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Festa della Visitazione - Ain Karem, 30 maggio 2026 - Omelia di Fr. Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa




Cari fratelli e sorelle,
il Signore vi doni la sua pace!

La festa della Visitazione ci introduce in una delle pagine più belle del Vangelo e ci invita a passare da ciò che appare in superficie a ciò che è racchiuso nei gesti e nelle parole dei protagonisti.

Dopo l'annuncio dell'angelo, Maria non rimane chiusa in se stessa. L'evangelista Luca ci dice che «si alzò e andò in fretta». È il primo frutto dell'incontro con Dio: chi accoglie veramente il Signore non resta fermo, ma si mette in cammino.

Maria percorre le strade della Giudea per raggiungere Elisabetta. Apparentemente è il viaggio di una giovane donna che va ad aiutare una parente anziana. In realtà è molto di più: è Dio stesso che visita il suo popolo. Non è un caso che questo episodio richiami il viaggio dell'Arca dell'Alleanza verso Gerusalemme al tempo di Davide (cfr. 2 Sam 6,2-11). Maria è la nuova Arca che porta in sé la presenza del Signore.

Colpisce un particolare. Luca non riporta le parole del saluto di Maria. Non sappiamo che cosa abbia detto. Eppure, da quel momento, cambia tutto. Elisabetta sente il bambino sussultare nel suo grembo, viene colmata di Spirito Santo e riconosce il mistero che Maria porta dentro di sé. Non sono le parole di Maria a provocare tutto questo - parole che, peraltro, non conosciamo - ma la sua presenza. Attraverso Maria arriva Gesù.

Spesso pensiamo che l'evangelizzazione dipenda anzitutto dalle parole, dai discorsi o dalle strategie. Certamente le parole sono importanti, ma il Vangelo ci ricorda che la prima testimonianza è una presenza “abitata da Cristo”. Maria non predica, non spiega, non argomenta. Porta Gesù, e questo basta perché la gioia esploda nel cuore di Elisabetta.

Anche la Chiesa è chiamata a fare lo stesso. Qui, in Terra Santa, dove spesso non è possibile trovare parole condivise, dove lingue, culture e appartenenze sono diverse, dove la tensione e la polarizzazione rendono difficile il dialogo, la nostra missione rimane quella di portare Cristo agli uomini e alle donne del nostro tempo, nella misura in cui noi stessi siamo abitati da Lui.

Elisabetta proclama: «Beata colei che ha creduto». La maternità divina appartiene soltanto a Maria; la sua fede, invece, è una vocazione per ogni discepolo. Maria è beata non solo perché ha generato Cristo nella carne, ma perché lo ha accolto nella fede. In questo senso diventa il modello della Chiesa e di ogni credente. Anche noi siamo chiamati a generare Cristo nel mondo attraverso la nostra fede, la nostra disponibilità e il nostro ascolto della Parola.

Quando siamo docili alla volontà di Dio, la nostra presenza diventa simile a quella di Maria: diventiamo, in qualche modo, un tabernacolo vivente della presenza di Cristo. E allora accade ancora il miracolo della Visitazione: le persone non incontrano semplicemente noi, ma si sentono visitate da Dio.

Celebriamo questa festa qui, in Terra Santa, dove ogni pietra parla di incontri e di visite di Dio. Chiediamo oggi alla Vergine Maria di insegnarci ad alzarci e a metterci in cammino, a non vivere una fede ripiegata su noi stessi, ma una fede che si fa prossimità, servizio e presenza.

Abbiamo bisogno di cristiani che, come Maria, portino Cristo senza clamore, ma con la forza silenziosa della testimonianza. Abbiamo bisogno di comunità che facciano sussultare di speranza il cuore degli uomini non per ciò che dicono di sé, ma per la presenza del Signore che custodiscono.

E chiediamo infine la grazia di poter ascoltare rivolte anche a noi le parole di Elisabetta: «Beata colei che ha creduto». Perché la vera beatitudine non consiste nel possedere, nel riuscire o nel dominare, ma nel fidarsi di Dio e nel lasciare che la sua Parola si compia nella nostra vita.

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