Cari fratelli e care sorelle,
il Signore Risorto vi dia pace!
Il bellissimo racconto pasquale, nella versione giovannea, possiamo rileggerlo seguendo i verbi che l’evangelista utilizza per descrivere ciò che accade al sepolcro.
Colpisce innanzitutto l’abbondanza dei verbi di movimento: Maria di Magdala si reca al sepolcro, poi corre; anche Pietro e l’altro discepolo escono, corrono, giungono, entrano.
Il primo tratto di questo racconto è proprio il movimento. È certamente un movimento fisico, ma è soprattutto il segno di un cammino interiore, di una ricerca. Tutti questi personaggi si muovono perché cercano.
Maria esce quando è ancora buio, ed esce da sola. Due atteggiamenti impensabili per una donna di quel tempo. Eppure, il desiderio di andare al sepolcro, al luogo dove è stato deposto il Signore, è più forte di ogni paura. Cerca, spera, forse anche solo di poter restare vicina a quel luogo dove riposa il corpo di Colui che le ha cambiato la vita.
Anche Pietro e il discepolo amato corrono, partendo da una notizia che non comprendono. Si muovono perché il loro cuore è inquieto, alla ricerca di un senso, di una speranza.
Partono da un lutto, da un dolore, da una perdita. Vanno al sepolcro per cercare qualcuno che credono morto. E invece, senza saperlo, stanno andando incontro al mistero della Pasqua.
È così anche per noi.
La Pasqua ci chiede di metterci in movimento: di uscire dalle nostre abitudini, dalle nostre sicurezze, dalle nostre chiusure, per diventare pellegrini della fede.
Non si tratta solo di un cammino esteriore, ma di un cammino del cuore: uscire, cercare, mettersi in cammino, custodire una sana inquietudine.
C’è poi un secondo gruppo di verbi, legati al vedere: «Vide la pietra ribaltata… vide le bende… vide il sudario… vide e credette…».
Il Vangelo insiste molto sul verbo vedere. Ma non basta vedere. Si può vedere e non comprendere. Si possono avere davanti agli occhi i segni e non coglierne il significato.
Ed è proprio quello che accade anche a noi: vediamo tanti segni di morte, ma facciamo fatica a intravedere un senso, una speranza.
I segni di morte li conosciamo bene qui in Terra Santa. Hanno un volto molto concreto: sono i segni della guerra, della paura, delle case distrutte, delle famiglie ferite e sfollate, dell’incertezza che pesa sulla vita di tanti. Sono segni che vediamo ogni giorno e che rischiano di spegnere la speranza.
Ma nel Vangelo c’è un passaggio decisivo: il discepolo amato passa dal vedere al vedere e credere.
Vede i segni della morte – le bende, il sudario – e crede. I segni della morte diventano segni di vita. Il sepolcro non è più il luogo della fine, ma il luogo della rivelazione di una vita nuova.
Questo è il passaggio della Pasqua.
Entrambi i discepoli entrano nel sepolcro e vedono, ma solo del discepolo amato si dice che “vide e credette”. Da dove nasce questa capacità?
Il Vangelo lascia intravedere una risposta: è il discepolo che Gesù amava. La fede nella risurrezione è un dono, e per accoglierlo bisogna entrare nella logica dell’amore.
Ma c’è anche un altro aspetto: il discepolo amato attende Pietro. Non corre da solo fino in fondo. Aspetta. Riconosce l’autorità di Pietro e vive la comunione piena con lui.
Si passa dal vedere al credere dentro una relazione, dentro una comunione ecclesiale. La fede nella risurrezione non nasce in cuori isolati, autosufficienti, ma dentro una fraternità.
Amore e comunione: sono queste le coordinate del cammino della fede.
Ed è proprio questo sguardo nuovo che la Pasqua ci dona: le difficoltà, le ferite, le fatiche della vita, le tante “tombe” che incontriamo – anche quelle segnate dalla guerra – possono diventare luoghi in cui riconoscere il Risorto, luoghi in cui incontrarlo.
Mettiamoci allora in cammino, come uomini e donne amati da Cristo, dentro la comunione della Chiesa. E faremo esperienza del Risorto anche nei luoghi segnati dalla morte.
Buona Pasqua: Cristo è risorto!
