Frange del lembo del mantello di Gesù

S, Messa di apertura del Capitolo Intermedio

Gen 28,10-22   Sal 90   Mt 9,18-26

1. Carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!

Questa è la prima Eucaristia che celebriamo insieme come frati riuniti a Capitolo. Le letture che abbiamo ascoltato poco fa illuminano non solo la giornata che ci sta davanti, ma il senso del nostro vivere da frati minori in questa terra, a servizio di questa terra e della gente che qui vive e qui viene, portando dentro il cuore un desiderio, una domanda, una ricerca.
Vorrei mettere in luce semplicemente alcune sugge-stioni che mi sono sorte dentro il cuore nel leggere e meditare questi brani.

2. La prima suggestione è questa: noi ci troviamo nella terra in cui il sogno di Giacobbe si è realizzato. Lui, in un momento di sbandamento, di fuga e di quasi disperazione, aveva sognato una scala che unisce il cielo e la terra. Noi viviamo nella terra in cui questa scala si è manifestata nella persona di Gesù. È Lui la scala attraverso la quale Dio si è fatto carne, cioè uomo. È Lui la scala attraverso la quale l’uomo può entrare nella vita divina, per la sua risurrezione e glorificazione. A Nazareth il Figlio di Dio ha realizzato la scala attraverso la quale Dio è disceso nella nostra storia. A Gerusalemme, nel Santo Sepolcro, il Risorto ha inaugurato la scala attraverso la quale la nostra carne, la nostra umanità, può salire a Dio.
Tra Nazareth e il Santo Sepolcro c’è tutta l’esistenza di Gesù, il suo silenzioso crescere in età, sapienza e grazia, il suo predicare, il suo guarire, il suo manifestarsi in parole ed opere. Il suo rendersi accessibile anche attraverso le frange del suo mantello. Fino al morire e risorgere per noi. Noi frati della Custodia siamo chiamati continuamente a contemplare questo grande mistero, questa scala che unisce cielo e terra, che è la persona di Gesù. E siamo chiamati a dare lode a Dio per questo. Come ci ricorda papa Clemente VI nella Gratias agimus siamo chiamati a “celebrare Messe cantate e divini uffici”. La prima cosa da fare è dare lode a Dio per quello che qui ha manifestato e realizzato. Non c’è spazio per il narcisismo e non c’è spazio per la presunzione. Non siamo noi la scala di Giacobbe, ma Gesù Cristo. 

2. La seconda suggestione è questa. In questa terra noi ci troviamo a vivere, per grazia di Dio e per vocazione e con una missione. È come se fossero rivolte anche a noi le parole rivolte in sogno a Giacobbe: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco. A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato. La tua discendenza sarà innumerevole come la polvere della terra; perciò ti espanderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E si diranno benedette, in te e nella tua discendenza, tutte le famiglie della terra. Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questa terra, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto» (Gn 28,13-16). Siamo qui da 800 anni, a custodire questa terra perché questa terra possa essere sorgente di benedizione per tutti coloro che vi abitano e per tutti coloro che qui vengono come pellegrini, assetati di Dio e di salvezza. Fa parte di un misterioso e provvidenziale disegno di Dio, come ricordava il santo papa Paolo VI nella Nobis in animo. È un grande dono, è una grande grazia, è una grande responsabilità. Il Capitolo deve aiutarci a comprendere meglio cosa voglia dire per noi oggi continuare a trasmettere la benedizione di Dio a tutti i popoli, in questa terra così carica di contraddizioni, dove spesso anche a noi vien da dire: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo» (Gn 28,17). Cosa significa e cosa comporta il nostro essere custodi di questa terra, per divina provvidenza, cioè per mandato divino manifestatosi attraverso il mandato della Chiesa?

3. Terza e ultima suggestione: questa terra, i santuari che custodiamo e i luoghi santi in cui ci troviamo a vivere sono le frange, l’estensione del mantello di Gesù, dal quale esce una potenza risanatrice per tutti coloro che credono in Lui, o che in qualche modo riescono a toccarlo fidandosi di Lui. Noi siamo i primi beneficiari di questa grazia e di questa potenza risanatrice. Bisogna però che ci rendiamo conto che noi per primi abbiamo bisogno di essere risanati, nel corpo, nella psiche e nello spirito. E bisogna che con fede, anche noi, stando in questi luoghi tocchiamo le frange del mantello di Gesù.
Solo a questa condizione potremo poi anche noi diventare frange del mantello di Gesù, attraverso le quali può passare la sua potenza risanatrice, la sua potenza di vita: nei santuari, certamente, ma anche nelle parrocchie, nelle scuole, nelle Case Nove, nelle opere sociali, nella comunicazione, nelle attività a servizio dei migranti e dei rifugiati… Non solo qui nella terra in cui il Gesù storico ha trascorso la sua vita terrena, ma anche in tutti gli altri luoghi in cui, da qui, il Signore ci ha mandati e ci manda, perché le frange del suo mantello possano risanare anche chi vive ad Aleppo, o a Washington, o a Buenos Aires.
Ecco allora l’ultima domanda che mi viene da porre a me stesso e alla nostra fraternità riunita in Capitolo: Cosa siamo chiamati a fare per vivere questa chiamata e questa missione che ci è affidata, di far toccare le frange del mantello di Gesù attraverso il nostro impegno di evangelizzazione, il nostro impegno pastorale, il nostro impegno sociale e di comu-nicazione?

Ci purifichi, ci illumini e ci infiammi lo Spirito San-to che invochiamo con fede in questa Eucaristia. Amen.