Saremo con il Signore per sempre

Omelia esequie p. Mario Tangorra

1Ts 4,13-18; Sal 95; Lc 4,16-30

Carissime sorelle, carissimi fratelli,

il Signore vi dia pace!

  1. Ci siamo ritrovati insieme, questa mattina, per celebrare le esequie del nostro fratello p. Mario Tangorra, la cui morte ha colto abbastanza di sorpresa tutti noi. Era il confratello più anziano della Custodia, sia per età che per professione. Era il Decano della Custodia di Terra Santa, come lui stesso amava ricordare. Preghiamo per lui, preghiamo anche per i suoi cari (la sorella e i nipoti) che vivono in Italia e che possono unirsi a noi solo spiritualmente e che – come noi – vivono il dolore del distacco improvviso.

Nel suo testamento di vita, scritto il 31 agosto del 2012 all’amico p. Pio Dandola e consegnato alla Segreteria custodiale p. Mario esprimeva questo desiderio: “impegnati a farmi raggiungere la nostra Infermeria di Gerusalemme poiché qui è la mia casa e qui desidero essere ricoverato; da qui quando il Signore vorrà Lo raggiungerò per l'eternità. Il Signore mi ha chiamato qui a Gerusalemme, qui mi sono a Lui consacrato come francescano nella Custodia, questa è la Terra che sempre ho amata e Gerusalemme è stata sempre la mia Patria e desidero che qui riposi il mio corpo indegnamente non lontano dalla Tomba del Signore per la Resurrezione!”.

  1. Questo momento vogliamo perciò viverlo nella fede e nella preghiera. Ci sostiene e ci consola la Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato, e l’Eucaristia che stiamo celebrando e della quale poi ci nutriremo. Il brano tratto dalla “Prima lettera di san Paolo ai Tessalonicesi” sembra rivolto proprio a noi per rassicurarci sulla sorte del nostro confratello e sulla nostra futura sorte.

Proviamo a parafrasare quanto abbiamo ascoltato poco fa e sentiremo l’apostolo Paolo che si rivolge direttamente a noi e ci dice: “Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito del vostro confratello p. Mario che è morto nel cuore della notte scorsa, perché non siate tristi come quelli che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui il nostro fratello Mario e tutti coloro che sono morti”.

  1. Sembra rivolta a noi anche la conclusione di questo brano, che ci parla di risurrezione e vita con Dio, e descrive il morire come un “andare incontro al Signore in alto” e un “essere per sempre con il Signore”. Pensando al nostro fratello Mario e agli altri fratelli e sorelle che sono morti nel corso di questo ultimo difficile anno dobbiamo pensare questo: non li abbiamo affatto persi – come siamo abituati a dire nel linguaggio comune – non li abbiamo affatto persi: essi sono semplicemente andati incontro al Signore per essere per sempre con Lui e partecipare già alla Sua risurrezione, cioè alla sua vittoria sulla morte.
  1. Il 30 marzo del 2018, era Venerdì Santo, in prossimità della Pasqua, p. Mario mi aveva scritto una email per ringraziarmi degli auguri pasquali che avevo inviato ai frati e il suo messaggio aveva un inizio molto bello: “È notte profonda e non riesco a prendere sonno. Sarà l'attesa del suono delle campane che annunziano come Cristo ha vinto la morte ed è risorto”. Ecco la grande attesa della nostra vita: l’attesa dell’annuncio della risurrezione.

Adesso l’attesa è compiuta e il nostro caro confratello non ha più bisogno di sentire né le trombe degli angeli né il suono delle campane: adesso può fare esperienza personale di cosa vuol dire che Cristo ha vinto la morte e l’ha vinta per noi, per introdurre noi nella vita di Dio.

È questo il lieto annuncio che Gesù ha portato, è questa la liberazione più vera ed è questo l’anno di grazia e l’oggi della salvezza riservato a chi sa accogliere Gesù nella propria vita e accetta di seguirlo.

  1. Nella sua scheda personale p. Mario aveva annotato due fatti della sua vita, che risalivano agli inizi della sua formazione in Terra Santa e che avevano avuto per lui un significato speciale ed erano stati come dei segni che lo avevano portato a perseverare nella vocazione. Sono due fatti dei quali mi aveva parlato molte volte e che ci possono aiutare a capire come il Signore si serve anche di avvenimenti e fatti apparentemente strani per attirarci a sé e guidare la nostra persona a rispondere alla Sua chiamata.

Scriveva p. Mario: “Nel 1939 fui mandato all’ospedale di Haifa perché ammalato e dopo un’operazione alla gola avrei dovuto rimpatriare perché secondo i medici non potevo continuare gli studi. Mentre attendevo la nave si trovò a passare il P. Custode Alberto Gori, che sentendo buone relazioni a mio conto dai frati dell’ospizio di Haifa mi riportò egli stesso a Emmaus per qualche mese di prova. Scoppiò la guerra nel 1940 e tranquillamente continuai il collegio.

Da chierico filosofo ebbi la nefrite ed altri malanni per cui i medici curanti mi consigliarono di ritornare al secolo. Ormai ero deciso a fare questo passo ma un altro avvenimento fortuito (la guarigione che p. Mario attribuisce a Sr. Maria della Trinità) impedì di attuare quanto consigliato di fare. Così nonostante le previsioni dei medici continuai i miei studi anche questa volta. Andai all’Ordinazione Sacerdotale in ottima salute e fin ora continuo a goderla”.

  1. La nostra esistenza – tutta intera – è una chiamata. È una chiamata alla vita, attraverso l’amore dei nostri genitori. Poi una chiamata a diventare figli di Dio, attraverso il battesimo che la Chiesa ci amministra. Successivamente diventa scoperta di una chiamata precisa. E questa scoperta, come sottolineava lo stesso p. Mario, passa anche attraverso imprevisti e apparenti casualità e coincidenze, dietro le quali in realtà c’è la mano di Dio che ci guida.

La nostra vita continua ad essere una chiamata, anche quando – nell’ultimo istante – la voce del Signore ci dice: “Sali in alto con me, vieni a stare con me per sempre”. È in quel momento che la chiamata diventa definitiva, perché diventa invito a stare con Dio e appartenergli, per tutta l’eternità.

  1. Carissimo p. Mario, nostro fratello e decano, tra poco noi porteremo i tuoi resti mortali al nostro cimitero sul Monte Sion, in realtà la fede ci dice che il padre San Francesco, del quale hai condiviso la vocazione, e la Vergine Immacolata della quale sei sempre stato un figlio devoto, ti hanno già accompagnato e condotto, assieme agli angeli, ai martiri e al povero Lazzaro nella celeste Gerusalemme. Così sia.