Da una fede vigilante a una preghiera perseverante

Domenica XXIX del tempo ordinario C

Continua la collaborazione tra VITA TRENTINA  e fr. Francesco Patton, Custode di Terra Santa nella rubrica "In ascolto della Parola". 

Es 17,8-13; 2Tm 3,144,2; Lc 18,1-8

«In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai». Lc 18,1

La Parola di Dio delle ultime domeniche ci ha fatto compiere un percorso circolare, ruotando costantemente attorno al nucleo della fede e mettendo a fuoco la relazione esistente tra fede e preghiera. Le scorse settimane abbiamo trovato la preghiera degli apostoli: «Signore, aumenta la nostra fede!» (Lc 17,6), quella dei lebbrosi: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» (Lc 17,13). Prima ancora avevamo trovato diversi insegnamenti sulla preghiera, riassumibili nel “Padre nostro”. Fin dai primi brani di Luca avevamo potuto cogliere e sottolineare la preghiera come uno degli aspetti centrali del suo vangelo. Questa domenica Gesù ritorna sul tema e ci aiuta a capire che da un lato la preghiera è un atteggiamento permanente del cristiano e dall’altro essa è efficace perché Dio ascolta i suoi eletti.

Gesù parla della «necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1) e lo fa raccontando una parabola nella quale i protagonisti sono due: una vedova insistente nel chiedere giustizia ed un giudice disonesto che alla fine esaudisce la vedova proprio per la sua insistenza. In questo modo Gesù fa comprendere ai discepoli il valore di una preghiera insistente e costante. Una preghiera siffatta non si attua però nella moltiplicazione di formule, ma nel mantenersi in un permanente atteggiamento di preghiera, di riconoscimento della propria creaturale dipendenza da Dio.

D’altro canto, se Dio ascolta ed esaudisce le preghiere del discepolo non è per non essere più importunato ma perché vuol «fare giustizia prontamente» (Lc 18,8) ai suoi eletti. Se un giudice iniquo si lascia smuovere dall’insistenza importuna, a maggior ragione Dio che è Padre buono si lascia commuovere dai suoi eletti (=figli amati) «che gridano giorno e notte verso di lui» (Lc 18,7). In questo senso la preghiera costante del cristiano manifesta la sua relazione fiduciosa con Dio che è Padre.

Questi due aspetti possono essere integrati con uno spunto preso dalla prima lettura, che presenta la preghiera di Mosè per Israele: è una preghiera che coinvolge la vita, le necessità del popolo, la stessa corporeità. Ed è una preghiera in cui Mosè ha bisogno di essere sostenuto da Aronne e Cur: è cioè una preghiera comunitaria anche nella sua fisicità. La preghiera che esprime la nostra fede non è puramente verbale o intellettuale, può farsi grido, gesto e anche silenzio. E in questa preghiera anche noi abbiamo bisogno a volte che qualcuno ci aiuti a tenere le braccia alzate, cioè a perseverare pregando assieme a noi.

In questo contesto, l’inquietante domanda finale di Gesù: «Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8) sembra suggerirci che è proprio il perseverare nella preghiera l’atteggiamento necessario per essere pronti ad accogliere Gesù nella sua venuta finale, al termine della storia certamente, ma anche al termine della nostra vita.

di fr. Francesco Patton, ofm

Custode di Terra Santa