Sicurezze false e sicurezza vera

Domenica XVIII del tempo ordinario C

Continua la collaborazione tra VITA TRENTINA  e fr. Francesco Patton, Custode di Terra Santa nella rubrica "In ascolto della Parola". Al suo fianco le formichine di Fabio Vettori, interpreti della Parola, di domenica in domenica.

Letture: Qo 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

«Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». Lc 12,13-21

Per due domeniche consecutive il vangelo di Luca ci invita a riflettere sul rapporto che abbiamo con le ricchezze, con il lavoro, con i beni materiali. È un invito a verificare su che cosa stiamo fondando la nostra vita, è un invito a fare delle scelte, in materia economica e lavorativa, che sappiano esprimere che ci fidiamo di Dio, di quel Dio che – l’abbiamo scoperto domenica scorsa – è nostro Padre.

La prima lettura (tratta dal libro di Qoèlet) ed il brano evangelico demoliscono uno dei miti più radicati nel cuore dell’uomo: il mito della sicurezza economica. Le esperienze di questi ultimi anni, con le conseguenze della pandemia prima e della guerra poi, ci possono far sintonizzare in modo disincantato sulla lunghezza d’onda di Qoelet, il saggio pessimista autore dell’omonimo libro. Occorre però evitare una lettura distorta di queste due pagine bibliche. Infatti non viene valutata negativamente la capacità di lavorare o la capacità di bene amministrare. Ciò che la bibbia considera sbagliato è l’atteggiamento di chi ritiene che la propria vita valga in proporzione ai beni che ha accumulato: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12,13-21). Per la bibbia questo è un atteggiamento idolatrico (cfr. la seconda lettura: “la cupidigia che è idolatria” Col 3,5), è un modo concreto per escludere Dio dalla propria vita, è una forma di stoltezza e di stupidità che non tiene conto di quanto la nostra vita sia precaria. Per questo Gesù racconta una parabola che amplifica l’idea che “Nella prosperità l’uomo non comprende” (Sal 49,21): «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”». (Lc 12,16-20).

Questo modo di vivere viene commentato da Gesù con una battuta che dovrebbe inquietarci e stimolarci a fare un esame di coscienza: “Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio” (v. 21). Il cristiano, che pure lavora, amministra ed ha la preoccupazione di far quadrare il bilancio della propria famiglia o della propria azienda vive secondo una logica diversa, quella indicata dalla seconda lettura: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; (…) vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato” (Col 3,1.9-10).

Nessuna ricchezza terrena costituisce un’assicurazione sulla vita, perché la nostra vita è sicura solo se siamo risorti con Cristo e se la nostra vita è nelle mani del Padre.

di fr. Francesco Patton, ofm

Custode di Terra Santa