Is 52,7-10; Sal 95; 2Tm 4, 1-8; Mt 28,16-20
Carissimi Fratelli dell’Ordine dei Predicatori,
Eccellenze Consoli generali,
Carissime sorelle, carissimi fratelli,
il Signore vi dia pace!
È significativa e bella questa tradizione. È una grazia che oggi abbiamo potuto ripristinare la comunione spirituale e carismatica che vede i Frati Minori presiedere e predicare in occasione della festa di san Domenico e vi invitiamo fin da ora a tornare a presiedere e predicare in occasione della festa di san Francesco il prossimo 4 ottobre.
Nel presbiterio della nostra chiesa di San Salvatore i nostri due santi fondatori stanno uno di fronte all’altro attorno all’altare. Domenico con la stella in fronte, il Vangelo in mano, il rosario alla cintura e il cane con la torcia in bocca, Francesco con il Crocifisso in mano e il rosario appeso al cordone. Entrambi sono uomini di preghiera e uomini diventati preghiera, Domenico pronto ad infiammare il mondo con il fuoco della predicazione e Francesco testimone del Cristo povero e crocifisso.
Il momento della morte di un santo è sempre particolarmente significativo, perché nell’ora della morte si scopre il senso profondo, pasquale, dell’esistenza e si scopre come il santo ha portato a compimento la propria vocazione.
Nell’omelia desidero pertanto prendere spunto proprio dalla morte di san Domenico, così come è raccontata nelle fonti antiche e trarne qualche insegnamento per noi. Desidero anche prendere spunto da un dipinto, la “Tavola della Mascarella”, che quest’anno accompagna le celebrazioni dell’ottavo centenario con il tema dell’essere “A tavola con San Domenico”.
Il beato Giordano di Sassonia racconta che, poco tempo prima della sua morte, i medici hanno visitato Domenico e avvisano i frati che per lui non c’è più niente da fare. La sua malattia è inguaribile. Domenico si rende conto di questo e, tutt’altro che spaventato, dice: “Se a giudizio dei medici sto per morire, perché non mi viene detto? La morte va nascosta a quelli per i quali è amaro il pensiero della morte. Io non ho paura della morte. Chi aspetta in cielo una dimora non fatta da mano d’uomo e un’eterna consolazione, non ha niente da temere, quando questa dimora terrestre fragile e carnale si corrompe” (GSax 67).
La prospettiva pasquale, di fatto, illumina tutta la nostra esistenza. Chi ha paura della morte avrà paura anche di vivere. Chi vive la vita cristiana come un pellegrino e un forestiero non ha paura di vivere spendendosi per Dio e per i fratelli e non ha paura nemmeno di morire, quando è giunta la propria ora.
Non ne abbiano a male le donne anziane qui presenti. Quella del primo biografo è una annotazione che ci restituisce l’umanità di Domenico e ci fa capire che la vocazione e la grazia di Dio non eliminano la nostra umanità, i nostri sentimenti e la nostra affettività, ma richiedono invece che noi impariamo a conoscere e riconoscere ciò che siamo, ciò che si muove dentro il nostro cuore, i nostri affetti e desideri, se vogliamo davvero donarci a Dio e riuscire a vivere gli impegni di consacrazione che abbiamo assunto.
Nell’ora della morte, Domenico ci fa comprendere che la sua donazione a Dio ha comportato anche un cammino di conoscenza della propria fragilità e di impegno a corrispondere alla grazia di Dio attraverso l’impegno personale.
Questa tavola non è però importante solo perché ci trasmette la più antica immagine di san Domenico, ma perché fa riferimento a quanto narra il prologo della Leggenda di san Domenico di Pietro Ferrandi. È un testo che descrive il carisma di Domenico e il carisma dell’Ordine: “Una volta Dio, invitando in vari luoghi e in molteplici modi i suoi eletti a un banchetto eterno, negli ultimi giorni, ovvero nell’undicesima ora, mandò il suo servitore a dire agli invitati che arrivassero, poiché ormai tutto era pronto. Nell’interpretazione di san Gregorio Magno, questo servitore è un Ordine di predicatori, che deve essere inviato, negli ultimi tempi, ad avvertire le anime degli uomini dell’imminente avvento del Giudice”.
È bellissima questa immagine che descrive il carisma domenicano come il carisma di chi è mandato a invitare l’umanità a partecipare al banchetto di Dio. Nei racconti biblici questo è il banchetto messianico, è il banchetto delle nozze del Figlio, è il banchetto finale in cui Dio terge le lacrime dai nostri occhi e ci nutre di carni grasse e di vini eccellenti, è il banchetto dell’Eucaristia ed è il banchetto della vita eterna.
Tenete vivo il carisma di chi sa donare la vita perché non ha paura della morte, il carisma di chi non ha paura della morte perché ha come orizzonte della propria esistenza la vita eterna e la luce della Pasqua.
Tenete vivo il carisma di un santo che ha saputo infiammare i cuori con la parola del Vangelo, ma non ha perso la sua umanità. Tenete vivo il carisma di un santo che ha lottato con se stesso per riuscire a vivere la propria vocazione, ma non è lontano da noi, dalla nostra sensibilità, dalle difficoltà che possiamo sperimentare, dalla nostra umanità.
Tenete vivo il carisma di un santo che ha fondato un Ordine il cui carisma è quello di invitare gli uomini e le donne di ogni tempo a vivere con gioia e senza paura l’incontro col Signore, perché questo incontro non avviene nel tribunale di un giudice spietato, ma a un banchetto di nozze.
Così sia.
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Is 52,7-10; Ps 95; 2Tm 4, 1-8; Mt 28,16-20
Dear Brothers of the Order of Preachers,
Your Excellencies Consuls General,
Dear sisters, dear brothers,
May the Lord give you peace!
This beautiful tradition is full of significance. It is a grace that today we are able to resume this spiritual communion that sees us Friars Minor presiding and preaching on the occasion of the feast of Saint Dominic, and from this moment we invite you to return to preside and preach on the occasion of the feast of Saint Francis, on 4 October.
On the presbytery of our church of Saint Saviour, our two holy founders stand one facing the other around the altar. Dominic has a star on his forehead, the Gospel in his hand, the rosary on the belt and the dog with the torch in its mouth, while Francis holds the Crucifix in his hand and the rosary on the cord. Both are men of prayer and men become prayer. Dominic appears ready to inflame the world with the flame of preaching, while Francis appears as the witness of Christ poor and crucified.
The moment of death of a saint is always particularly significant, since in the moment of death we discover the profound paschal meaning of existence and we discover how the saint has brought his or her vocation to completion.
During this homily I would therefore like to be enlightened by the death of Saint Dominic, as it is narrated in the ancient sources, and at the same time to draw some teachings for all of us. I would also like to be inspired by a painting, the “Tavola della Mascarella”, which on the occasion of this year is accompanying the celebrations of the eighth centenary with the theme: “At table with Saint Dominic”.
The paschal perspective, in fact, enlightens our entire existence. Those who are afraid of death are also afraid to live. Whoever lives his or her Christian life as a pilgrim and stranger has no fear to offer it for God and for the brethren, and is not even afraid of dying, when the hour of death arrives.
These words have nothing to do with any sentiments of lack of respect towards elderly women here present. These words transmitted by the first biographer are a note that reveals to us the humanity of Dominic and that helps us to understand that the vocation is a grace of God and does not eliminate our humanity, our feeling and our affectivity, but rather asks of us to learn how to understand and realise what we are, that is, whatever moves within our heart, our affectivity and our desires, if we truly want to offer ourselves to God and to succeed in living the commitment of consecration that we have assumed.
At the time of his death, Dominic makes us understand that his self-offering to God has also demanded of him a journey of knowledge of his own fragility and to commit ourselves to correspond to the grace of God through our personal effort.
This painting is not only important because it transmits to us the most ancient image of Saint Dominic, but also because it refers to what the prologue of the Legend of Saint Dominic by Pietro Ferrandi narrates. It is a text that describes the charism of Dominic and the charism of the Order: “Once God invited his elect from many places and in many ways to come to an eternal banquet, in the last days, namely during the eleventh hour, he sent his servant to tell the guests to arrive, since now everything was ready. In the interpretation of Saint Gregory the Great, this servant is the Order of preachers, that must be sent, during these last days, to admonish the souls of man regarding the imminent arrival of the Judge”.
This image is very beautiful since it describes the Dominican charism as the calling of those who are sent to invite humanity to participate in the banquet of God. In the biblical texts this messianic banquet is the banquet of the wedding feast of the Son, it is the final banquet in which God will wipe away the tears from our eyes and will nourish us with succulent meat and excellent wine. It is the banquet of the Eucharist and it is the banquet of eternal life.
Keep alive the charism of those who offer their life because they are not afraid of death, the charism of those who are not afraid to die because they keep as the horizon of their existence the eternal life and the light of Easter. Keep alive the charism of a Saint who has known how to inflame the hearts with the word of the Gospel, but who did not lose his humanity. Keep alive the charism of a Saint who struggled with himself in order to succeed to live his proper vocation, but who is not far away from us, from our sensibility, from the difficulties that we can experience, from our humanity.
Keep alive the charism of a Saint who founded an Order whose charism is that of inviting all men and women of all times to live with joy and without fear their encounter with the Lord, so that this encounter will not happen in the presence of a heartless judge, but in the context of a wedding feast.
Amen.