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Omelia per la professione solenne di fra Fares - Damasco, Siria, 19 settembre 2026




Omelia per la professione solenne di fra Fares

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Carissimo fra Fares, cari fratelli e sorelle,

il Signore vi doni la sua pace!

«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie», ci dice oggi il Signore attraverso il profeta Isaia.

E la prima domanda che vorrei porre a te, caro Fares, e a tutti noi è questa: che cosa rende veramente felice un uomo?

Il mondo ci suggerisce tante risposte: essere liberi di fare ciò che vogliamo, possedere, avere successo, realizzare tutti i nostri desideri.

Tu oggi, invece, davanti a Dio e alla Chiesa, scegli di vivere per sempre in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.

Agli occhi del mondo potrebbe sembrare una rinuncia alla felicità. Ma i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri!

Tu hai scoperto che la vera libertà non consiste nel fare sempre la propria volontà, ma nel consegnarla con fiducia al Signore.

Hai scoperto che la vera ricchezza non consiste nel possedere tante cose, ma nell'avere Dio come unico tesoro.

Hai scoperto che la vera pienezza dell'amore non consiste nel trattenere qualcuno per sé, ma nel donare tutta la propria vita a Dio e ai fratelli.

Obbedienza, povertà e castità non sono tre modi per rinunciare alla vita, ma tre vie per viverla in pienezza, secondo il Vangelo.

E veniamo alla parabola che abbiamo ascoltato.

Un padrone chiama alcuni lavoratori al mattino, altri a mezzogiorno e altri ancora alla fine della giornata. Quando arriva il momento della paga, dà a tutti lo stesso denaro.

I primi protestano. Hanno lavorato di più e pretendono di ricevere di più.

Ma forse il loro vero problema è un altro: hanno considerato il lavoro nella vigna soltanto come una fatica, non come una grazia.

Non hanno capito che la vera grazia era già stata loro donata al mattino, quando il padrone li aveva chiamati.

Caro Fares, oggi riconosci pubblicamente, davanti a tutta la Chiesa, che il Signore ti ha chiamato nella sua vigna e che desideri rimanervi per sempre.

La grazia più grande non è la ricompensa che riceveremo alla fine, ma essere stati chiamati a lavorare nella vigna del Signore.

E allora non importa se siamo arrivati per primi o per ultimi. Non importa se un fratello ha ricevuto più talenti di noi, se svolge un servizio più importante o se il suo cammino è diverso dal nostro.

Quando cominciamo a confrontarci con gli altri, rischiamo di perdere la gioia della nostra vocazione.

La fraternità non è il luogo dove misurare chi ha fatto di più o chi merita di più. È il luogo dove impariamo a gioire perché il Signore ha chiamato ciascuno di noi e continua a essere buono con tutti.

Caro Fares, oggi il Signore ti dice ancora una volta: «Va' anche tu nella mia vigna».

Rispondigli con gioia. Non perdere mai lo stupore di essere stato chiamato. Non vivere la tua consacrazione come un peso da sopportare, ma come un dono da accogliere ogni giorno.

E quando arriveranno la fatica, le difficoltà e le inevitabili delusioni della vita fraterna, ricordati che la tua gioia non dipende da ciò che fai, dal riconoscimento che ricevi o dal confronto con gli altri.

La tua gioia nasce da una certezza: il Signore ti ha chiamato, ti ha voluto nella sua vigna e ti ha donato dei fratelli con i quali condividere la vita.

Questa è la grazia che oggi celebriamo.

E questa sia, caro Fares, la sorgente della tua felicità, per tutti i giorni della tua vita.

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