Celebrazione delle Festa della Repubblica Italiana

Dare a Cesare e dare a Dio

2 Pt 3,11-15.17-18; Sal 89; Mc 12,13-17

Eccellenza Dott. Giuseppe Fedele Console generale dell’Italia a Gerusalemme, autorità militari, diplomatici e personale civile del Consolato generale, carissimi fratelli e sorelle,

il Signore vi dia pace!

  1. Siamo riuniti a celebrare la festa dell’Italia in una congiuntura internazionale piuttosto singolare, caratterizzata dalla pandemia che ha colpito in modo particolarmente duro il nostro Paese e i nostri connazionali.

Il nostro pensiero e la nostra preghiera, in questa occasione, vanno a tutte le persone che si sono impegnate, oserei dire fino al dono della vita, per fronteggiare questa pandemia, per aiutare concretamente il prossimo, per far funzionare i servizi di cui ogni società ha bisogno per andare avanti.

Un pensiero e una preghiera particolare vanno anche ai rappresentanti delle istituzioni della nostra Repubblica, chiamati nei mesi scorsi a scelte difficili e chiamati nei mesi a venire a scelte ancor più difficili per rimettere in piedi un Paese provato dal punto di vista materiale e spirituale.

Un pensiero e una preghiera vanno anche agli altri Paesi della Comunità Europea, alla quale apparteniamo e alla comunità mondiale, che è l’orizzonte su cui ciascuna nazione oggi si deve collocare, se non vuole rimanere asfissiata dentro prospettive anguste di piccoli egoismi locali e pseudopatriottici.

  1. Le letture che abbiamo ascoltato sono quelle che oggi, 2 giugno 2020, risuonano in tutte le liturgie della Chiesa e sono letture quantomai adatte alla festa che celebriamo.

Sono letture nelle quali l’apostolo Pietro ci aiuta a leggere gli eventi della storia che viviamo sull’orizzonte di quella che potremmo chiamare la metastoria. È un invito a fare una lettura degli avvenimenti non puramente appiattita sul presente ma contemplando un orizzonte che supera tutte le contingenze e ci permette di situare il nostro agire e il nostro impegno su uno sfondo più ampio, che in una visione cristiana sono “i cieli nuovi e la terra nuova” inaugurati dalla risurrezione di Cristo, in una visione più laica dovrebbero essere gli ideali di una società costruita sui valori della giustizia, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà.

Come amava dire il predicatore statunitense del XIX secolo James Freeman Clarke: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”. Non a caso Alcide Degasperi, chiamato a lavorare per la ricostruzione dell’Italia dopo la fine della II Guerra Mondiale, amava citare la prima parte di questo aforisma. Perfino le scelte immediate che riguardano l’oggi e una emergenza com’è quella della pandemia non vanno fatte solo per superare la dimensione clinica della pandemia ma per costruire una società e un mondo più giusti, più liberi, più solidali.

Ispirati dalle suggestioni che ci offre l’Apostolo Pietro, chiediamo per la nostra Patria, per l’Europa e per il mondo intero una generazione di uomini politici che sappiano collocare l’azione presente sull’orizzonte di un futuro più ampio, permeato da una forte idealità, capace di motivare al bene il nostro popolo insieme agli altri popoli dell’Europa e del mondo; l’orizzonte di “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”, che è la garanzia di una società e di un mondo in cui ciascuno possa vivere secondo la propria irrinunciabile dignità il tragitto della propria vita che, come ci ha ricordato il Salmo 89, è davvero breve: “Gli anni della nostra vita sono settanta, / ottanta per i più robusti, / e il loro agitarsi è fatica e delusione; / passano presto e noi voliamo via” (Sal 89[90],10).

  1. Uno spunto ulteriore ci viene dal Vangelo dove alcuni farisei ed erodiani tentano di mettere Gesù in contraddizione con la fatidica domanda se sia lecito o no pagare le tasse a Cesare, cioè allo Stato. E tutti noi conosciamo la risposta di Gesù, dopo che si è fatto portare la moneta e ha chiesto di chi sia l’immagine che vi si trova impressa, una risposta che è diventata proverbiale: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”.

Non si tratta semplicemente di dichiarare lecito o doveroso il dovere di pagare le tasse. Non si tratta nemmeno di teorizzare la separazione tra Stato e Chiesa. Si tratta piuttosto di distinguere tra due ordini e due ambiti, quello laico e secolare e quello più propriamente religioso e spirituale. Se dò allo Stato tutto ciò che gli corrisponde, a maggior ragione devo dare a Dio ciò che gli appartiene. Se sulla moneta c’è l’immagine del regnante di turno, sul volto della persona umana c’è – secondo la tradizione biblica che risale alle prime pagine della Genesi – l’immagine e la somiglianza con Dio (cfr. Gn 1,26-27). Ciò significa che lo Stato non può essere pensato come un assoluto ma come una realtà che deve promuovere la dignità della persona. Gli Stati che si sono concepiti (e che ancora oggi si concepiscono) come assoluti sono quelli che hanno prodotto la barbarie dei regimi dittatoriali del ‘900 e le barbarie attuali. Gli Stati che si sono concepiti come un assoluto sono quelli che hanno prodotto la Shoà e i Gulag e che continuano ancora oggi a calpestare la dignità della persona umana e i diritti che ne scaturiscono. Solo se diamo a Dio ciò che è di Dio, cioè solo se riconosciamo che esiste una qualche realtà superiore allo Stato stesso, una realtà da cui sgorgano la dignità della persona umana e i suoi diritti, saremo capaci di dare allo Stato in modo corretto ciò che è suo. La Costituzione della Repubblica Italiana infatti, dopo aver ricordato che la sovranità appartiene al popolo (art 1), che l’uomo ha dei diritti inviolabili (Art 2) e che esiste pari dignità tra i cittadini (Art 3), dice una cosa molto importante: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona”. E così all’Art. 4 si può parlare del concorso di tutti al “al progresso materiale o spirituale della società”. Se lo Stato è a servizio della dignità di ogni persona, ogni persona potrà contribuire al bene della società e dello Stato.

  1. Concludo con una preghiera per l’Italia; è una preghiera composta nel 1984 da san Giovanni Paolo II, il primo papa non italiano dopo secoli, ma che ha profondamente amato la nostra patria ed è stato profondamente amato da milioni di italiani:

O Dio, nostro Padre, / ti lodiamo e ringraziamo.

Tu che ami ogni uomo e guidi tutti i popoli / accompagna i passi della nostra nazione, / spesso difficili ma colmi di speranza. / Fa’ che vediamo i segni della tua presenza / e sperimentiamo la forza del tuo amore, che non viene mai meno.

Signore Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, / fatto uomo nel seno della Vergine Maria, / ti confessiamo la nostra fede. / Il tuo Vangelo sia luce e vigore / per le nostre scelte personali e sociali. / La tua legge d’amore conduca la nostra comunità civile / a giustizia e solidarietà, a riconciliazione e pace.

Spirito Santo, amore del Padre e del figlio / con fiducia ti invochiamo. / Tu che sei maestro interiore svela a noi i pensieri e le vie di Dio. / Donaci di guardare le vicende umane con occhi puri e penetranti, / di conservare l’eredità di santità e civiltà / propria del nostro popolo, / di convertirci nella mente e nel cuore per rinnovare la nostra società. […] Amen.