Donare il superfluo o il necessario?

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Domenica XXXII TOB - Omelia

Carissime sorelle, carissimi fratelli,
il Signore vi dia pace.

1. Su un libro di racconti umoristici ho trovato la storia di un giovane, che molti secoli fa, desiderava entrare a far parte di un monastero. Questo giovane si presentò a un anziano monaco, che cominciò a fargli domande per sapere fino a che punto era disposto a cambiare vita. L’anziano monaco gli chiese: «Se tu avessi tre monete d'oro, le daresti ai poveri?». Il giovane rispose: «Di tutto cuore, padre». Di nuovo l’anziano chiese: «E se tu avessi tre monete d'argento?». E il giovane di nuovo rispose: «Molto volentieri». Per la terza volta l’anziano monaco chiese: «E se tu avessi tre monete di rame?». Il giovane rispose deciso: «No, padre». «E perché?», chiese l'anziano. «Perché io ho tre monete di rame», rispose il giovane (cfr. Arguzie e facezie dei Padri del deserto, a cura di R. Kern, Gribaudi).

2. Le letture di questa domenica mettono a fuoco proprio l’atteggiamento e il valore del donare. È un atteggiamento che incarna in modo concreto l’amore per Dio e per il prossimo. Nella prima lettura e nel vangelo questo atteggiamento è vissuto da due donne, che hanno in comune di essere vedove. Questo particolare fa meglio risaltare la grandezza della loro fede e la generosità del loro cuore. Nella Bibbia le vedove sono uno dei gruppi sociali con meno garanzie: non hanno alcuna protezione sociale, perché non hanno qualcuno che le difenda e non hanno nemmeno un patrimonio che permetta loro di difendersi. Quindi il dono che fanno queste due vedove ha un valore e un significato enorme. Nella seconda lettura l'atteggiamento dell'offrire, del donare è incarnato da Gesù, che non offre qualcosa di esterno alla sua persona ma ha offerto se stesso per “per togliere il peccato di molti”, dice la Lettera agli Ebrei, cioè per prendere su di sé i nostri peccati. È il dono che Lui fa della sua vita a rendere possibile anche per noi la vita da figli, una vita piena, la vita eterna.

3. Da queste letture emergono alcuni elementi importanti per capire se la nostra spiritualità è veramente in sintonia con la parola del Vangelo e per capire se la nostra vita è veramente cristiana, ma anche per educarci a donare in modo autentico. La nostra capacità di donare – ci fa capire la Parola di Dio – esprime la qualità della nostra fede in Dio e del nostro amore per lui e per i nostri fratelli: entrambe le vedove fanno delle scelte economicamente rischiose, perché entrambe donano ciò che avevano per vivere e non il loro superfluo. La vedova di Zarepta di Sidone (che è una località del Libano) condivide con il Profeta Elia ciò che le è necessario per vivere e per nutrire il proprio figlio, poi non avrà più niente. La vedova povera, che Gesù osserva mentre getta pochi spiccioli nel tesoro del Tempio a Gerusalemme, offre in onore di Dio tutto quello che ha e che gli servirebbe per vivere. Perché queste due povere vedove arrivano a donare così tanto in rapporto al poco che hanno? Lo fanno perché hanno fede in Dio, perché vogliono manifestare il proprio amore a Dio e perché la fede e l'amore fanno nascere in loro la consapevolezza che è comunque Dio a prendersi cura di loro. Davanti a questo esempio chiediamoci: come noi viviamo l’atto del donare e del condividere le nostre risorse? Gesù nel Vangelo sembra chiederci: come doni quel poco o quel tanto che tu doni? Con quale cuore? E qual è il motivo per cui doni? Doni perché ami, e ti fidi di Dio, e vuoi condividere, o doni perché qualcuno ti noti, ti ammiri, ti batta le mani, ti dica grazie?

4. In secondo luogo la parola di Dio ci fa intuire che il donare sa andare al di là dei confini etnico-religiosi e in questo modo esprime una forma di amore gratuito: la vedova della prima lettura non appartiene al popolo eletto, al popolo d’Israele, al quale appartiene invece il profeta Elia. La donna della prima lettura è una “pagana” che vive a Zarepta di Sidone in Libano, eppure si toglie il pane di bocca per darlo a un israelita! Se poi guardo il dono di sé che Gesù Cristo fa, questa apertura è addirittura universale. La Lettera agli Ebrei sottolinea che Gesù “si è offerto una sola volta per togliere il peccato di molti”, che nel linguaggio biblico significa per l’umanità intera, come diranno in modo più chiaro ed esplicito altri passi del Nuovo Testamento. Davanti a questo esempio facciamoci allora una seconda domanda: a quali pregiudizi è spesso vincolato il nostro donare? Cioè a quali pregiudizi è vincolata la nostra disponibilità ad amare? Pensiamo di essere chiamati ad aiutare solo i nostri familiari? O solo i nostri vicini? O solo quelli che hanno lo stesso nostro passaporto? O solo quelli che professano la nostra stessa religione? Se Gesù non avesse offerto se stesso per tutti, senza pregiudizi etnici e razziali, noi saremmo ancora privi della sua salvezza, del perdono dei nostri peccati e del dono dell’essere figli di Dio, saremmo privi della promessa della vita eterna! Nella mia ultima visita ad Aleppo, il Vescovo Mons. Georges Abou Khazen mi ha raccontato che dopo la liberazione di Aleppo Est i frati della nostra parrocchia sono stati i primi e quasi gli unici ad andare a prendersi cura di più di un centinaio di bambini, tutti musulmani, orfani della guerra e figli di jihadisti. Ecco la gratuità del vangelo: andare a prendersi cura dei figli abbandonati di quelli che fino a pochi giorni prima lanciavano colpi di mortaio sulla tua comunità e sui tuoi cari.

5. Infine il donare gratuito ed autentico manifesta la disponibilità al dono di sé. È esattamente quello che fa Gesù Cristo in croce: privato di tutto, anche delle vesti, altro non può donare che se stesso ed è quello il dono, quella l'offerta che trasforma la nostra esistenza. La Lettera agli Ebrei, che abbiamo letto come seconda lettura, insiste molto su questo aspetto. Di conseguenza, ogni dono sincero e gratuito manifesta il nostro desiderio di donare noi stessi in comunione col Cristo. Non importa se abbiamo poco o tanto da donare dal punto di vista materiale, abbiamo sempre noi stessi da donare. Possiamo donare certamente i nostri beni, ma possiamo donare con generosità e gratuità anche il nostro tempo, possiamo donare le nostre capacità ed energie, possiamo donare perfino la nostra vita. Come Custode di Terra Santa in questi anni difficili della guerra in Siria, io mi sento sempre provocato dalla testimonianza di due miei confratelli, che vivono da ormai diversi anni in una zona controllata dagli jihadisti di Jabat Al Nusra, per stare accanto a ormai poche centinaia di cristiani, cattolici, greco ortodossi e armeni. Quando io ho chiesto loro se volevano venire via mi hanno detto molto chiaramente: noi non possiamo abbandonare i pochi cristiani che sono rimasti qui, non possiamo salvare noi stessi e abbandonare loro. E il più anziano, che ha pure problemi di salute, mi ha detto: morire dobbiamo morire comunque, preferisco che accada qui dando la vita per la nostra gente. Ecco allora l’ultima domanda: ben al di là delle cose o del denaro che siamo in grado di offrire e condividere, siamo capaci di donare noi stessi? Siamo capaci di donare la nostra vita nella situazione concreta in cui ci troviamo a vivere e nella vocazione alla quale Dio ci ha chiamati? E siamo capaci di farlo con gratuità e per amore?
Ce lo conceda il nostro Signore Gesù Cristo, che ha fatto della sua vita un dono di amore. Amen.

Fr. Francesco Patton, ofm
Custode di Terra Santa

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Dear sisters and brothers,
May the Lord give you peace!

 

1. Sometime ago I came across the story of a young man who many centuries ago, wished to enter a monastery. This young man presented himself to an elderly monk, who began asking him questions in order to see whether he truly intended to change his life. The elderly monk asked him: «If you had three gold coins, would you give them to the poor?» The young man answered: «Willingly, Father.» Once again the elderly monk asked: «And if these were silver coins?» The young man again answered: «I would give them most willingly. » For the third time the elderly monk asked him: «And if you had three copper coins?» The young man answered with firm resolve: «No, Father.» «Why?,» asked the monk. «Because I have three copper coins,» answered the young man (cfr. Arguzie e facezie dei Padri del deserto, a cura di R. Kern, Gribaudi).

 

2. The readings of this Sunday set before us precisely this young man’s perspective and the value of giving. It is a perspective that typifies and manifests in a concrete way our love for God and our brothers and sisters. In the first reading and in the Gospel this perspective is lived out by two women, who have in common their status as widows. This particular detail underlines the greatness of their faith and the generosity of their hearts. In the Bible widows are one of the social groups with fewer guarantees: they do not have any social protection, since they do not have anybody to defend them, and they do not even possess an inheritance that would allow them to defend themselves. Therefore, the gift that these two widows make, has enormous value and meaning. In the second reading the perspective of offering, of giving, is embodied in the person of Jesus, who did not offer something outside His own person, but who offered Himself in order “to take away the sins of many,” as the Letter to the Hebrews states, “namely to take our own sins upon Himself”. It is the gift that He makes of His life in order to make it possible also for us to live as sons and daughters, to have a full life, eternal life.

 

3. From these readings emerge some important elements that help us to understand whether our spirituality is truly in agreement with the word of the Gospel, and to understand whether our life is truly Christian, but also to educate us to give in an authentic way. Our ability to give - as the Word of God explains to us - expresses the quality of our faith in God and of our love for Him and for our brethren: both of these widows made choices which were economically risky, since both of them gave all they had for their own livelihood and not only from their superfluous possessions. The widow of Sarepta of Sidon (which is a place in Lebanon) shared with the prophet Elijah what was necessary for her own life and for the nourishment of her only son, and then she had nothing left. The poor widow, who Jesus observes while she was throwing some small coins in the treasury of the Temple in Jerusalem, offered in honour to God all that she had, even that which was necessary for her own livelihood. Why did these two poor widows give so much in relation to what they had? They did such a thing because they had faith in God, because they wanted to manifest their own love of God, and because faith and love brought to them the realisation that God would take care of them, no matter what. So thinking about this example let us ask ourselves: how are we living the act of giving and of sharing what we own? In the Gospel Jesus seems to be asking us: in what manner are you giving the few or many possessions which you own? With what attitude of heart are you doing this? What is the reason why you give? Do you give because you love, because you trust in God, and want to share, or rather, are you giving because others will take notice of you, admire you, clap their hands to congratulate you, or thank you?

 

4. Secondly the word of God makes us understand that the act of giving goes beyond ethnic-religious boundaries, and in this way, it expresses a form of love which is freely given: the widow of the first reading was not part of the chosen people of Israel, to which the prophet Elijah belonged. The woman of the first reading was a “pagan” woman who lived in Sarepta in Sidon, Lebanon, and yet she took the bread away from her own mouth to give it to an Israelite! If I then look at the self-giving of Jesus Christ, this openness is universal. The Letter to the Hebrews underlines that Jesus “offered Himself once and for all to take away the sin of many.” In Biblical language this would mean that He offered Himself for all humanity, as the other texts of the New Testament say in a more clear and explicit way. In front of this example let us ask ourselves a second question: in relation to what prejudices is our act of giving often linked? In other words, to what kind of prejudices is our willingness to give tied up with? Do we think that we have been called to help only the members of our family? Or only our neighbours? Or perhaps only those who have the same passport that we have? Or those who profess the same religion that we do? If Jesus did not offer Himself for all, without ethnic or racial prejudices, we would still be deprived of His salvation, indeed we would still be deprived of the forgiveness of our sins and the gift of being children of God. We would be deprived of the promise of eternal life! In my last visit to Aleppo, the Bishop Monsignor Georges Abou Khazen told me that, after the liberation of East Aleppo, the brothers of our parish were the first ones if not the only ones to go and take care of more than one hundred children, all of them Muslims, who are orphans from the war or are children of the Jihadist fighters. The example of our brothers shows us the way in which the Gospel teaches how to give freely: to go and take care of these abandoned sons and daughters of those who, up until a few days before, were firing mortars at their community and at their loved ones.

 

5. Lastly, when someone gives freely and in an authentic way, he or she manifests the willingness of self-giving. This is precisely what Jesus Christ did on the Cross: He was despoiled of everything, even of His own clothes, and He did not have anything else to give except His own person. That was the gift and the offering that transformed our existence. The Letter to the Hebrews, which we have just read as the second reading, insists with emphasis upon this aspect. As a consequence, every sincere gift which is freely given manifests our desire to give ourselves in communion with Christ. It does not matter whether we have little or much to give on the material level. We always have ourselves to offer. We can certainly give our own possessions, but we can give with generosity and freely also our time, we can give our ability and energy, we can even give our own life. As Custos of the Holy Land in these difficult years of the war in Syria, I have always felt that the witness of two Franciscan brothers of mine moves me. In these last years they have been living in an area controlled by Jihadist fighters of Jabat Al Nusra. They do so in order to stay close to a few hundreds of Christians, Catholics, Greek Orthodox and Armenians. When I asked them whether they wanted to leave these villages, they answered me very clearly: “we cannot abandon the few Christians who have remained here; we cannot save ourselves and abandon them”. The elderly friar who has also health problems, told me: “we have to die just the same, so I prefer that my death will be an act of offering my life for our people”. Thus, we come to our last question: beyond what we possess and the money we can offer and share with others, are we capable of giving ourselves? Are we capable of offering our life in the concrete situation in which we find ourselves living and in the vocation to which God has called us? Are we capable of doing so freely and for the sake of love?
May Our Lord Jesus Christ give us such grace, He being the One who made of His own life a gift of perfect love. Amen.

 

Fr. Francesco Patton, ofm
Custos of the Holy Land