Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani
28 gennaio 2026 - Gerusalemme
“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito,
come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,4)
Fratelli e sorelle,
in questa città santa, dove le Chiese cristiane vivono fianco a fianco, spesso molto vicine nei luoghi,la Parola dell’apostolo Paolo risuona con una forza particolare: uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, una sola è la speranza.
Paolo non parla di un’unità costruita da noi, né di un progetto umano da realizzare con sforzi organizzativi. Parla di un dono che ci precede: noi siamo già un solo corpo, perché siamo stati immersi nello stesso Cristo. L’unità non nasce dall’uniformità, ma dalla comunione; non cancella le differenze, ma le riconduce a un’unica sorgente.
Qui a Gerusalemme impariamo ogni giorno che l’unità è fragile. La storia, le ferite, le divisioni ci accompagnano. Eppure, proprio qui, siamo chiamati a testimoniare che l’unità non è un’utopia, ma una vocazione. Non è un ideale astratto, ma una responsabilità concreta.
Gesù, nella sua preghiera al Padre, non chiede che i suoi discepoli siano forti o perfetti, ma che siano uno, perché il mondo creda. L’unità dei cristiani non è solo per noi: è una parola profetica per il mondo ferito, diviso, stanco delle contrapposizioni. È un segno di speranza.
Paolo ci invita a vivere questa unità con umiltà, mitezza, pazienza, sostenendoci a vicenda nell’amore. Sono parole semplici, ma esigenti. Ci ricordano che l’unità inizia dai piccoli gesti, dallo sguardo che riconosce l’altro come fratello, dalla volontà di camminare insieme anche quando non tutto è risolto.
Preghiamo allora, in questa Settimana di unità, non solo perché le Chiese siano una, ma perché noi diventiamo strumenti di unità. Che lo Spirito Santo, unico e vivificante, guidi i nostri passi. Che la speranza comune alla quale siamo stati chiamati ci renda capaci di guardare oltre le divisioni, verso il Regno che viene.
E che Gerusalemme, città della croce e della risurrezione, possa essere sempre più segno di comunione, non solo nei Luoghi Santi, ma nella vita concreta delle nostre Chiese.
