Ritrovamento della Santa Croce - Finding of the Cross

Perché il mondo si salvi per mezzo di lui - Because the world is saved through Him

Nm 21,4-9; Sal 95,10-13; Fil 2,5-11; Gv 3,13-17

  1. Carissime sorelle, carissimi fratelli,

il Signore vi dia pace!

Quest’anno la festa del ritrovamento della Santa Croce e le letture che abbiamo ascoltato acquistano un significato particolare a causa della pandemia che sta affliggendo il mondo intero.

Desidero riflettere con voi solo su un aspetto, che nel contesto attuale mi sembra sia l’aspetto fondamentale suggerito dalle letture che abbiamo ascoltato e dalla stessa narrazione del ritrovamento della Vera Croce. Si tratta del passaggio dall’esperienza della guarigione all’esperienza della salvezza. È il passaggio che si fa dal guardare il serpente di bronzo innalzato nel deserto al credere nel Figlio di Dio innalzato sulla croce.

  1. Nel racconto tratto dal Libro dei Numeri il popolo eletto, durante il suo cammino nel deserto, proprio per le difficoltà concrete che incontra, a un certo punto comincia a mormorare “contro Dio e contro Mosé”. Dio – sempre secondo il racconto del testo sacro – utilizza una forma di correzione che davanti ai nostri occhi può sembrare molto dura, esagerata, perfino crudele, invia dei serpenti velenosi che mordono la gente e molta gente muore. Questa esperienza porta le persone a riconoscere di aver sbagliato: “Abbiamo peccato!”. E Dio interviene in un modo ancora una volta strano: non elimina i serpenti, ma ordina a Mosé di collocare un serpente di bronzo in cima a un’asta. Chi lo guarda guarisce. Il popolo eletto fa esperienza di una salvezza che è guarigione fisica. Fa esperienza di una salvezza che non è la sparizione dei serpenti velenosi, ma la cura offerta attraverso questo atto di fiducia in Dio, mediata da quello che fa e propone il suo servo Mosè.
  1. Nel racconto evangelico è lo stesso Gesù, durante il suo colloquio notturno con Nicodemo, a riprendere la narrazione del Libro dei Numeri e il simbolismo del serpente di bronzo innalzato sull’asta. Lo fa per parlare di sé e per aprire a una dimensione di salvezza più profonda di quella della guarigione fisica, la dimensione della partecipazione alla vita di Dio: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,14-17).

La guarigione fisica è certamente una bella cosa. Tutti noi la desideriamo quando ci ammaliamo o quando è ammalata una persona che conosciamo e alla quale vogliamo bene. In questo periodo abbiamo pregato e preghiamo tanto per la guarigione degli ammalati da coronavirus. Eppure, la guarigione fisica è solo un posticipare il momento inevitabile della morte. Come nel film di Bergman “Il Settimo Sigillo”, ambientato durante l’epidemia di peste nera del 1300, in cui il protagonista, un cavaliere, fa una partita a scacchi con la morte: sa che sarà sconfitto, ma prova a far durare la partita per poter ritardare la morte e accompagnare in salvo una giovane famiglia.

  1. L’esperienza della guarigione è una pallida allusione all’esperienza della salvezza, una debole analogia di ciò che è la salvezza. La salvezza non è spostare in là di qualche ora, o di qualche giorno, o di qualche anno l’esperienza della morte. L’esperienza della salvezza è entrare in una forma di vita piena, che è frutto della relazione personale con Gesù, con colui che ha la vita in sé, la può donare e la può riprendere, la può e la vuole condividere con noi.

Io so che morirò, eppure so che quando ho accolto Gesù nella mia vita, la sua Parola e il suo Spirito, e ho accolto l’invito a vivere nella relazione con Lui, Lui stesso ha deposto dentro di me il seme della vita eterna. La vita eterna è già stata seminata in me proprio grazie al dono che Gesù ha fatto dando la vita per me e attraversando il mistero della morte per amore mio e per portarmi a conoscere il Padre e vivere in Lui.

  1. Il battesimo e l’Eucaristia, sgorgati dal suo costato aperto sulla croce, mi trasmettono questa sua vita e questo dono di salvezza. Le Sue parole, che sono Spirito e Vita, mi trasmettono il Suo stesso Spirito “che è Signore e dà la vita”.

Pochi giorni fa l’Ufficio di Letture ci faceva leggere uno stupendo discorso di san Pietro Crisologo, dove a un certo punto questo grande predicatore e padre della Chiesa metteva sulle labbra di Gesù crocifisso queste stesse parole: “Non abbiate timore. Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte. Questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l'amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio intimo. Il mio corpo disteso anziché accrescere la pena, allarga gli spazi del cuore per accogliervi. Il mio sangue non è perduto per me, ma è donato in riscatto per voi” (San Pietro Crisologo, Disc. 108; PL 52, 499-500).

  1. Oggi noi vediamo un’umanità afflitta e angosciata, piena di paura perché il contagio virale può portare alla malattia e alla morte. Vediamo un’umanità ansiosa di trovare quanto prima un rimedio a questa pandemia, un qualche vaccino che permetta di guarire. Anche a noi interessa che il vaccino venga scoperto presto, che gli ammalati guariscano, che la pandemia finisca. Come dicevo poco fa abbiamo pregato tanto e stiamo pregando tanto per questo. Ma dovrebbe interessarci ancora di più il poter fare l’esperienza del popolo eletto raccontata dal Libro dei Numeri, dovrebbe cioè interessarci di riuscire a fare esperienza di conversione, di riuscire a vivere anche la pandemia come uno spartiacque tra un prima e un poi, tra un prima fatto di lamentele e ripiegamenti su di sé e un poi fatto di fiducia in Dio e di attenzione solidale ai propri fratelli.

Ancora di più a noi dovrebbe interessare di fare il passaggio dall’esperienza della guarigione puramente fisica all’esperienza della salvezza, che ci introduce nella vita eterna; che ci permette di vivere con fiducia in Dio e con apertura ai fratelli anche durante il tempo della pandemia; che ci permette di guardare anche alla stessa morte come a un’esperienza pasquale e non come alla fine di tutto; che ci permette di sentirci amati da Dio in modo infinito anche quando noi stessi ci troviamo immersi nell’umana sofferenza e perfino quando sentiamo che la morte ci inghiotte.

  1. È certamente una cosa buona la guarigione, ma è senza dubbio una cosa migliore la vita eterna, la partecipazione alla vita stessa di Dio. È certamente una cosa desiderabile la guarigione, ma è ancor più desiderabile la salvezza, che sottrae la nostra esistenza al non senso e al nichilismo, all’angoscia e alla paura, e trasforma la morte in passaggio, in transito, in Pasqua.

Al termine della processione, presso l’Edicola del Sepolcro, all’altare della Maddalena e nella Cappella dell’Apparizione alla Vergine Maria canteremo: “O crux, ave, spes única! / Paschále quæ fers gáudium” “Ave o croce, unica speranza, / che porti la gioia pasquale”.

Al termine di questa riflessione permettetemi di condividere con voi una preghiera di san Giovanni Paolo II che si ispira proprio a questo canto:

“O trionfante croce di Cristo,

ispiraci a continuare

il compito di evangelizzazione!

O gloriosa croce di Cristo,

dacci la forza di proclamare

e di vivere il Vangelo della salvezza!

O vittoriosa croce di Cristo,

nostra unica speranza,

guidaci alla gioia

e alla pace della risurrezione

e della vita eterna!

Amen” (Phoenix-USA, 14 settembre 1987).

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Nm 21.4-9; Ps 95.10-13; Phil 2,5-11; Jn 3: 13-17

 

  1. Dear Brothers and Sisters

May the Lord give you peace!

This year the feast of the Finding of the Cross and the readings we have heard acquire a particular meaning due to the pandemic that is afflicting the whole world.

I wish to reflect with you only on one aspect, which in the current context seems to me to be the fundamental aspect suggested by the readings we have listened to and by the narration of the Finding of the True Cross. It is about the transition from the experience of healing to the experience of salvation. It is the transition from looking at the bronze serpent raised in the desert to believing in the Son of God raised up on the Cross.

  1. In the account taken from the Book of Numbers, the chosen people, during their journey in the desert, precisely because of the concrete difficulties they encounter, at a certain point begin to murmur "against God and against Moses". God - always according to the account of the Scriptures - uses a form of correction which before our eyes may seem very harsh, exaggerated, even cruel, He sends poisonous snakes that bite the people and many people die. This experience leads people to recognize that they were wrong: "We have sinned!". Then God intervenes once again in what appears to be a strange way: He does not eliminate the snakes, but orders Moses to place a bronze snake on top of a pole. Whoever looks at it is healed. The chosen people experience a salvation which is a physical healing. He experiences a salvation that is not the disappearance of poisonous snakes, but the care offered through this act of trust in God, mediated by what he does and is proposed His servant Moses.
  1. In the Gospel story it is Jesus Himself, during His nightly conversation with Nicodemus, resumes the narration of the Book of Numbers and the symbolism of the bronze serpent raised on the pole. He does it to speak of Himself and to open to a dimension of salvation deeper than that of physical healing, the dimension of participation in the life of God: “And as Moses raised the serpent in the desert, so the Son of man must be raised, because whoever believes in Him has eternal life. In fact, God loved the world so much that He gave His only-begotten Son, so that whosoever believes in Him may not die, but have eternal life. God did not send His Son into the world to judge the world, but to save the world through Him" (Jn 3: 14-17).

Physical healing is certainly a beautiful thing. We all desire it when we get sick or when a person we know and whom we love is sick. During this time we pray and have prayed and continue to pray for the healing of those affected by the corona virus. Yet physical healing is only a postponement of the inevitable moment of death. As in Bergman's film "The Seventh Seal", set during the  plague of the Black Death epidemic in 1300, in which the protagonist, a knight, plays a chess game with death: he knows he will be defeated, but tries to make the time left to delay death and safely accompany a young family.

  1. The experience of healing is a pale allusion to the experience of salvation, a weak analogy of what salvation is. Salvation is not about removing the experience of death for a few hours, or a few days, or a few years. The experience of salvation is entering into a full form of life, which is the fruit of the personal relationship with Jesus, with the one who has life in Himself, can give it and can take it back, in fact He can and wants to share it with us.

I know that I will die, yet I know that when I welcomed Jesus into my life with His Word and His Spirit, and I accepted the invitation to live in a relationship with Him, He himself laid the seed of eternal life within me. Eternal life has already been sown in me precisely thanks to the gift that Jesus made by giving His life for me and passing through the mystery of death in love for my sake and to bring me to know the Father and live in Him.

  1. Baptism and the Eucharist, flowing from His open side on the Cross, transmit His life and this gift of salvation to me. His words, which are Spirit and Life, transmit to me His own Spirit "who is Lord and gives life".

A few days ago the Office of Readings enabled us to read a wonderful speech given by Saint Peter Chrysologos, where at a certain point this great preacher and father of the Church put these same words on the lips of Jesus crucified: "Do not be afraid. This cross is not a sting for me, but for death. These nails do not cause me so much pain, as they impress the love towards you more deeply. These wounds do not make me moan, but rather introduce you into my intimate self. My body stretched out rather than increasing the pain, widens the spaces of the heart to welcome you” (St. Peter Chrysologos, Disc. 108; PL 52, 499-500).

  1. Today we see an afflicted and distressed humanity, full of fear because viral contagion can lead to disease and death. We see humanity anxious to find a remedy for this pandemic, some vaccine that will heal us as soon as possible. We are also concerned that the vaccine is discovered early, so that the sick may be healed and that the pandemic will end. As I said earlier, we have prayed and are praying intensely for this to happen. We should be even more interested in being able to experience what the chosen people spoken of in the Book of Numbers experienced, that is, we should be interested in being able to experience conversion, to be able to live the pandemic as a watershed between a before and after experience, between a first made of complaints and worries on himself and a after made of trust in God and of solidarity with our brothers.

Even more, we should be interested in making the transition from the experience of purely physical healing to the experience of salvation, which introduces us to eternal life; which allows us to live with trust in God and with openness to our brothers and sisters even during the time of the pandemic; which allows us to look at death itself as an Easter experience and not as the end of everything; which allows us to feel loved by God in an infinite way even when we find ourselves immersed in human suffering and even when we feel that death swallows us.

  1. Healing is certainly a good thing, but eternal life, participation in the life of God is undoubtedly much better. Healing is certainly a desirable thing, but salvation, which takes away our existence, is even more desirable to nonsense and nihilism, to anguish and fear, and transforms death into passage, in transit, into Easter.

At the end of the procession, at the Aedicule of the Sepulchre, at the altar of St. Mary Magdalene and in the Chapel of the Apparition to the Virgin Mary we will sing: "O Crux, ave, spes única! / Paschále quæ fers gáudium" "Hail O cross, only hope, / that  brings Easter joy".

At the end of this reflection, allow me to share with you a prayer of Saint John Paul II which is inspired by this very song:

"O triumphant Cross of Christ,

inspire us to continue

the task of evangelization!

O glorious Cross of Christ,

give us the strength to proclaim

and to live the Gospel of salvation!

O victorious Cross of Christ,

our only hope,

guide us to joy

and to the peace of the Resurrection

and eternal life!

Amen " (Phoenix-USA, September 14, 1987).