato la sua anima che alla sua ora sarebbe invece salita al cielo verso la luce eterna. 

E un giorno, cari amici, speriamo con tutto noi stessi di poter essere per sempre con nostro Signore nel giorno che non ha fine. Risuscitati dalla sua voce anche noi, come Lazzaro, alla luce della sua presenza. Pace e bene dalla Terra Santa. 

Buon proseguimento della Santa Quaresima. 

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