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Festa dell’Impressione delle Sacre Stimmate di san Francesco – 17 settembre 2026 - Iglesias




Festa dell’Impressione delle Sacre Stimmate di san Francesco

Omelia – 17 settembre 2026 - Iglesias

 

Eccellenza Reverendissima,

fratelli e sorelle,

il Signore vi doni la sua pace!

C’è una chiave di lettura, un punto prospettico, che ci permette di comprendere tutta l’esistenza di san Francesco. E questa chiave è la Verna.

Potremmo quasi dire, facendo un paragone forse ardito, che accade con Francesco qualcosa di simile a ciò che accade con Gesù nel Vangelo di Marco. In questo Vangelo c’è un continuo invito al silenzio: Gesù compie miracoli, guarisce, libera, eppure chiede che non si dica chi egli è. È quello che chiamiamo il «segreto messianico». Perché? Perché non si può dire veramente chi è Gesù prima di averlo visto sulla croce. Solo sotto la croce, quando tutto sembra finito, il centurione può finalmente dire: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Bisogna arrivare alla croce per comprendere fino in fondo Gesù, per non equivocare la sua persona, il suo messaggio e le sue opere.

E forse, in modo analogo, bisogna arrivare alla Verna per capire Francesco e per non equivocare il suo messaggio e la sua spiritualità. Possiamo raccontare la sua povertà, la fraternità, l’amore per il creato, l’incontro con il sultano, la sua predicazione, la sua semplicità. Possiamo persino isolare ciascuno di questi aspetti, tutti veri, fino a perdere di vista il centro che li tiene insieme. Per capire Francesco dobbiamo guardarlo alla Verna, quando sul suo corpo vengono impressi i segni del Crocifisso.

Perché lì diventa visibile anche nel corpo ciò che Francesco aveva cercato per tutta la vita: vivere il Vangelo sine glossa, e cioè diventare simile a Cristo.

In fondo, tutta la sua esperienza evangelica può essere letta così: un lungo cammino di conformazione al Signore Gesù povero e crocifisso. Francesco sceglie di essere povero perché Cristo è stato povero. Sceglie di vivere casto perché Cristo ha vissuto totalmente per il Padre e per i fratelli. Sceglie l’obbedienza perché Cristo è stato obbediente al Padre fino alla morte. Sceglie di essere minore perché Cristo si è fatto servo. Sceglie i lebbrosi, i piccoli, gli ultimi perché in loro aveva imparato a riconoscere il volto di Cristo.

Non si tratta, dunque, semplicemente di imitare alcuni comportamenti di Gesù. Francesco desidera qualcosa di molto più profondo: vuole che Cristo povero e crocifisso prenda forma in lui.

E alla Verna ciò che Francesco aveva cercato di vivere interiormente per tanti anni diventa, misteriosamente, visibile anche nel suo corpo.

Le stimmate non sono anzitutto un privilegio da ammirare. Sono il segno di una vita che, poco alla volta, si è lasciata trasformare dall’amore. Francesco ha guardato così a lungo il Crocifisso, lo ha seguito così radicalmente, lo ha amato così profondamente, che alla fine gli è diventato conforme.

San Paolo, nella prima lettura, afferma: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». E subito dopo aggiunge: «Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura».

Ecco ciò che conta.

Noi oggi non siamo qui semplicemente per contemplare Francesco. Non siamo qui per ammirare un uomo straordinario vissuto ottocento anni fa. La liturgia, nell’orazione iniziale, ci ricorda il senso profondo di questa celebrazione: «Concedi a noi… di conformarci alla morte del Cristo per essere partecipi della sua risurrezione».

Conformarci a Cristo. È questa la grazia che oggi chiediamo.

Che il suo modo di amare diventi il nostro modo di amare. Che il suo modo di perdonare diventi il nostro modo di perdonare. Che la sua povertà liberi il nostro cuore dal bisogno di possedere. Che la sua obbedienza ci liberi dalla pretesa di fare sempre la nostra volontà. Che la sua umiltà vinca la nostra ricerca di riconoscimento. Che la sua compassione ci renda capaci di portare le ferite degli altri.

Perché le vere stimmate cristiane non sono anzitutto ferite da mostrare, ma una vita nella quale cominciano ad apparire gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù.

È esattamente ciò che il Vangelo ci ha detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sestesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».

Ogni giorno. La nostra Verna è lì.

È nella fedeltà quotidiana, nelle relazioni fraterne, nelle obbedienze che non abbiamo scelto, nelle persone difficili da amare, nelle ferite che siamo chiamati a perdonare, nei servizi nascosti che nessuno vede. È lì che, lentamente, Cristo imprime in noi i suoi lineamenti.

Francesco è salito alla Verna portando nel cuore un solo grande desiderio: conoscere e sperimentare sempre più profondamente l’amore di Cristo. Ne è disceso portando nel corpo l’immagine dell’Amore crocifisso.

Forse questa festa ci invita proprio a domandarci: a chi sto diventando simile?

Perché, alla fine, diventiamo simili a ciò che contempliamo, a ciò che amiamo, a ciò per cui spendiamo la nostra vita.

Francesco ha contemplato Cristo, ha amato Cristo, ha seguito Cristo. E alla fine è diventato, come dice oggi il prefazio, «fedelissima immagine di Cristo crocifisso».

Chiediamo allora una grazia molto semplice e molto grande: che anche la nostra vita, giorno dopo giorno, venga trasformata. Che non ci accontentiamo di portare il nome di cristiani o, per noi frati, l’abito di Francesco. Che possiamo diventare davvero quella «nuova creatura» di cui parla Paolo.

Perché questo soltanto conta.

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