Signore, da chi andremo? - O Lord, to whom shall we go?

Prima Professione Fr. John the Baptist - First Profession of Brother John the Baptist

Gs 24,1-2.15-17.18; dal Sal 33; Ef 5,21-32; Gv 6,60-69

  1. Carissime sorelle e carissimi fratelli, in special modo carissimo Fr. John the Baptiste Khanh Vinh Doan, il Signore vi dia pace!

La Parola di Dio di questa domenica ci offre molti spunti per riflettere su cosa vuol dire fare una professione di vita religiosa.

Desidero sottolineare tre significati:

  • professare è confessare pubblicamente che la nostra vita ha un senso solo nella relazione con Gesù Cristo, perché nessun altro ha detto e fatto per noi quello che Lui ha detto e fatto e nessun altro ci può donare quello che Lui ci dona;
  • fare la professione significa abbracciare una vita in fraternità nella quale la regola d’oro è la stessa che san Paolo suggerisce a chi si sposa e cioè essere a servizio gli uni degli altri;
  • professare significa mettersi nella disposizione d’animo di chi ha riconosciuto il dono ricevuto Dal Signore e per questo fa un patto con Lui e lo condivide con i propri fratelli, come fa Giosuè assieme a tutto Israele appena entrato nella Terra Promessa.
  1. Carissimo Fr. John the Baptist, le parole rivolte da Gesù agli apostoli alla fine del discorso eucaristico che abbiamo letto durante queste ultime domeniche sono rivolte oggi in modo personale a tutti noi, ma in modo speciale a te. Quella di Gesù è una provocazione estrema ma necessaria per chi è chiamato a seguirlo. Nel capitolo sesto di Giovanni Gesù non ci chiede se vogliamo seguirlo ma se vogliamo andarcene: “Volete andarvene anche voi?” In un tempo in cui la fedeltà è merce rara questa è una domanda dura ma è anche una domanda necessaria. Per seguire Gesù occorre che possiamo dire con Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Professare di voler abbracciare la nostra vita vuol dire confessare pubblicamente di voler “seguire l’insegnamento e le orme del Signore nostro Gesù Cristo” (Rnb 1,1) e di voler “osservare il vangelo di nostro Signore Gesù Cristo vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità” (Rb 1,1).

Questo è possibile solo se abbiamo scoperto chi è Gesù. Questo è possibile solo se abbiamo scoperto che solo Gesù ha parole di vita eterna, cioè parole che ci rivelano il senso pieno della nostra vita e una dimensione di eternità e pienezza che non troviamo in nessun’altra parola e in nessun’altra relazione. Questo è possibile solo se abbiamo scoperto che al di fuori di questa relazione ormai per noi ci sarebbe solo il vuoto: da chi andremo se ci allontaniamo da te, o Signore?

Io ti auguro di cuore di poter pronunciare i tuoi primi voti nel nostro Ordine perché hai fatto questa scoperta, perché hai questa consapevolezza e questo desiderio.

  1. In questa forma di vita, carissimo fr. John the Baptist, non sei solo! C’è una fraternità che ti accoglie e ti accompagna. Ci sono migliaia di santi frati in Paradiso, che hanno vissuto secondo questa forma di vita lungo i secoli e che ora intercedono per te. Dentro la fraternità c’è però una regola d’oro, che detta in termini alti corrisponde al comandamento nuovo consegnato da Gesù ai discepoli durante l’ultima cena: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 13,34). Detta con il vocabolario di san Paolo nel brano della seconda lettura di oggi corrisponde al “nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri”, regola che vale in famiglia e in comunità ed esprime l’amore in termini concreti. Detta con le parole della Regola non bollata è la richiesta fatta a noi da san Francesco: “per la carità che viene dallo Spirito, [i frati] di buon volere si servano e si obbediscano vicendevolmente” (Rnb V,14). Servirsi e obbedirsi vicendevolmente è il test più significativo della vita fraterna. Dire che siamo fratelli, dire che ci vogliamo bene può essere spesso un discorso vuoto. Ma quando ci serviamo e ci obbediamo reciprocamente allora è evidente che siamo fratelli, che siamo una famiglia, che viviamo il comandamento nuovo.
  1. Infine dobbiamo metterci nella prospettiva suggerita dalla prima lettura: fare una professione di vita consacrata significa rinnovare l’alleanza con il Signore, come ha fatto Giosuè assieme a tutto il popolo, subito dopo essere entrati nella Terra Promessa. Ancora una volta per fare alleanza con il Signore bisogna però aver riconosciuto quello che Lui ha già fatto dentro la nostra storia. La nostra professione di vita consacrata è una risposta. Cominciamo con un impegno che è temporaneo ma la prospettiva deve essere quella di un impegno definitivo, per sempre. Nessuno ci costringe, siamo liberi. Ma se facciamo una scelta occorre che investiamo tutte le nostre forze per corrispondere al dono e alla grazia di Dio: “sceglietevi oggi chi servire” dice Giosuè al popolo, “Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore”. E la risposta è unanime: “Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio”.

Non scegliamo alla cieca! Scegliamo di impegnare la nostra vita con il Signore perché Lui ci ha liberati, perché Lui ci ha custoditi, perché Lui ha compiuto grandi opere nella nostra vita, perché Lui dà un senso alla nostra vita. Proprio come dirà Pietro: “Da chi andremo, Signore? Tu hai parole di vita eterna e solo tu!”. Questa esperienza di impegno è personale ma non è individualista. È un’esperienza profondamente personale perché nessuno può scegliere di impegnarsi al posto mio, ma è un’esperienza condivisa, di popolo, di fraternità. Lo dice anche questa assemblea.

Le nostre Costituzioni generali ci ricordano il senso della nostra professione con una frase sintetica, significativa e bella: “I Frati, portando a compimento la loro consacrazione battesimale e rispondendo alla divina chiamata, si abbandonano totalmente a Dio sommamente amato, con la professione di obbedienza, povertà e castità, da vivere secondo lo spirito di san Francesco; contraggono un patto con Dio, e la loro vita diviene per tutta l’esistenza come un sacrificio offerto a Dio nella carità” (CCGG Art 5 § 1).

  1. Carissimo Fr. John the Baptist, noi oggi accogliamo i tuoi voti e chiediamo per te la grazia di poter sperimentare che niente altro può riempire la tua vita se non la relazione con Gesù, che questo impegno è bello ed è per una vita piena, che questo impegno è un modo concreto per realizzare il comandamento nuovo che Gesù ci ha consegnato nel Cenacolo.

Mettiamo la tua persona e la tua professione in modo particolare sotto lo sguardo della Vergine Maria, che oggi veneriamo come Regina nella gloria degli angeli e dei santi. Quella è la meta verso la quale siamo incamminati, quella è la vera Terra Promessa nella quale ci introduce il patto di amore con il Signore, dove ci aspetta san Francesco assieme ai tanti frati che hanno professato e vissuto la nostra Regola di vita prima di te e prima di noi.

Che il Signore porti davvero a compimento ciò che ha iniziato in te e ti doni in premio la vita eterna. Amen.

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Jos 24: 1-2.15-17.18; from Ps 33; Eph 5, 21-32; Jn 6.60-69

  1. Dear brothers and sisters and, especially you dear Brother. John Baptist Khanh Vinh Doan,

May the Lord give you peace!

The Word of God this Sunday offers us many ideas to reflect on what it means to make a profession in religious life.

I wish to emphasize three of these meanings:

- to profess is to publicly confess that our life has a meaning only in the relationship with Jesus Christ, because no one else has said and done for us what He has said and done and no one else can give us what He gives us;

- in making our profession means embracing a life in fraternity in which the golden rule is the same as that which St Paul suggests to those who marry, that is, to be at the service of one another;

- professing means placing ourselves at the disposition of the mind of one who has recognized the gift received from the Lord and for this he makes a pact with Him and shares it with his brothers, as Joshua does together with all Israel as soon as they enter the Promised Land.

  1. Dear Br. John the Baptist, the words addressed by Jesus to the Apostles at the end of the Eucharistic discourse that we have read during these last Sundays are addressed today in a personal way to all of us, but in a special way to you. These words of Jesus are an extreme but necessary provocation for those who are called to follow Him. In the sixth chapter of John Jesus does not ask us if we want to follow Him but if we want to leave Him: "Do you want to go away too?" In a time when fidelity is a rare commodity this is a tough question but it is also a necessary question. To follow Jesus it is necessary that we can say with Peter: “O Lord, to whom shall we go? You have the words of eternal life and we have believed and know that you are the Holy One of God”.

To profess is a wish to embrace our life and it means to publicly confess that we want to "follow the teaching and footsteps of our Lord Jesus Christ" (Rnb 1, 1) and we want to "observe the Gospel of our Lord Jesus Christ by living in obedience, without nothing of our own and in chastity” (Rb 1, 1). This is possible only if we have discovered who Jesus is. This is possible only if we have discovered that only Jesus has the words of eternal life, that is, the words that reveal to us the full meaning of our life and the dimension of eternity and fullness that we do not find in any other words and in no other relationship. This is possible only if we have discovered that outside of this relationship there would be only emptiness for us: For indeed, who will we go to if we turn away from You, O Lord? I sincerely wish you to be able to pronounce these your first vows in our Order because you have made this discovery, because you have this awareness and this desire.

  1. In this form of life, my dear Brother John the Baptist, you are not alone! There is a fraternity that welcomes you and accompanies you. There are thousands of holy friars in Heaven who have lived according to this form of life over the centuries and who now intercede for you. Within the fraternity, however, there is a golden rule, which said in more lofty terms corresponds to the new commandment given by Jesus to the disciples at the Last Supper: "Love one another as I have loved you" (Jn 13:34 ). This said with the vocabulary used by St. Paul in the passage from today's second reading corresponds to "in the fear of Christ, be submissive to one another", a rule that applies in the family and in the community and expresses love in concrete terms. Stated in the words of the Regula non Bollata, it is the request made of us by St. Francis: "for the charity that comes from the Spirit, [the friars] willingly serve and obey each other" (Rnb V, 14). Serving and obeying each other is the most significant test of fraternal life. To say that we are brothers, to say that we love each other can often be empty words, but when we truly serve and obey each other, and then it is evident that we are brothers, that we are a family, that we live this new commandment.
  2. Finally, we must put ourselves in the perspective suggested by the first reading that is in making a profession of consecrated life, it means renewing the covenant with the Lord, as Joshua did together with all the people, immediately after entering the Promised Land. Once again, to make a covenant with the Lord, however, it is necessary to have recognized what He has already done within our history. Our profession of consecrated life is an answer. We begin with a commitment that is temporary but the perspective must be that of a definitive commitment forever. Nobody forces us, we are free. But if we make a choice it is necessary that we invest all our strength to correspond to the gift and grace of God: "choose today who to serve" says Joshua to the people, "As for me and my house, we will serve the Lord". And the answer is unanimous: “Far be it from us to abandon the Lord to serve other gods! Because it is the Lord, our God, who made us and our fathers rise from the land of Egypt, out of a servile condition; he performed those great signs before our eyes and guarded us throughout the journey we have traveled and in the midst of all the peoples through which we have passed. Therefore we too will serve the Lord, because He is our God”.

Let us not choose blindly! We choose to commit our lives to the Lord because He has freed us, because He has kept us, because He has done great works in our life, because He gives meaning to our life. Just as Peter will say: "To whom shall we go, O Lord, You have the words of eternal life and only You!” This experience of commitment is personal but it is not individualistic. It is a deeply personal experience because no one can choose to commit themselves in my place, but it is a shared experience, of the people, of fraternity. This assembly today also says so.

Our General Constitutions remind us of the meaning of our profession with a concise, meaningful and beautiful phrase: "In a more complete fulfilment of their baptismal consecration and in answer to the divine call, the friars give themselves totally to God, their supreme love; through profession of obedience, poverty and chastity, which they are to live in the spirit of Saint Francis, they contract a covenant with God and life becomes, as it were, for their whole existence, a sacrifice offered to God in charity."(GGCC Art 5 § 1).

  1. Dear Brother John the Baptist, to-day we accept your vows and ask for you the grace of being able to experience that nothing else can fill your life, but your relationship with Jesus, and furthermore that this commitment is indeed beautiful and makes for a fulfilled life, that this commitment is a concrete way to realize the new commandment that Jesus gave us in the Upper Room.

We place you and your profession in a particular way under the gaze of the Virgin Mary, whom we venerate to-day as Queen in the glory of the angels and saints. That is the goal towards which we are walking, that is the true Promised Land into which the pact of love with the Lord introduces us, where St. Francis awaits us together with the many friars who have professed and lived our Rule of life before you and before us.

May the Lord truly bring to fulfillment what he has begun in you to-day and give you eternal life as a reward. Amen.